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Alcolismo giovani

Ott22
da admin il 22 Ottobre 2025 alle 17:53
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«Oggi solo alcol, non ha zuccheri». Il digiuno per ubriacarsi e dimagrire: cos’è la “drunkoressia” e quali sono i rischi

Tra i giovani è sempre più diffusa: c’è chi salta i pasti, chi assume lassativi o chi si auto-induce il vomito per permettere all’alcol di entrare immediatamente in circolo. L’impatto sul corpo e sul cervello è però devastante
«Solo gin e acqua tonica, zero zuccheri». Insomma bere alcolici per dimagrire, soprattutto se si lascia a parte il pasto solido. È questa la pericolosa moda che si sta diffondendo capillarmente tra i più giovani, soprattutto minorenni. E che va di pari passo al ben più radicato “binge drinking”, buttare giù un bicchierino – o bicchiere – dopo l’altro senza sosta per raggiungere il proprio obiettivo: ubriacarsi. L’allarme arriva direttamente dall’Istituto superiore di sanità e dall’Osservatorio nazionale alcol, secondo cui 1,37 milioni di giovani tra gli 11 e i 25 anni sono usi a modalità di consumo alcolico «a rischio». Di questi, 615 mila non hanno raggiunto i 18 anni.

Il “binge drinking”, una normalità per quasi 5 milioni di italiani
Bere per moda, bere per gioco, bere fino a star male: la pratica del “binge drinking” è ben radicata nella cultura giovanile, e non a partire da questa generazione. Nel 2023 il 10,2% dei ragazzi e il 6,3% delle ragazze tra 11 e 24 anni almeno una volta lo ha praticato, soprattutto nelle classiche uscite serali del weekend. Per gli adulti, tra i 25 e i 64 anni, il “binge drinking” di certo non svanisce ma rimane una moda soprattutto maschile: 14,3% contro il 5,5% delle donne. In totale, nell’anno 2023, sono 4,13 milioni gli italiani che sono usciti la sera con l’obiettivo di far seguire a un bicchiere un altro bicchiere. «Non sono più serate folli, è uno stile di vita che subisce pressioni sociali e preme su fragilità individuali», è il monito di Federazione italiana medici pediatri.

La “drunkoressia”, digiunare per ubriacarsi: i rischi sono elevatissimi
Ancor più pericoloso, e più diffuso tra i giovani causa social, è la cosiddetta “drunkoressia”. Il significato lo si intende dalla parola stessa, crasi di “drunk” (ubriaco) e “anorexia”. In poche parole, i giovani e le giovani rinunciano ai pasti per permettere all’alcol di avere il massimo effetto. Per tagliare le calorie, da recuperare poi a suon di drink, non c’è solo chi digiuna: si va dall’esercizio fisico estremo al vomito auto-indotto fino all’uso di lassativi. Così basta un bicchiere, anche piccolo, perché l’alcol entri in circolo. Soprattutto se bevuto «a testa bassa», per accelerare ancor di più il processo. Pratiche che non perdonano: malnutrizione, squilibri metabolici, cefalea, gastriti fino a blackout neurologici ne sono la diretta conseguenza. Accompagnati da un peso psicologico da non sottovalutare: ansia, senso di colpa, isolamento e un rischio sempre più elevato che quella “drunkoressia” diventi a tutti gli effetti anoressia o bulimia.

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Alcolismo giovani

Ott07
da admin il 7 Ottobre 2025 alle 10:15
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Alcol, fumo e sesso non protetto: tutti i rischi che i giovani dimenticano

Basta poco per diventare dipendenti da alcolici e tabacco. E smettere è sempre più difficile

Avere 20 anni e non avere paura. Un titolo – quello dell’incontro al Festival di Salute a Padova – che racconta bene quello che i giovani pensano dei rischi che li circondano. Li sottovalutano, pensano che “tanto non capiterà a me”. Lo abbiamo fatto tutti, probabilmente, a 20 anni. Ci credevamo immortali e invincibili e per fortuna siamo ancora qui a raccontarlo. Ma i rischi di comportamenti sbagliati – e di malattie prevenibili legate a quei rischi che magari si manifestano 40 anni dopo – sono sempre dietro l’angolo. Basti pensare che i fattori di rischio legati a comportamenti personali sono responsabili di circa un terzo della mortalità, della morbilità e disabilità complessiva nel mondo.

