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Alcolismo giovani

Mar26
da admin il 26 Marzo 2026 alle 10:11
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Malattie epatiche in aumento: alcol e obesità tra i giovani.

Obesità, diabete e consumo di alcol stanno ridisegnando la geografia delle malattie del fegato. In Italia la steatosi metabolica interessa circa il 25% della popolazione, mentre oltre 8 milioni di persone consumano alcol con modalità a rischio per la salute. Due fenomeni diversi ma sempre più intrecciati, che stanno spingendo la crescita delle malattie epatiche croniche e aumentando il rischio di cirrosi, tumore del fegato e necessità di trapianto. È questo uno dei temi principali al centro del 58° Annual Meeting dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), a Roma fino al 20 marzo presso il Centro Congressi Auditorium della Tecnica.

IL NUOVO SCENARIO DELLE MALATTIE EPATICHE
“Le malattie del fegato stanno cambiando profondamente e riflettono in modo sempre più evidente la trasformazione degli stili di vita della popolazione – osserva il Prof. Giacomo Germani, Segretario AISF – Steatosi metabolica e malattia alcol-correlata sono due facce della stessa crisi di salute pubblica: rappresentano patologie ad alta diffusione e ad alto impatto sociale, che richiedono diagnosi precoce, presa in carico appropriata e un forte investimento in prevenzione. È una sfida che riguarda non solo i clinici, ma l’intero sistema sanitario e la società civile”.

LA STEATOSI METABOLICA: MALATTIA DIFFUSA, SPESSO SILENZIOSA
La steatosi epatica associata a disfunzione metabolica è oggi la più comune tra le malattie croniche del fegato. I dati italiani confermano questo scenario: la survey AISF recentemente presentata al Senato della Repubblica, condotta su 43 unità operative di 41 ospedali, mostra che ogni centro segue in mediana 300 pazienti con MELD/MASH e registra 50 nuovi casi l’anno; circa il 40% dei pazienti presenta già una fibrosi significativa (F2–F3) e il 20% ha già sviluppato cirrosi. Inoltre, tra i pazienti in carico, la prevalenza mediana di diabete è del 40% e quella di obesità del 50%. Nella Regione europea dell’OMS quasi un bambino su tre in età scolare vive con sovrappeso o obesità: un dato che riflette il profondo cambiamento degli stili di vita e il crescente peso delle malattie metaboliche.

“La steatosi metabolica può restare a lungo silente, ma in una quota rilevante di pazienti evolve verso forme più aggressive, con fibrosi, cirrosi e tumore del fegato – spiega il Prof. Salvatore Petta, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo – Il problema è intercettare precocemente chi ha un rischio reale di progressione, soprattutto tra le persone con obesità o diabete, perché oggi abbiamo finalmente strumenti diagnostici non invasivi e nuove prospettive terapeutiche che possono cambiare la storia della malattia”.

LE PRIME TERAPIE SPECIFICHE. IL RUOLO CHIAVE DELL’EPATOLOGO
Accanto a dieta, attività fisica e controllo del rischio, infatti, si affacciano terapie mirate per una quota di pazienti con malattia più avanzata. Il documento di indirizzo clinico AISF segnala che Resmetirom e Semaglutide sono i primi farmaci ad aver dimostrato efficacia istologica negli studi di fase 3 per i pazienti con MASH e fibrosi significativa, e propone un framework strutturato per identificare, selezionare e monitorare i pazienti eleggibili. Questo, però, apre anche un tema organizzativo: la survey AISF segnala che nei centri italiani l’epatologo è stabilmente inserito nei team per la gestione dell’obesità solo nel 23% dei casi, mentre nel 44% non ne fa parte.

ALCOL: UN PROBLEMA ANCORA APERTO, TRA GIOVANI, STIGMA E FORME GRAVI
Accanto alla steatosi metabolica, resta forte l’impatto della malattia epatica alcol-correlata, che continua a rappresentare una delle principali cause di cirrosi e trapianto di fegato. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, nel 2022 circa 8 milioni di italiani hanno consumato alcol in quantità considerate a rischio per la salute, mentre tra i 18 e i 24 anni si contano circa 660mila giovani consumatori a rischio.

