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Alcolismo giovani

Apr21
da admin il 21 Aprile 2026 alle 18:30
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Abuso di alcol, Iss: “8 milioni di consumatori a rischio”. Salute a rischio a partire dagli 11 anni

Il rapporto dell’Istituto superiore di Sanità. Emergenza donne, giovani e anziani

Sono circa 8,2 milioni le persone con più di 11 anni (21,8% dei maschi e 9,1% delle femmine) che hanno consumato bevande alcoliche in quantità e frequenza tali da mettere a rischio la propria salute. La metà di loro, cioè quattro milioni e 450mila persone – di cui 79 mila under 18 – bevono “per ubriacarsi” per il cosiddetto “binge drinking”. E sono 730 mila i consumatori nei quali l’alcol ha già prodotto un danno e che avrebbero necessità di un trattamento clinico, ma solo l’8,3% sono intercettati dal Ssn e presi in carico dai servizi. Il tutto, in un contesto di 36 milioni di consumatori di alcol in Italia nel 2024, pari al 76,7% degli uomini e al 57,1% delle donne.

A tracciare il quadro, rilanciando dati su stili di vita “pessimi” su cui già l’Istat aveva acceso i riflettori nelle scorse settimane, è l’Osservatorio nazionale alcol (Ona) dell’Istituto superiore di sanità, che presenta un rapporto epidemiologico annuale Istisan, in occasione del workshop internazionale “Alcohol Prevention Day – XXV edizione”.

Giovani, donne e anziani a rischio

Tra otto milioni e duecentomila persone che hanno consumato bevande alcoliche secondo modalità, quantità e frequenza tali da pregiudicare la salute, destano particolare preoccupazione i giovani di entrambi i sessi (circa 1.270.000 tra gli 11 e i 24 anni, di cui 580.000 minorenni), le donne (circa 2,5 milioni, con una quota del 13,3% tra le minorenni di 11-17 anni) e gli anziani maschi.

L’allarme “Binge drinking” 

Il fenomeno del binge drinking che ha registrato un incremento significativo, soprattutto tra le donne, con un aumento dell’84% in un decennio (dal 2,5% nel 2014 al 4,6% nel 2024). Negli uomini si osserva invece una crescita del 24% nello stesso periodo, senza segnali di riduzione per questa modalità di consumo originariamente diffusa nei Paesi del Nord Europa, attualmente in forte ascesa anche nei Paesi mediterranei, Italia inclusa.

Anche i consumi fuori pasto risultano in costante aumento, in particolare nelle donne (24,6%): tra queste, sono 1 milione e 250 mila coloro che dichiarano di bere con l’obiettivo di ubriacarsi.

Le donne e l’alcol

Preoccupante è il costante aumento negli ultimi 10 anni della percentuale di donne che consuma fuori pasto (il 24,6% nel 2024, +49,3% rispetto al 2014) e che beve per ubriacarsi (binge drinking) (4,6% nel 2024, +78,7% rispetto al 2014) che riguarda tutte le fasce di età, in particolare quella delle donne in età fertile e delle anziane. Tra le minorenni (11-17enni), il 13,3% sono consumatrici a rischio, ben 260.000, il 5,6% hanno consumato alcolici lontano dai pasti, e l’1,5% hanno praticato il binge drinking.

Nel 2024 il 57,1% delle donne italiane di età superiore a 11 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica nel corso dell’anno: quasi 16 milioni di persone. Le consumatrici a rischio sono oltre 2 milioni e mezzo (9,1%), mentre il 4,6% delle donne si è ubriacata con un trend di consumo in continua crescita negli ultimi 10 anni.

Giovani e alcol

In Italia 1 milione e 270 mila 11-24enni sono consumatori a rischio, il 18,2% dei maschi e il 13,1% delle femmine. Tra questi, 580.000 sono minorenni (il 15,5% dei maschi e il 13,3% delle femmine tra gli 11 e i 17 anni). Tra i ragazzi di età compresa tra i 18 e 24 anni sono circa 690.000 i consumatori a rischio (il 21,0% dei maschi e il 12,9% delle femmine). Sempre elevata la diffusione del bere per ubriacarsi: 730.000 11-24enni, l’11,1% dei maschi e il 6,9% delle femmine, di cui 79.000 minorenni. Tra i 18-24enni le bevande più consumate sono birra (64,9%) e aperitivi alcolici (64,3%) tra i maschi, mentre tra le femmine prevalgono gli aperitivi (58,4%) seguiti dalla birra (41,9%).