Quelli che dipendono dall’alcol

Sul palcoscenico del Festival di Salute a Padova il 10 ottobre alle 11 discuterà dei rischi legati al consumo di alcol – e sì, ammettiamo che sia dura parlarne nella patria dello spritz e del prosecco – il professor Giovanni Addolorato, direttore dell’Unità di Medicina Interna e Patologie alcol correlate della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma. Addolorato da anni gestisce l’ambulatorio di Alcologia della Fondazione Policlinico Gemelli, che vede ogni anno circa 220 pazienti, un terzo dei quali ha tra i 17 e i 25 anni. E non parliamo soltanto di ragazzi che bevono troppo nel fine settimana – i binge drinker di cui sempre si parla, che bevono tanto alcol a digiuno in poche ore, verosimilmente nel fine settimana – o almeno non solo.

La birretta con gli amici

Parliamo di ragazzi che bevono ogni giorno, magari una o due birre con gli amici prima di tornare a casa, o qualche drink dopo cena. Parliamo insomma di dipendenza alcolica vera e propria, di cui spesso le famiglie non si accorgono. O si accorgono quando è tardi e i comportamenti dei figli diventano aggressivi e violenti. Per non parlare dei rischi per la salute che si sintetizzano in una sola considerazione: prima dei 21 anni il nostro corpo non è in grado di metabolizzare l’etanolo dell’alcol, che quindi rimane in circolo e danneggia tutti gli organi, compreso il cervello alterando le comunicazioni neuronali e impedendone quindi lo sviluppo. Un cervello che resta adolescente.

Il fumo tradizionale e i nuovi dispositivi

Poi c’è il fumo. Irretiti dai nuovi prodotti elettronici, che hanno un look accattivante e che vengono considerati meno rischiosi della sigaretta tradizionale – quando ormai è invece dimostrato che sono prodotti da fumo a tutti gli effetti, sia le e-cig che i prodotti a tabacco riscaldato – i più giovani sono stati “catturati” all’amo dalle industrie del tabacco che non a caso stanno diversificando i prodotti per raggiungere nuovi consumatori. E quali meglio dei giovani che hanno una vita davanti di consumo? Una volta creata la dipendenza il gioco è fatto, e si diventa policonsumatori. “Fumano tutto – precisa Silvano Gallus, responsabile del Laboratorio di Ricerca sugli Stili di vita dell’Istituto Mario Negri – le sigarette tradizionali dove possono e le e-cig e i dispositivi a tabacco riscaldato anche di nascosto, perché puzzano poco o niente. E quell’aspirare continuo crea una dipendenza ancora più forte, per cui smettere è ancora più difficile”.

E le malattie sessualmente trasmesse

Infine il capitolo malattie sessualmente trasmesse: secondo i dati dell’Istituto superiore di Sanità, relativi al 2023, i casi sono in aumento del 16,1 per cento rispetto al 2021 con aumenti più che significativi per gonorrea (+83,2 per cento), sifilide (+25,5 per cento) e infezioni da clamidia (+21,4 per cento). Ma, differenziando per fasce d’età, si nota la criticità dei giovani: quelli tra 15 e 24 anni mostrano una prevalenza di infezione da Clamidia tripla rispetto a chi è più vecchio, mentre la prevalenza di infezione da Hiv tra chi ha una malattia sessualmente trasmessa confermata nel 2023 è di 12,6 per cento, circa quaranta volte più alta di quella stimata negli adulti italiani. Si può fare qualcosa? Di cose se ne possono fare molte ma, soprattutto, bisogna aumentare la consapevolezza dei ragazzi e delle ragazze, educarli alla salute sessuale che passa attraverso le regole del sesso sicuro, che prevedono l’utilizzo del condom, la riduzione del numero dei partner sessuali, evitare l’uso di sostanze stupefacenti e ridurre l’alcol. Perché alcol, fumo e sesso senza precauzioni sono rischiosi in sé e insieme non aggiungono ma moltiplicano i rischi.

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Bestemmia calcio

Ott01
da admin il 1 Ottobre 2025 alle 10:14
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Bestemmia nel minuto di silenzio per Papa Francesco allo stadio: il tifoso scatena la rabbia dei rivali. Squadra multata di 5mila euro

Lancia una bestemmia durante il minuto di silenzio per ricordare Papa Francesco durante la partita di calcio di Serie B Frosinone-Spezia, la società ligure multata per 5mila euro. È successo nella gara che si è disputata allo stadio “Stirpe” lo scorso 25 aprile. L’espressione blasfema urlata da un supporter spezzino si è sentita distintamente tanto che dal settore dei tifosi del Frosinone, dopo il minuto di raccoglimento, sono partiti i fischi all’indirizzo della curva degli ospiti. La vicenda non è sfuggita al giudice sportivo che ha multato la società dello Spezia per 5mila euro.