“Nonostante decenni di prevenzione, l’impatto sociale della malattia epatica alcol-correlata resta molto forte – osserva la Prof.ssa Patrizia Burra, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Padova – Quello che ci preoccupa da tempo è anche il cambiamento delle modalità di consumo tra i giovani, perché il binge drinking e il consumo inappropriato di alcol possono avere conseguenze non solo familiari, scolastiche e lavorative, ma anche epatiche molto severe. La malattia alcol-correlata non è solo il risultato di un consumo eccessivo protratto nel tempo, ma una patologia complessa, progressiva e potenzialmente fatale. Nella maggior parte dei casi evolve dalla steatosi alla fibrosi, poi alla cirrosi e, in circa il 6% dei casi l’anno, all’epatocarcinoma. Nelle forme acute più severe, come l’epatite alcolica, la mortalità a sei mesi può arrivare fino al 60%, rendendo fondamentale una presa in carico tempestiva e multidisciplinare”.

LO STIGMA E IL RITARDO NELLE CURE
Uno dei punti più delicati riguarda lo stigma, che pesa sia nella malattia metabolica sia in quella alcol-correlata. La EASL–Lancet Liver Commission ha evidenziato che lo stigma nelle malattie del fegato genera discriminazione, riduce la ricerca di cure e contribuisce a una minore allocazione di risorse, con un impatto negativo sugli esiti clinici. “Il paziente che ha problemi legati all’alcol tende spesso a sentirsi giudicato e quindi arriva tardi ai servizi sanitari – aggiunge la Prof.ssa Patrizia Burra – Ciò accade anche nelle persone con obesità o diabete. Quando il primo contatto con il medico è tardivo, la malattia è già progredita e le possibilità di intervento si riducono”.

IL TRAPIANTO NELLE FORME PIÙ GRAVI
Negli ultimi anni anche l’approccio al trapianto di fegato nelle forme più severe di malattia alcol-correlata è profondamente cambiato. In passato l’accesso al trapianto era subordinato alla cosiddetta “regola dei sei mesi”, che prevedeva un periodo minimo di astinenza dall’alcol prima di poter inserire il paziente in lista d’attesa. Oggi, sulla base di nuove evidenze scientifiche, questo criterio non è più considerato assoluto: nei casi di epatite alcolica grave, caratterizzata da una mortalità che può arrivare fino al 60% a sei mesi, il trapianto precoce può rappresentare l’unica possibilità di sopravvivenza per pazienti accuratamente selezionati.

“La gestione di questi pazienti richiede una valutazione multidisciplinare molto rigorosa – spiega la Prof.ssa Patrizia Burra – che coinvolge non solo epatologi e chirurghi dei trapianti, ma anche psicologi, psichiatri e educatori. L’obiettivo è identificare i pazienti che possono beneficiare del trapianto e accompagnarli in un percorso di cura e di recupero complesso”.

Alcolismo giovani

Mar05
da admin il 5 Marzo 2026 alle 9:52
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Psicologia 

Basta un post: perché vedere un influencer che beve ci fa venire voglia di alcol

Effetto “contagio” sui social: i giovani esposti a contenuti con alcol (anche non pubblicitari) hanno il 73% di probabilità in più di voler bere. Come Instagram modella le nostre abitudini.

Un influencer che si mostra sui social intento a bere alcol in una scena apparentemente casuale della sua quotidianità ha un potere di persuasione determinante sui suoi giovani follower, e li spinge a desiderare alcolici a loro volta. Uno esperimento online appositamente ideato da un gruppo di scienziati statunitensi dimostra che non dovremmo preoccuparci soltanto della quantità di tempo che i ragazzi trascorrono online, ma anche dei contenuti di cui fruiscono, in modo più o meno intenzionale, che hanno un effetto diretto e misurabile sulle loro abitudini di vita.

Nella ricerca, pubblicata su JAMA Pediatrics, gli scienziati della Rutgers Health e dell’Università di Harvard hanno dimostrato che i giovani adulti che vedono un influencer consumare bevande alcoliche in post non sponsorizzati, ma semplicemente in contesti apparentemente naturali, provano subito dopo un impulso ad avvicinarsi all’alcol a loro volta, in modo assai più probabile rispetto a quello che sentono i loro coetanei che hanno visto gli stessi influencer intenti in altre attività, in cui l’alcol non è presente.