Alcolismo giovani

Apr08
da admin il 8 Aprile 2026 alle 15:48
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Rapporto Istat: a rischio per consumo di alcol 8 milioni di italiani, è boom di e-cig

Per quanto riguarda l’eccesso di peso si osservano anche marcate differenze rispetto al titolo di studio. Tra le persone laureate la prevalenza di eccesso di peso è pari al 35,9% (28,9% in sovrappeso e 7,0% obese), sale al 47,1% tra i diplomati (35,7% in sovrappeso e 11,4% obese) e raggiunge il 56,4% (15,5% e 40,9%) tra quanti hanno al massimo la licenza media

Una fotografia dell’Italia dei “vizi”, e degli stili di vita che aumentano il rischio di sviluppare patologie croniche, viene fuori dal report Istat “Fattori di rischio per la salute: peso, sedentarietà, fumo e alcol (anno 2025)” pubblicato mercoledì primo aprile.

Più consumo di alcol a rischio nel Nord, e più fumatori nel Mezzogiorno

Le prevalenze più elevate di consumo di alcol a rischio si osservano specialmente nel Nord-est (17,9%) che precede di un solo punto percentuale il Nord-ovest (16,9%). Più distante la prevalenza di consumatori di alcol a rischio nel Centro (14,8%) e, soprattutto, nel Mezzogiorno (13,2% al Sud e 12,1% nelle Isole). Nel confronto con il 2024 si osserva un lieve aumento della prevalenza nelle regioni del Mezzogiorno (+0,6 punti) e, viceversa, una riduzione in quelle del Centro (-0,7) e del Nord (-0,6), con una conseguente lieve riduzione delle differenze territoriali esistenti. Il consumo di alcol a rischio è più elevato nei piccoli Comuni fino a 2mila abitanti (17,4%), mentre si mantiene più contenuto nei comuni periferie dell’area metropolitana (14,2%), nei Comuni centro delle aree metropolitane e nei grandi Comuni (14,6%).

Dall’altro lato, analizzando la distribuzione sul territorio, si osservano quote analoghe di fumatori su quasi tutte le aree del Paese, con il Mezzogiorno (20%) lievemente davanti al Centro (19,8%) e al Nord (19,0%). Tra il 2024 e il 2025 il report dell’Istat registra un lieve ma significativo incremento della quota di fumatori nelle regioni insulari (dal 21,6% al 22,3%) che segue il trend di aumento degli ultimi 10 anni (in questa ripartizione geografica nel 2015 i fumatori erano il 19,3%).

Otto milioni di persone consumatrici di alcol a rischio

In generale, nel 2025 il 15,1% della popolazione di 11 anni e più (pari a 8 milioni e 79 mila persone) ha almeno un comportamento a rischio di consumo di bevande alcoliche (consumo abituale eccedentario o ubriacature, il cosiddetto binge drinking). Tra gli uomini la quota è pari al 21,3% (5 milioni 565 mila persone) mentre tra le donne è pari al 9,1% (2 milioni 515 mila). Si riscontra una sostanziale stabilità nella proporzione dei consumatori a rischio rispetto al 2024 (15,0%). Il consumo abituale eccedentario riguarda l’8,3% della popolazione (11,4% gli uomini, 5,3% le donne), il binge drinking l’8,2% (12,0% gli uomini, 4,6% le donne).

Oltre quattro adulti su 10 in eccesso di peso

L’indagine dell’ente statistico affronta anche la questione dell’eccesso di peso. Nel 2025 è pari al 46,4% la quota di persone di 18 anni e più in eccesso di peso, tra queste il 34,8% è in sovrappeso e l’11,6% in condizione di obesità (5 milioni 750mila persone). Il dato è stabile rispetto a quanto registrato nell’ultimo triennio (era pari al 46,3% nel 2023). Tuttavia, l’analisi degli ultimi 10 anni mette in evidenza un incremento di 1,3 punti percentuali, determinato dalla componente dell’indicatore relativa all’obesità, passata dal 9,8% all’11,6%. È diminuita leggermente, invece, la quota relativa al sovrappeso, passata dal 35,5% nel 2015 al 34,8% nel 2025. L’incremento dell’obesità nel tempo ha riguardato in egual misura uomini e donne, interessando soprattutto la popolazione di 18-54 anni (+2,4 punti percentuali), mentre nelle altre classi di età il fenomeno si è mantenuto complessivamente stabile.