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Alcolismo giovani

Set23
da admin il 23 Settembre 2025 alle 11:28
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l grido d’allarme del parroco: “Canne e alcol prima della scuola”

Monsignor Stefano Zanella racconta lo scenario che vede ogni mattina davanti alla sua chiesa: “Se parli con i genitori di quello che fanno i loro figli, ti rispondono che non ti devi permettere”

Per terra, lungo il muro, ci sono i mozziconi. Il tabacco è stato tolto, li hanno usati per farsi le ’canne’, sigarette alla marijuana. E l’aria, la mattina presto, profuma d’erba, quella fumata per stordirsi. In un angolo, oltre una striscia di prato, c’è anche una bottiglia, vuota. E’ liquore, Aperol, quello che si usa per fare gli spritz, per l’aperitivo. Che in genere è intorno alle 19, le sette di sera. Qui invece, davanti alla parrocchia dell’Immacolata Concezione di Maria Vergine, piazzale Dante Alighieri, alcuni studenti giocano d’anticipo. Già la mattina, prima del suono della campanella, l’aria è densa di ’fumo’.

Fuori moda la birra. Vanno a whiskey, buttato giù a sorsate appena un’ora dopo essere scesi dal letto per andare a scuola. Si piazzano lungo un lato della chiesa, dove ci sono alcune nicchie che diventano bivacchi. Alcuni di questi giovanissimi si siedono e si bevono la vita sui davanzali delle finestre, oltre i vetri le sale della parrocchia. E così, già ubriachi, entrano in classe. E’ preoccupato monsignor Stefano Zanella, il parroco. Per la deriva che alcuni giovani stanno prendendo, ormai da qualche anno. “Possibile che mi accorga solo io di quello che succede qui, di quello che avviene ogni mattina quando i ragazzi vanno a scuola?”, una domanda che resta sospesa, in attesa di una risposta che non arriva, lo sguardo a quel tappeto di mozziconi, cartacce. Il cestino lì vicino, inutile souvenir.

Ha parlato con questi ragazzi?

“Certo, proprio l’altro giorno ho provato a confrontarmi con uno di loro. Aveva una sigaretta alla marijuana, fumava. Gli ho chiesto perché lo faceva, perché si buttava via così. Mi ha risposto, ma cosa vuole che mi facciano due tiri?”

I genitori?

“Mi ha detto che li vede solo alle cinque del pomeriggio, che non si accorgono di nulla”

Ha provato a parlare con le famiglie di questi adolescenti?

“Certo. E vuole sapere cosa rispondono?”

Prego

“Che non ti devi più permettere, che i loro ragazzi non fanno certe cose, che sono bravi ragazzi”

Cominciano a bere prima di entrare a scuola, entrano nelle aule ubriachi?

“Sì, fanno colazione con le bottiglie di Aperol, con i superalcolici e poi vanno in classe, per fare lezione”

E di quello che succede si accorge solo lei

“Evidentemente sì. I genitori, i ragazzi che frequentano la parrocchia sono preoccupati”

Che tipo di attività fate con i vostri ragazzi?

“In questo territorio della città la realta pastorale ancora funziona. Tra i Salesiani e San Benedetto e la parrocchia dell’Immacolata molti giovani si accostano ad un percorso educativo che è al di fuori di quello di altre agenzie”

Non è solo un percorso religioso

“E’ certo un percorso religioso, ma non solo. Accoglie persone che hanno voglia di mettersi in cammino, in un percorso di vita, fatto di impegno nel sociale. Sono riuscito a fare come ogni anno un campo per i ragazzi delle scuole medie, per i ragazzi delle superiori. Eravamo una cinquantina di persone tra educatori e giovani. Durante tutto l’arco dell’anno facciamo attività pastorale. La possibilità di fare qualcosa di diverso c’è, vogliamo garantirlo per i giovani. Il grido che lancio è proprio questo. Le agenzie educative sembrano non accorgersi del disagio nel quale alcuni di questi ragazzi vivono”.