Gli autori dello studio affermano che il loro esperimento è il primo trial randomizzato (cioè il primo studio clinico controllato in modo da ridurre errori interpretativi) a provare che l’esposizione a contenuti in cui si beve alcol sui social stimola il desiderio di bere.

Influenze… negative

Gli scienziati hanno collaborato con YouGov, un istituto che si occupa di ricerche di mercato e analisi dei dati, per reclutare un gruppo di giovani adulti tra i 18 e i 24 anni che sono stati assegnati in modo casuale a due feed: due elenchi aggiornati di contenuti pubblicati su Instagram, con 20 contenuti da scrollare, creati in modo da sembrare una tipica sequenza di post da scrollare.

Nel primo caso, gli utenti hanno osservato 20 post in cui alcuni influencer consumavano alcol, o erano coinvolti in scene che suggerivano un imminente consumo di alcolici: per esempio, mentre sorseggiavano del vino da un bicchiere durante la preparazione della cena. Nel secondo caso, gli stessi influencer venivano mostrati da soli o con le stesse persone del feed precedente, in contesti simili ma senza la presenza di alcol: per esempio, mentre bevevano una cioccolata in cucina.

Gli utenti abbinati al primo dei due feed hanno avuto in seguito una probabilità maggiore del 73% di riportare il desiderio di consumare alcol, rispetto ai coetanei abbinati al secondo feed. Nei partecipanti che ritenevano gli influencer affidabili, onesti e credibili, questo desiderio è parso oltre cinque volte più probabile.

Tutto questo, a parità di consumi di alcol nella vita reale, di utilizzo dei social e di precedenti esposizioni a pubblicità di alcolici: i dati riferiti sono quelli puramente derivati dai comportamenti di emulazione dei propri riferimenti online.

L’obiettivo con l’alcol è ritardare il primo approccio

A preoccupare gli scienziati è il fatto che nessuno dei contenuti proposti fosse una pubblicità chiara ed esplicita di alcolici: il condizionamento riesce perfettamente, non è chiaro se in modo più o meno efficace, anche con suggerimenti molto più subdoli e sottili.

La generazione dei nativi digitali (Gen Z) è considerata più refrattaria ai consumi di alcol rispetto alle precedenti e meno incline a consumarlo in contesti ricreativi. Questa è la buona notizia: la cattiva è che chi invece beve, è più incline al binge drinking. Studi scientifici ci dicono che prima si inizia a bere alcol, più probabile sarà avere problemi legati al suo consumo eccessivo in seguito.

Dunque, «ritardare l’iniziazione all’alcol è una strategia di prevenzione chiave» spiega Alex Russell, Professore associato di Psichiatria alla Harvard Medical School e coautore dello studio. «E siccome gli spazi online e i social forgiano in modo crescente i comportamenti sui consumi di alcolici, le strategie di prevenzione devono anche concentrarsi su questi ambienti digitali».

Il mondo online determina i comportamenti offline

L’esperimento riapre il dibattito sul peso dei contenuti consumati sui social nella vita reale dei giovani adulti. Per quanto riguarda l’alcol, i prossimi passi saranno capire quanta influenza abbiano i post sponsorizzati e i contenuti con alcolici generati da “semplici” amici, e capire meglio come esposizione ripetuta e comportamenti siano collegati.

Alcolismo giovani

Feb18
da admin il 18 Febbraio 2026 alle 9:57
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Alcol e giovani Tredicenni a scuola con la borraccia piena di vodka

L’età della prima sbronza è sempre più bassa, e alle scuole medie i superalcolici girano già tra i banchi. Un comportamento in controtendenza con quello di Gen Z e millennial

Ilenia è un nome di fantasia, ma la sua storia è vera, come quella di tante sue coetanee. Ha tredici anni compiuti da poco, e fa la terza media in una scuola privata. I capelli piastrati tinti di nero, il trucco un po’ troppo pesante per la sua età, i jeans a vita bassissima e un top che lascia scoperto l’ombelico: tutto come prescrive la moda del momento. E nello zaino una borraccia di quelle ecologiche. Ma dentro non c’è acqua naturale, c’è vodka alla mela. Le sue compagne di classe porteranno sambuca, altra vodka ma al melone, oppure Strega. Hanno finito da poco di fare colazione con latte e biscotti, e in classe iniziano a passarsi la borraccia sotto i banchi, bevendo tanto che alle 10, per l’intervallo, faticano a schiacciare i bottoni delle macchinette che distribuiscono merendine.