Alcolismo giovani

Mar26
da admin il 26 Marzo 2026 alle 10:11
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Malattie epatiche in aumento: alcol e obesità tra i giovani.

Obesità, diabete e consumo di alcol stanno ridisegnando la geografia delle malattie del fegato. In Italia la steatosi metabolica interessa circa il 25% della popolazione, mentre oltre 8 milioni di persone consumano alcol con modalità a rischio per la salute. Due fenomeni diversi ma sempre più intrecciati, che stanno spingendo la crescita delle malattie epatiche croniche e aumentando il rischio di cirrosi, tumore del fegato e necessità di trapianto. È questo uno dei temi principali al centro del 58° Annual Meeting dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), a Roma fino al 20 marzo presso il Centro Congressi Auditorium della Tecnica.

IL NUOVO SCENARIO DELLE MALATTIE EPATICHE
“Le malattie del fegato stanno cambiando profondamente e riflettono in modo sempre più evidente la trasformazione degli stili di vita della popolazione – osserva il Prof. Giacomo Germani, Segretario AISF – Steatosi metabolica e malattia alcol-correlata sono due facce della stessa crisi di salute pubblica: rappresentano patologie ad alta diffusione e ad alto impatto sociale, che richiedono diagnosi precoce, presa in carico appropriata e un forte investimento in prevenzione. È una sfida che riguarda non solo i clinici, ma l’intero sistema sanitario e la società civile”.

LA STEATOSI METABOLICA: MALATTIA DIFFUSA, SPESSO SILENZIOSA
La steatosi epatica associata a disfunzione metabolica è oggi la più comune tra le malattie croniche del fegato. I dati italiani confermano questo scenario: la survey AISF recentemente presentata al Senato della Repubblica, condotta su 43 unità operative di 41 ospedali, mostra che ogni centro segue in mediana 300 pazienti con MELD/MASH e registra 50 nuovi casi l’anno; circa il 40% dei pazienti presenta già una fibrosi significativa (F2–F3) e il 20% ha già sviluppato cirrosi. Inoltre, tra i pazienti in carico, la prevalenza mediana di diabete è del 40% e quella di obesità del 50%. Nella Regione europea dell’OMS quasi un bambino su tre in età scolare vive con sovrappeso o obesità: un dato che riflette il profondo cambiamento degli stili di vita e il crescente peso delle malattie metaboliche.

“La steatosi metabolica può restare a lungo silente, ma in una quota rilevante di pazienti evolve verso forme più aggressive, con fibrosi, cirrosi e tumore del fegato – spiega il Prof. Salvatore Petta, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo – Il problema è intercettare precocemente chi ha un rischio reale di progressione, soprattutto tra le persone con obesità o diabete, perché oggi abbiamo finalmente strumenti diagnostici non invasivi e nuove prospettive terapeutiche che possono cambiare la storia della malattia”.

LE PRIME TERAPIE SPECIFICHE. IL RUOLO CHIAVE DELL’EPATOLOGO
Accanto a dieta, attività fisica e controllo del rischio, infatti, si affacciano terapie mirate per una quota di pazienti con malattia più avanzata. Il documento di indirizzo clinico AISF segnala che Resmetirom e Semaglutide sono i primi farmaci ad aver dimostrato efficacia istologica negli studi di fase 3 per i pazienti con MASH e fibrosi significativa, e propone un framework strutturato per identificare, selezionare e monitorare i pazienti eleggibili. Questo, però, apre anche un tema organizzativo: la survey AISF segnala che nei centri italiani l’epatologo è stabilmente inserito nei team per la gestione dell’obesità solo nel 23% dei casi, mentre nel 44% non ne fa parte.