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Alcolismo Giovani

Set02
da admin il 2 Settembre 2025 alle 15:46
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Giovani e ludopatia: Alessia Marcaccio, è un problema enorme ma occorre lavorare sulla vera causa
Con l’espansione che il fenomeno del gioco legale ha avuto negli ultimi 20 anni è cresciuto anche l’allarme sulle ludopatie, una forma di dipendenza che purtroppo colpisce sempre di più anche i giovani. Chi la sviluppa fa però una fatica maggiore a riconoscere di avere bisogno di aiuto, anche perché il gioco – come l’alcol – è una sostanza legale. Per contrastarla le campagne proibizionistiche servono a poco, come non ha senso distruggere le vigne per eliminare l’alcolismo. Sia perché il gioco come attività in sé è una componente fondamentale per lo sviluppo della personalità; sia perché la dipendenza è il sintomo, ma le cause vanno cercate altrove. Di tutto questo abbiamo discusso con la dottoressa Alessia Marcaccio che ricopre le funzioni di direttrice clinica del Centro San Nicola.

Dottoressa Marcaccio, secondo lei, quanto sono allarmanti i dati sui minori che giocano d’azzardo?
Molto, anche perché portano subito a farsi un’altra domanda: questi dati passano per vari enti che li elaborano. Ma poi c’è un mondo sommerso, popolato da tutti quei soggetti che non si sono mai rivolti al servizio, non si sono mai rivolti a uno psicologo, non si sono mai rivolti a nessuno. Quanta gente c’è oggi che sta giocando e non rientra in quel dato? Oltretutto, occorre riportare questa ricerca al mondo in cui viviamo, dove le relazioni interpersonali sono sempre più rarefatte, e ci siamo abituati a rimanere chiusi in casa, o in una stanza, e ci limitiamo a interagire con un mondo virtuale che è fatto non solo di scommesse, ma anche di giochi di ruolo, di giochi virtuali. Il problema che sta a monte di questi dati è come funzionano oggi i nostri giovani: non sono in grado di avere un confronto faccia a faccia con un altro essere umano, ma riducono tutto al feedback dei social, alle connessioni che si hanno in quella realtà.

Questo problema, nel caso della ludopatia, è ancora maggiore, visto che il gioco su internet ha registrato una crescita esponenziale negli ultimi anni. Viene da pensare che l’aumento dei giocatori giovani sia dovuto anche al fatto non è più necessario andare fisicamente in una sala… C’è la possibilità di prevenire il fenomeno?
Nel corso degli anni sono state lanciate tantissime iniziative di prevenzione. Basti pensare alle varie campagne contro le macchinette, le varie iniziative No-slot, zero-slot… A mio avviso, tuttavia, si tratta di iniziative abbastanza controverse. So di essere una voce fuori dal coro, ma non si può arrivare a distruggere le vigne per combattere l’alcolismo. L’obiettivo non deve essere quello di proibire, ma quello di educare a come si gioca in maniera responsabile, spontanea. Il gioco fa parte della nostra vita, è una componente importantissima, i bambini attraverso il gioco vanno a strutturare poi le loro prime relazioni interpersonali, e il gioco è uno strumento che permette di imparare a regolare le proprie emozioni. Quindi, occorre lavorare invece a monte, e capire per quale ragione una persona finisce con l’appoggiarsi al gioco. E la motivazione potrebbe essere nel fatto che l’adolescente si sente solo, non viene riconosciuto, non si sente ascoltato, non si sente parte integrante di un sistema familiare o di un sistema scolastico. Occorre fare un passo indietro, allora, e capire a quel ragazzo quali strumenti stiamo proponendo, che tipo di relazioni stiamo insegnando. Sempre più spesso i genitori – quando un bambino più piccolo si mette a piangere – non perdono tempo a capire quale sia il problema, ma gli mettono in mano un telefonino. E in questo modo sono i primi a insegnare ai figli che lo schermo, il giochino è il regolatore emotivo. A quel punto, ogni volta che si manifesta il sintomo, lo schermo diventa la soluzione.