L’allarme è sempre più forte: i ragazzini bevono superalcolici, li bevono nelle scuole o nelle piazze cittadine subito dopo le lezioni, e iniziano a berli sempre più giovani. I giornali riportano casi di coma etilico tra i quattordicenni, denunce social di genitori spaventati, interventi di medici e docenti. Il professor Matteo Bassetti è recentemente intervenuto a commentare l’abitudine di alcuni ragazzini di far “colazione” con lo spritz al bar, sottolineando come si inizi a consumare alcol sempre prima, con un’età che si abbassa addirittura a undici-dodici anni: «Il fenomeno tocca le scuole – scrive – con casi di superalcolici portati in classe, provocando danni cerebrali, calo dell’attenzione e rischi per la salute fisica e mentale».

Sembra assurdo pensare a bambini (perché a undici anni si è bambini) che si ubriacano di primo mattino, ancora più assurdo se pensiamo a quanto spesso leggiamo di una tendenza opposta tra i giovani adulti: si parla frequentemente di una diminuzione di vendite di vini e spirits, e di una tendenza sempre più forte al consumo di bevande no alcol o low alcol. Una narrazione che vede i millennial e la Gen Z dedicare grande attenzione alla salute e al controllo si sé. Ma questa fotografia stride con i dati riguardanti le generazioni più giovani: si disegna così uno iato anagrafico che divide gli adolescenti dai venti-trentenni.

E se la tendenza al bere poco alcolico sembra riservata a classi sociali agiate, il comportamento che spinge i ragazzini verso quella che è a tutti gli effetti una dipendenza è invece socialmente trasversale: non sono più gruppi di ragazzi disagiati ed emarginati a bere in strada, ma anche figli di “buona famiglia”, coccolati e spesso viziati, che recuperano vodka e sambuca in casa loro, o che le comprano al supermercato a volte con l’aiuto e la complicità di amici più grandi.

I dati riportano che il primo contatto con l’alcol avviene mediamente tra gli undici e i tredici anni, e che la prima ubriacatura si ha sotto i quattordici anni. «Secondo una ricerca condotta dal Gruppo Ceis su oltre 1.400 ragazzi tra i quattordici e i diciannove anni, il 62 per cento degli adolescenti consuma bevande alcoliche». A preoccupare sono anche fenomeni come il binge drinking, sorta di abbuffata alcolica, sempre più diffusa tra gli adolescenti, così come la moda del drelfie (drunk-selfie), che vede i ragazzini fotografarsi ubriachi per postare le loro immagini sui social. E i social aiutano anche ad organizzare le merende alcoliche nelle scuole: il tam-tam di messaggi è fondamentale per sapere chi ha a disposizione le bevande e le può portare per condividerle con gli amici. Ovviamente ci sono anche studenti che si ribellano a questa situazione, denunciando i compagni ubriachi, e spesso molesti, a casa e con gli insegnanti.

I genitori chiedono interventi più decisi da parte dei docenti, ma i dirigenti scolastici rispondono con l’impossibilità di perquisire gli zaini. Si cerca quindi in genere di creare consapevolezza con corsi e lezioni mirate, ma fondamentale rimane la collaborazione tra scuola e famiglia. E in generale è bene ricordare che i giovanissimi non sono in grado di metabolizzare l’alcol come gli adulti, e che un consumo di questo genere può causare, oltre che un calo dell’attenzione e del rendimento scolastico, anche danni cerebrali e rischi importanti per la salute fisica e mentale.

Alcolismo giovani

Gen09
da admin il 9 Gennaio 2026 alle 16:05
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L’era dell’alcol rallenta: i motivi dietro la nuova tendenza mondiale

Durante le vacanze di Natale e durante la vigilia di Capodanno, nel nostro paese come in buona parte dell’Europa si consumano ingenti quantità di alcolici, soprattutto in compagnia di parenti e amici. Gli alcolici più consumati rimangono gli spumanti e lo champagne, secondo tradizione.

Tuttavia, secondo molti esperti, negli ultimi anni il consumo pro capite di alcolici si sta fortemente riducendo in tutto il mondo. E sarebbe anche una buona notizia, sennonché questo cambiamento comporta delle importanti conseguenze a livello produttivo.