ALCOL: UN PROBLEMA ANCORA APERTO, TRA GIOVANI, STIGMA E FORME GRAVI
Accanto alla steatosi metabolica, resta forte l’impatto della malattia epatica alcol-correlata, che continua a rappresentare una delle principali cause di cirrosi e trapianto di fegato. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, nel 2022 circa 8 milioni di italiani hanno consumato alcol in quantità considerate a rischio per la salute, mentre tra i 18 e i 24 anni si contano circa 660mila giovani consumatori a rischio.

“Nonostante decenni di prevenzione, l’impatto sociale della malattia epatica alcol-correlata resta molto forte – osserva la Prof.ssa Patrizia Burra, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Padova – Quello che ci preoccupa da tempo è anche il cambiamento delle modalità di consumo tra i giovani, perché il binge drinking e il consumo inappropriato di alcol possono avere conseguenze non solo familiari, scolastiche e lavorative, ma anche epatiche molto severe. La malattia alcol-correlata non è solo il risultato di un consumo eccessivo protratto nel tempo, ma una patologia complessa, progressiva e potenzialmente fatale. Nella maggior parte dei casi evolve dalla steatosi alla fibrosi, poi alla cirrosi e, in circa il 6% dei casi l’anno, all’epatocarcinoma. Nelle forme acute più severe, come l’epatite alcolica, la mortalità a sei mesi può arrivare fino al 60%, rendendo fondamentale una presa in carico tempestiva e multidisciplinare”.

LO STIGMA E IL RITARDO NELLE CURE
Uno dei punti più delicati riguarda lo stigma, che pesa sia nella malattia metabolica sia in quella alcol-correlata. La EASL–Lancet Liver Commission ha evidenziato che lo stigma nelle malattie del fegato genera discriminazione, riduce la ricerca di cure e contribuisce a una minore allocazione di risorse, con un impatto negativo sugli esiti clinici. “Il paziente che ha problemi legati all’alcol tende spesso a sentirsi giudicato e quindi arriva tardi ai servizi sanitari – aggiunge la Prof.ssa Patrizia Burra – Ciò accade anche nelle persone con obesità o diabete. Quando il primo contatto con il medico è tardivo, la malattia è già progredita e le possibilità di intervento si riducono”.

IL TRAPIANTO NELLE FORME PIÙ GRAVI
Negli ultimi anni anche l’approccio al trapianto di fegato nelle forme più severe di malattia alcol-correlata è profondamente cambiato. In passato l’accesso al trapianto era subordinato alla cosiddetta “regola dei sei mesi”, che prevedeva un periodo minimo di astinenza dall’alcol prima di poter inserire il paziente in lista d’attesa. Oggi, sulla base di nuove evidenze scientifiche, questo criterio non è più considerato assoluto: nei casi di epatite alcolica grave, caratterizzata da una mortalità che può arrivare fino al 60% a sei mesi, il trapianto precoce può rappresentare l’unica possibilità di sopravvivenza per pazienti accuratamente selezionati.

“La gestione di questi pazienti richiede una valutazione multidisciplinare molto rigorosa – spiega la Prof.ssa Patrizia Burra – che coinvolge non solo epatologi e chirurghi dei trapianti, ma anche psicologi, psichiatri e educatori. L’obiettivo è identificare i pazienti che possono beneficiare del trapianto e accompagnarli in un percorso di cura e di recupero complesso”.

Alcolismo giovani

Mar05
da admin il 5 Marzo 2026 alle 9:52
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Psicologia 

Basta un post: perché vedere un influencer che beve ci fa venire voglia di alcol

Effetto “contagio” sui social: i giovani esposti a contenuti con alcol (anche non pubblicitari) hanno il 73% di probabilità in più di voler bere. Come Instagram modella le nostre abitudini.

Un influencer che si mostra sui social intento a bere alcol in una scena apparentemente casuale della sua quotidianità ha un potere di persuasione determinante sui suoi giovani follower, e li spinge a desiderare alcolici a loro volta. Uno esperimento online appositamente ideato da un gruppo di scienziati statunitensi dimostra che non dovremmo preoccuparci soltanto della quantità di tempo che i ragazzi trascorrono online, ma anche dei contenuti di cui fruiscono, in modo più o meno intenzionale, che hanno un effetto diretto e misurabile sulle loro abitudini di vita.