Secondo una ricerca, le motivazioni che spingono a giocare sono tre: il desiderio di guadagnare denaro, la sfida, e la noia. Secondo lei, ci sono altre motivazioni?
Questi sono tre motivi molto validi, ma ci sono tantissime altre motivazioni che portano poi le persone a giocare. Io penso a tutte quelle persone che magari hanno una situazione finanziaria non ideale, che magari arrivano da un fallimento. Il Covid ci ha messo davanti alla precarietà, quanti imprenditori si sono tolti la vita perché si sono visti distruggere l’azienda in pochissimi mesi? Ma bastano la perdita del lavoro, o una separazione. Quanti padri vanno in difficoltà perché dopo una separazione devono versare gli assegni di mantenimento, prendere in affitto un’altra casa…

Che età hanno i ludopati che si rivolgono al Centro San Nicola?
Noi lavoriamo solo con maggiorenni, quindi non lavoriamo con questa fascia di adolescenti e preadolescenti. Per il resto non abbiamo un profilo tipo, abbiamo lavorato con pazienti di 25 anni come con pazienti di 60. Dipende dalla richiesta di aiuto, come viene fatta, a che punto della propria vita viene fatta, perché. Lavorare con un giocatore è in parte diverso rispetto al lavorare con chi ha una dipendenza sostanze. Anche perché è difficile che un soggetto accetti di rimanere al Centro, se ha delle situazioni debitorie: il giocatore cade nella trappola di pensare che basterà un’altra giocata, per vincere e sistemare i debiti. Il primissimo intervento – nel caso dei ludopati – è di creare una rete di professionisti – anche legali e commercialisti… – che lavorino sulla situazione debitoria. A quel punto si può intraprendere un percorso di recupero.

Può tracciare un profilo del paziente-tipo che si rivolge al Centro San Nicola?
Prevalentemente abbiamo un’utenza maschile, le donne fanno più fatica a chiedere aiuto perché c’è maggiore vergogna, c’è maggiore solitudine. La componente femminile rappresenta sempre una percentuale molto ridotta. Raramente abbiamo pazienti al di sotto i 20 anni, la maggior parte ha un’età che va dai 40 ai 60 anni. Lavoriamo con persone che hanno già una buona consapevolezza di aver un problema di dipendenza. E questo in un certo senso semplifica il percorso, perché non occorre lavorare tanto tempo sulla fase dell’ambivalenza e della frattura interiore, per arrivare all’accettazione della malattia.

I giocatori patologici sono più restii a ammettere la dipendenza, rispetto a altri soggetti?
Sì, osserviamo lo stesso fenomeno nel caso degli alcolisti. Fanno una fatica maggiore ad ammettere di avere un problema. Questo dipende anche dal fatto che alcol e gioco sono legali. L’idea generale è che la dipendenza sia quella dalle droghe. Invece i giochi e gli alcolici li troviamo ovunque: al supermercato, al negozietto sotto casa… è quindi difficile ammettere di avere una problematica.

Si sostiene generalmente che ludopatia e alcolismo abbiano dei tratti in comune, cosa li differenzia dalle altre dipendenze?
In realtà la matrice di tutte le dipendenze è la stessa, si cerca un’evasione da una realtà che non ci fa sentire a nostro agio, che non si riesce a gestire, che non si può tollerare. Il gioco, l’alcol, la droga etc. a quel punto diventano un regolatore emotivo, lo strumento per attivare i circuiti cerebrali dell’appagamento e della gratificazione. Ognuno sceglie poi la sostanza che gli garantisce una determinata sensazione: la cocaina esalta, l’eroina seda…

In un percorso di recupero il pericolo di ricaduta è maggiore nel caso del gioco d’azzardo?
Il pericolo di ricaduta è uguale per tutti. Stiamo parlando di una patologia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce cronica, progressiva e mortale. Già nel cronico è implicito il rischio di ricaduta, se non si utilizzano gli strumenti di cui abbiamo parlato. E il rischio è sempre elevato se il paziente torna a casa con la consapevolezza che il contesto che ha lasciato è rimasto lo stesso. Deve comprendere invece che dovrà essere lui stesso, o lei stessa, a costruire delle modalità di funzionamento diverse e quindi gestire in maniera diversa quel contesto. Anche per questo è fondamentale poter contare su una rete di sostegno, e attuare tutto quello che si è appreso durante il periodo in struttura. Più si rimane in questa rete – che può essere rappresentata anche da professionisti privati, a da gruppi di mutuo aiuto – più si interiorizzano il percorso di recupero e le skills per gestire le situazioni che spingevano a giocare.

I ludopati arrivano quando purtroppo è molto tardi, cioè quando hanno già perso somme ingenti e compromesso i rapporti familiari?
Non necessariamente, molti hanno ancora la famiglia accanto e – per quanto i familiari possano provare del risentimento – i rapporti sono rimasti solidi. Per altri la situazione è più compromessa, occorre ripartire da zero e ricostruire la fiducia in queste relazioni.

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