Ciò non è valido solo per l’Europa, ma anche per diversi altri paesi dell’Occidente. Negli Stati Uniti, secondo un sondaggio, oggi beve solo poco più della metà degli adulti, il livello più basso registrato da quasi un secolo. Non solo: chi beve lo fa meno spesso. Il numero medio di drink settimanali è diminuito in modo netto negli ultimi anni.

A guidare questo cambiamento sono soprattutto le generazioni più giovani. La Generazione Z e i Millennial bevono meno rispetto ai loro genitori e nonni, e molti scelgono di non bere affatto. Questa tendenza ribalta uno stereotipo diffuso: non sono i giovani a bere di più, ma semmai gli adulti più anziani.

In Australia, i giovani nati tra la fine degli anni Novanta e il 2012 bevono molto di meno rispetto alla generazione dei Boomer e lo stesso lo si può dire nel Regno Unito, dove il consumo medio di birra è diminuito sensibilmente rispetto a vent’anni fa.

Le cause sono diverse. Da un lato c’è una maggiore attenzione alla salute fisica e mentale, dall’altro incidono fattori economici, come l’aumento del costo della vita. Inoltre, bere meno sta diventando socialmente più accettato, riducendo la pressione a “bere per forza” per sentirsi parte del gruppo.

Le giovani generazioni sono inoltre propense a ritenere che chi beve alcol è meno attraente. Ciò ha un certo peso sociale, quando si è intenti a cercare il proprio partner riproduttivo.

C’è però un dato che fa riflettere: mentre l’alcol cala, l’uso di cannabis è aumentato molto tra i giovani adulti. Questo suggerisce che non si tratta solo di rinunciare alle sostanze, ma di cambiare quali – e come – vengono consumate.

Alcolismo giovani

Dic30
da admin il 30 Dicembre 2025 alle 10:51
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Giovani e alcool: il Binge drinking, fenomeno diffuso ma sottovalutato (anche dalle famiglie) sempre più pericoloso

In Italia il consumo e l’abuso  di bevande alcoliche tra giovani e giovanissimi ha assunto caratteristiche particolarmente preoccupanti. I dati più recenti mostrano come l’età di primo contatto con l’alcol tenda ad abbassarsi. Il modello di vita e quanto trasmesso dai social e dal piccolo e grande schermo, hanno reso normale ciò che normale non è e non deve essere.

Tra i giovani e i giovanissimi l’alcol non è soltanto una sostanza: è un mezzo per sentirsi parte di un gruppo, uno strumento per  apparire più sicuri di sé e per ottenere un’approvazione corale. Ciò è quanto molto spesso accade a quei ragazzi che assumono atteggiamenti che non rispecchiano  la loro personalità, ma che interpretano e hanno, per farsi accettare, per essere gruppo. È un modo per superare la timidezza. La sensazione di “coraggio” che l’alcol dà — in realtà un’alterazione delle funzioni cognitive e del controllo — viene interpretata come un miglioramento delle proprie capacità relazionali.

Bere diventa così un linguaggio condiviso ma anche una “sfida” tra amici a chi regge di più che si dimostra il migliore.  Sono gesti che comunicano  complicità. In un’età in cui l’identità è ancora fragile, l’alcol può sembrare un modo semplice per costruire un’immagine più sicura e forte  (ovviamente è esattamente l’opposto). Riduce i freni inibitori, altera il giudizio e abbassa la capacità di valutare i rischi. Ciò che viene vissuto come “sicurezza” è in realtà una perdita di controllo. E proprio questa illusione di potere può portare a comportamenti impulsivi, pericolosi o autodistruttivi, soprattutto quando il consumo avviene in gruppo, dove tutto si amplifica.

La birretta dei ragazzi di un tempo è diventata oggi la ricerca dello sballo.

Secondo i dati Istat riportati nella Relazione del Ministro della Salute al Parlamento, nel 2022 il 67,1% della popolazione di 11 anni e più ha consumato almeno una bevanda alcolica, per un totale di circa 35,9 milioni di persone. All’interno di questo quadro generale, la fascia giovanile rappresenta un’area critica sia per la frequenza del consumo, sia – soprattutto – per le modalità con cui l’alcol viene assunto.