Nella ricerca, pubblicata su JAMA Pediatrics, gli scienziati della Rutgers Health e dell’Università di Harvard hanno dimostrato che i giovani adulti che vedono un influencer consumare bevande alcoliche in post non sponsorizzati, ma semplicemente in contesti apparentemente naturali, provano subito dopo un impulso ad avvicinarsi all’alcol a loro volta, in modo assai più probabile rispetto a quello che sentono i loro coetanei che hanno visto gli stessi influencer intenti in altre attività, in cui l’alcol non è presente.

Gli autori dello studio affermano che il loro esperimento è il primo trial randomizzato (cioè il primo studio clinico controllato in modo da ridurre errori interpretativi) a provare che l’esposizione a contenuti in cui si beve alcol sui social stimola il desiderio di bere.

Influenze… negative

Gli scienziati hanno collaborato con YouGov, un istituto che si occupa di ricerche di mercato e analisi dei dati, per reclutare un gruppo di giovani adulti tra i 18 e i 24 anni che sono stati assegnati in modo casuale a due feed: due elenchi aggiornati di contenuti pubblicati su Instagram, con 20 contenuti da scrollare, creati in modo da sembrare una tipica sequenza di post da scrollare.

Nel primo caso, gli utenti hanno osservato 20 post in cui alcuni influencer consumavano alcol, o erano coinvolti in scene che suggerivano un imminente consumo di alcolici: per esempio, mentre sorseggiavano del vino da un bicchiere durante la preparazione della cena. Nel secondo caso, gli stessi influencer venivano mostrati da soli o con le stesse persone del feed precedente, in contesti simili ma senza la presenza di alcol: per esempio, mentre bevevano una cioccolata in cucina.

Gli utenti abbinati al primo dei due feed hanno avuto in seguito una probabilità maggiore del 73% di riportare il desiderio di consumare alcol, rispetto ai coetanei abbinati al secondo feed. Nei partecipanti che ritenevano gli influencer affidabili, onesti e credibili, questo desiderio è parso oltre cinque volte più probabile.

Tutto questo, a parità di consumi di alcol nella vita reale, di utilizzo dei social e di precedenti esposizioni a pubblicità di alcolici: i dati riferiti sono quelli puramente derivati dai comportamenti di emulazione dei propri riferimenti online.

L’obiettivo con l’alcol è ritardare il primo approccio

A preoccupare gli scienziati è il fatto che nessuno dei contenuti proposti fosse una pubblicità chiara ed esplicita di alcolici: il condizionamento riesce perfettamente, non è chiaro se in modo più o meno efficace, anche con suggerimenti molto più subdoli e sottili.

La generazione dei nativi digitali (Gen Z) è considerata più refrattaria ai consumi di alcol rispetto alle precedenti e meno incline a consumarlo in contesti ricreativi. Questa è la buona notizia: la cattiva è che chi invece beve, è più incline al binge drinking. Studi scientifici ci dicono che prima si inizia a bere alcol, più probabile sarà avere problemi legati al suo consumo eccessivo in seguito.

Dunque, «ritardare l’iniziazione all’alcol è una strategia di prevenzione chiave» spiega Alex Russell, Professore associato di Psichiatria alla Harvard Medical School e coautore dello studio. «E siccome gli spazi online e i social forgiano in modo crescente i comportamenti sui consumi di alcolici, le strategie di prevenzione devono anche concentrarsi su questi ambienti digitali».

Il mondo online determina i comportamenti offline

L’esperimento riapre il dibattito sul peso dei contenuti consumati sui social nella vita reale dei giovani adulti. Per quanto riguarda l’alcol, i prossimi passi saranno capire quanta influenza abbiano i post sponsorizzati e i contenuti con alcolici generati da “semplici” amici, e capire meglio come esposizione ripetuta e comportamenti siano collegati.

Alcolismo giovani

Feb18
da admin il 18 Febbraio 2026 alle 9:57
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Alcol e giovani Tredicenni a scuola con la borraccia piena di vodka

L’età della prima sbronza è sempre più bassa, e alle scuole medie i superalcolici girano già tra i banchi. Un comportamento in controtendenza con quello di Gen Z e millennial

Ilenia è un nome di fantasia, ma la sua storia è vera, come quella di tante sue coetanee. Ha tredici anni compiuti da poco, e fa la terza media in una scuola privata. I capelli piastrati tinti di nero, il trucco un po’ troppo pesante per la sua età, i jeans a vita bassissima e un top che lascia scoperto l’ombelico: tutto come prescrive la moda del momento. E nello zaino una borraccia di quelle ecologiche. Ma dentro non c’è acqua naturale, c’è vodka alla mela. Le sue compagne di classe porteranno sambuca, altra vodka ma al melone, oppure Strega. Hanno finito da poco di fare colazione con latte e biscotti, e in classe iniziano a passarsi la borraccia sotto i banchi, bevendo tanto che alle 10, per l’intervallo, faticano a schiacciare i bottoni delle macchinette che distribuiscono merendine.

L’allarme è sempre più forte: i ragazzini bevono superalcolici, li bevono nelle scuole o nelle piazze cittadine subito dopo le lezioni, e iniziano a berli sempre più giovani. I giornali riportano casi di coma etilico tra i quattordicenni, denunce social di genitori spaventati, interventi di medici e docenti. Il professor Matteo Bassetti è recentemente intervenuto a commentare l’abitudine di alcuni ragazzini di far “colazione” con lo spritz al bar, sottolineando come si inizi a consumare alcol sempre prima, con un’età che si abbassa addirittura a undici-dodici anni: «Il fenomeno tocca le scuole – scrive – con casi di superalcolici portati in classe, provocando danni cerebrali, calo dell’attenzione e rischi per la salute fisica e mentale».

Sembra assurdo pensare a bambini (perché a undici anni si è bambini) che si ubriacano di primo mattino, ancora più assurdo se pensiamo a quanto spesso leggiamo di una tendenza opposta tra i giovani adulti: si parla frequentemente di una diminuzione di vendite di vini e spirits, e di una tendenza sempre più forte al consumo di bevande no alcol o low alcol. Una narrazione che vede i millennial e la Gen Z dedicare grande attenzione alla salute e al controllo si sé. Ma questa fotografia stride con i dati riguardanti le generazioni più giovani: si disegna così uno iato anagrafico che divide gli adolescenti dai venti-trentenni.

E se la tendenza al bere poco alcolico sembra riservata a classi sociali agiate, il comportamento che spinge i ragazzini verso quella che è a tutti gli effetti una dipendenza è invece socialmente trasversale: non sono più gruppi di ragazzi disagiati ed emarginati a bere in strada, ma anche figli di “buona famiglia”, coccolati e spesso viziati, che recuperano vodka e sambuca in casa loro, o che le comprano al supermercato a volte con l’aiuto e la complicità di amici più grandi.

I dati riportano che il primo contatto con l’alcol avviene mediamente tra gli undici e i tredici anni, e che la prima ubriacatura si ha sotto i quattordici anni. «Secondo una ricerca condotta dal Gruppo Ceis su oltre 1.400 ragazzi tra i quattordici e i diciannove anni, il 62 per cento degli adolescenti consuma bevande alcoliche». A preoccupare sono anche fenomeni come il binge drinking, sorta di abbuffata alcolica, sempre più diffusa tra gli adolescenti, così come la moda del drelfie (drunk-selfie), che vede i ragazzini fotografarsi ubriachi per postare le loro immagini sui social. E i social aiutano anche ad organizzare le merende alcoliche nelle scuole: il tam-tam di messaggi è fondamentale per sapere chi ha a disposizione le bevande e le può portare per condividerle con gli amici. Ovviamente ci sono anche studenti che si ribellano a questa situazione, denunciando i compagni ubriachi, e spesso molesti, a casa e con gli insegnanti.

I genitori chiedono interventi più decisi da parte dei docenti, ma i dirigenti scolastici rispondono con l’impossibilità di perquisire gli zaini. Si cerca quindi in genere di creare consapevolezza con corsi e lezioni mirate, ma fondamentale rimane la collaborazione tra scuola e famiglia. E in generale è bene ricordare che i giovanissimi non sono in grado di metabolizzare l’alcol come gli adulti, e che un consumo di questo genere può causare, oltre che un calo dell’attenzione e del rendimento scolastico, anche danni cerebrali e rischi importanti per la salute fisica e mentale.

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