L’Istituto Superiore di Sanità, attraverso l’Osservatorio Nazionale Alcol e il sistema di monitoraggio SISMA, ha messo in evidenza che nel 2021 circa 1 milione e 370 mila ragazzi e ragazze di età compresa tra gli 11 e i 25 anni hanno consumato alcol secondo modalità considerate a rischio per la loro salute. In questa fascia di età, in cui il cervello è ancora in fase di sviluppo, il 18,6% dei maschi e il 12,8% delle femmine rientra nella categoria dei consumatori a rischio. Si tratta di un’età delicatissima, in cui la corteccia prefrontale e le funzioni cognitive superiori non sono ancora pienamente mature, e l’esposizione all’alcol può interferire con tali processi, con potenziali danni irreversibili alle capacità cognitive e comportamentali.

L’alcol è uno dei principali fattori di rischio di malattia, disabilità e mortalità prematura in Italia, in Europa, nel mondo. Rappresenta la prima sostanza induttrice di dipendenza con alto impatto sociale, connotandosi come sostanza tossica, cancerogena, calorica, e spesso associata ad altre dipendenze da sostanze e da comportamenti (Fonte ISS)

Particolarmente allarmante è la situazione dei minorenni. Sempre secondo l’ISS, tra gli 11 e i 25 anni circa 620.000 sono minori che eccedono nel consumo di alcol. All’interno di questo gruppo, un numero significativo di ragazzi pratica il cosiddetto binge drinking, ovvero l’assunzione di grandi quantità di alcol in un breve lasso di tempo con l’obiettivo esplicito di ubriacarsi. Si stimano circa 786.000 binge drinker tra gli 11 e i 25 anni, di cui 83.000 sono minori che bevono “per ubriacarsi”.

La pratica del binge drinking è diventata uno dei fenomeni più caratteristici e preoccupanti tra i giovani. Consiste nel consumare molte unità alcoliche in poche ore, spesso fuori pasto, durante weekend, feste, serate in discoteca o aperitivi, con l’intenzione di raggiungere rapidamente uno stato di alterazione. Secondo i dati riportati dal Ministero della Salute, il binge drinking riguarda circa il 15–16% dei giovani, confermandosi un’abitudine diffusa e profondamente radicata in alcune fasce di popolazione giovanile.

Un altro indicatore significativo riguarda la fascia dei 16–17 anni, in cui l’alcol non dovrebbe essere consumato affatto, né dal punto di vista legale né da quello sanitario. I dati ISS presentati in occasione dell’Alcohol Prevention Day evidenziano che quasi il 40% dei maschi e oltre il 30% delle femmine di questa età presentano già un consumo definito “a rischio”. Ciò significa che, prima ancora della maggiore età, una quota rilevante di adolescenti ha sviluppato abitudini di consumo potenzialmente dannose, spesso normalizzate all’interno del gruppo dei pari e di determinati contesti sociali.

Le conseguenze sanitarie di queste modalità di consumo non si limitano ai danni a lungo termine, come le patologie epatiche, cardiovascolari o oncologiche, ma includono anche eventi acuti di grande gravità. L’intossicazione acuta da alcol, che può arrivare fino al coma etilico, è una delle espressioni più estreme del binge drinking tra i giovani. Una parte consistente degli accessi in Pronto Soccorso per abuso di alcol è legata proprio a queste “abbuffate alcoliche” concentrate in poche ore. Secondo stime recenti diffuse dall’ISS e riportate dagli organi di stampa, si registrano circa 39.000 casi l’anno di accessi al Pronto Soccorso correlati al binge drinking, e circa 1 su 10 riguarda ragazzi al di sotto dei 14 anni, a testimonianza di quanto il fenomeno coinvolga anche fasce di età molto precoci.

Gli eccessi legati all’alcool si traducono in drammi familiari e danni economici per la società. I costi per l’eccessivo consumo di alcol per il Servizio Sanitario Nazionale e per la società sono molto elevati. Le patologie alcol-correlate rappresentano una delle principali cause di malattia epatica nel nostro Paese, con costi sanitari e sociali stimati in diversi miliardi di euro all’anno. A questi vanno aggiunti i costi indiretti dovuti a incidenti stradali, riduzione della produttività, assenze scolastiche, problemi familiari e sociali generati dall’abuso di alcol, anche in età giovanile.

Sono scarse le risorse destinate a politiche  di prevenzione per le relative fasce d’età. Le strategie raccomanderebbero  interventi di educazione alla salute nelle scuole, campagne martellanti  di sensibilizzazione rivolte alle famiglie, controlli più rigorosi sulla vendita di alcol ai minori e una maggiore assistenza in termini di comunicazione e supporto psicologico ai ragazzi e alle famiglie.

Proprio le famiglie sono in questo ambito, e in questo periodo storico, particolarmente distratte: “sono ragazzate”, “lo abbiamo fatto tutti”,  “è un periodo di passaggio”, “poi si rimettono in riga”, ma non è così, potrebbe essere troppo tardi per alcuni. In un’altra epoca, in un’altra generazione non c’era la ricerca dello sballo. L’alcool è più facile da reperire rispetto alla droga, ma gli effetti sono gli stessi. I morti di alcool sono da sempre maggiori dei morti di droga. Tutto quello che  c’è dietro all’alcool: vino, birra, superalcolici,  marketing, è sempre stato tutelato, protetto. L’hanno sempre spuntata per i tanti interessi economici che ci sono dietro.

  • Lo “sballo” non può e non deve essere il modello del divertimento giovanile.
  • Il fenomeno dei coma etilici tra i ragazzi, con gli inevitabili accessi in Pronto Soccorso e i potenziali esiti letali.
  • La prevenzione dell’abuso di alcol tra giovani non può essere affidata esclusivamente alla scuola o alle istituzioni sanitarie. La famiglia è il più importante contesto educativo. Nulla va tralasciato, e non deve essere un modo di operare punitivo o coercitivo, bisogna portare a ragionare (e non è facile) rispetto alle negazioni dei ragazzi.

L’anello di giunzione tra genitori e figli non deve cedere a influenze esterne

Il dialogo.

Parlare apertamente di alcol, senza moralismi né allarmismi, ascoltare più che farsi ascoltare e cercare il dialogo. Spiegare in modo chiaro e comprensibile cosa accade nel corpo e nel cervello quando si beve troppo — soprattutto in età adolescenziale — aiuta a trasformare un concetto astratto (“fa male”) in qualcosa di concreto e reale.

 I segnali

se individuata precocemente, la problematica con l’alcol evidenzia da subito: cambiamenti improvvisi di comportamento, difficoltà scolastiche, isolamento dalla famiglia, cambiamento di abitudini, frequentazione di contesti a rischio. Si tratta di intervenire dopo un’osservazione discreta ma accurata quando ci si rende conto che ci sono dei pericoli reali, e che non si può più rimandare.

Le amicizie

Possono essere un fattore di rischio ( se non il fattore), ma anche una risorsa preziosa. I ragazzi che si muovono in gruppi dove il consumo eccessivo è considerato un rito di ordinario passaggio, sono i più esposti al binge drinking. Al contempo però, un gruppo che valorizza il divertimento sano, lo sport, la dedizione ad attività inclusive,  la responsabilità reciproca e la cura dell’altro, può diventare un potente fattore protettivo. La noia, provare nuove emozioni, forzare i limiti, trasgredire, sono i classici comportamenti dei giovani che cercano stimoli. Per questo è importante promuovere contesti sociali in cui i giovani possano sperimentare autonomia e socialità senza che l’alcol sia l’unico strumento per sentirsi parte del gruppo.

La scuola e le istituzioni

hanno il compito di affiancare le famiglie in questo percorso. Programmi educativi mirati, incontri con esperti, attività di prevenzione e spazi di ascolto possono aiutare i ragazzi a sviluppare competenze emotive e sociali utili per affrontare le pressioni del gruppo e le difficoltà personali. Le istituzioni sanitarie, dal canto loro, devono continuare a monitorare il fenomeno, offrire servizi di supporto e promuovere campagne di sensibilizzazione che parlino ai giovani con linguaggi e strumenti a loro vicini.

La prevenzione

concetto tanto scontato, quanto difficile da percorrere.  Proteggere, prevenire da qualcosa che può diventare devastante . Ci vuole consapevolezza per  contrastare in maniera costruttiva  e non solo impositiva. C’è l’elemento  salute, ma il benessere complessivo, riguarda più l’anima. Capire e prendere atto, che la vita è fatta di altro. Il divertimento, la libertà l’amicizia, il gioco, i viaggi e l’amore non necessitano di gradazione alcolica, che al contrario, potrebbe cancellare tutto, per una stupidaggine.

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