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Alcolismo giovani

Lug03
da admin il 3 Luglio 2026 alle 9:54
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Giovani e alcol, l’allarme degli esperti: “Dietro il bere eccessivo spesso un disagio non ascoltato”

Parlare di alcol tra i più giovani significa affrontare una delle fragilità sociali ed educative più complesse del presente. Un fenomeno che, secondo gli specialisti, non può essere letto soltanto come questione di consumo, ma come possibile spia di un disagio più profondo.

Al centro del dibattito, nel corso di un seminario ospitato a Careggi, l’intervento di Mimma Dardano, che ha posto l’accento sulla necessità di un approccio globale al tema delle dipendenze.

“Le dipendenze rappresentano una delle sfide educative e sociali più importanti del nostro tempo, soprattutto tra le nuove generazioni”, ha affermato Dardano, sottolineando come la comprensione del fenomeno debba andare oltre la semplice analisi del comportamento.

“La sostanza o il gesto non bastano a spiegare ciò che accade: occorre comprendere la persona, la sua storia, le sue fragilità e le risorse che possiede”, ha aggiunto, richiamando l’attenzione sul ruolo centrale dell’ascolto nei percorsi di prevenzione e cura.

Secondo la psicoterapeuta, il consumo eccessivo di alcol tra i giovani può diventare una forma di comunicazione indiretta del disagio. “Per molti giovani la dipendenza è spesso il linguaggio di un disagio che non riesce a trovare altre forme di espressione”, ha spiegato, evidenziando la necessità di interventi capaci di intercettare precocemente le situazioni di fragilità.

Da qui l’invito a rafforzare strumenti educativi e percorsi strutturati di sostegno. “È fondamentale promuovere percorsi di cura, ascolto e prevenzione capaci di rafforzare consapevolezza, autonomia e capacità di costruire il proprio futuro”, ha concluso Dardano.

Il seminario si è svolto nell’ambito di un incontro dedicato ai temi della salute e delle dipendenze, ospitato presso Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi e promosso dal professor Stefano Gitto, responsabile della struttura di Alcologia e docente di Medicina Interna presso l’Università degli Studi di Firenze.

All’iniziativa hanno partecipato medici, infermieri, psicologi e rappresentanti di associazioni impegnate nel campo delle dipendenze, in un confronto multidisciplinare che ha messo al centro prevenzione, presa in carico e continuità terapeutica.

Un approccio condiviso dagli esperti: l’alcolismo giovanile non va letto solo come emergenza sanitaria, ma come indicatore di un disagio sociale più ampio. Intervenire precocemente, sottolineano gli specialisti, significa spesso evitare che quel disagio trovi nell’abuso una via di espressione stabile.

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Mag27
da admin il 27 Maggio 2026 alle 17:12
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Alcolismo giovani

Mag27
da admin il 27 Maggio 2026 alle 16:43
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I giovani che amano l’alcol sono aggressivi ed esposti a malattie mentali, aiutiamoli con l’educazione alla moderazione: il divieto non serve

“Parlare di alcol ai giovani attraverso i giovani”: è l’idea alla base dell’iniziativa ‘Comunicare il consumo responsabile, Communication is Education’. Si tratta di un progetto promosso da Federvini e sviluppato insieme al mondo universitario, che ha concluso in questi giorni la sua quarta edizione al Centro Congressi dell’Università Sapienza di Roma. L’iniziativa, nata nel 2022, quest’anno ha coinvolto circa 500 studenti provenienti da otto atenei italiani, chiamati a progettare campagne di sensibilizzazione rivolte ai propri coetanei sul tema del consumo responsabile delle bevande alcoliche.

L’idea di fondo, sottolinea l’agenzia Ansa, è quella di sostituire il tradizionale linguaggio istituzionale con strumenti comunicativi vicini alle nuove generazioni, come social network, contenuti brevi, influencer, podcast, eventi dal vivo e campagne urbane.

Tra gli slogan proposti dagli studenti sono emersi messaggi come “Più alzi il gomito, più abbassi il cervello” o “Next Level, il vero flex è sapersi controllare”, costruiti con l’obiettivo di parlare ai giovani con un linguaggio diretto e immediato.

A vincere l’edizione 2026 è stata la squadra della SMEA, Alta Scuola di Management ed Economia Agro-Alimentare dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, seguita dalla Sapienza di Roma e dall’Università di Verona. Tutti i finalisti prenderanno parte nei prossimi mesi a visite formative presso aziende associate a Federvini.

Dietro il progetto, però, non emerge soltanto un esercizio di marketing sociale: il tema del consumo responsabile continua infatti a essere collegato a dati che rappresentano ancora una rilevante questione sanitaria e sociale.

L’idea di fondo, sottolinea l’agenzia Ansa, è quella di sostituire il tradizionale linguaggio istituzionale con strumenti comunicativi vicini alle nuove generazioni, come social network, contenuti brevi, influencer, podcast, eventi dal vivo e campagne urbane.

Tra gli slogan proposti dagli studenti sono emersi messaggi come “Più alzi il gomito, più abbassi il cervello” o “Next Level, il vero flex è sapersi controllare”, costruiti con l’obiettivo di parlare ai giovani con un linguaggio diretto e immediato.

A vincere l’edizione 2026 è stata la squadra della SMEA, Alta Scuola di Management ed Economia Agro-Alimentare dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, seguita dalla Sapienza di Roma e dall’Università di Verona. Tutti i finalisti prenderanno parte nei prossimi mesi a visite formative presso aziende associate a Federvini.

Dietro il progetto, però, non emerge soltanto un esercizio di marketing sociale: il tema del consumo responsabile continua infatti a essere collegato a dati che rappresentano ancora una rilevante questione sanitaria e sociale.

Secondo il monitoraggio epidemiologico dell’Istituto Superiore di Sanità, il consumo dannoso di alcol rappresenta il 5,1% del carico globale delle malattie e viene considerato uno dei principali fattori di rischio per mortalità precoce e disabilità.

L’abuso di alcol, infatti, non comporta esclusivamente il rischio di dipendenza. Numerosi studi scientifici di WHO, Global Status Report on Alcohol and Health, hanno evidenziato collegamenti con patologie cardiovascolari, tumori, danni neurologici, malattie epatiche e disturbi della salute mentale.

Anche la sicurezza stradale continua a essere uno dei settori in cui il problema appare più evidente. Secondo i dati ISTAT, nel 2024 in Italia si sono verificati 173.364 incidenti stradali con lesioni a persone, che hanno provocato 3.030 vittime e oltre 233 mila feriti. E tra le principali cause di rischio individuate dalle rilevazioni sanitarie e dai dati delle forze dell’ordine compare proprio la guida in stato di alterazione dovuta all’assunzione di alcol.

L’impatto dell’abuso di alcol non riguarda soltanto la strada. Diverse ricerche internazionali mostrano una correlazione tra consumo eccessivo di bevande alcoliche e aumento di episodi di aggressività, violenza e comportamenti impulsivi: l’alcol può infatti alterare le capacità decisionali, ridurre il controllo degli impulsi e modificare la percezione del rischio.

Particolare attenzione riguarda i giovani adulti, fascia alla quale il progetto Federvini si rivolge direttamente. Secondo recenti monitoraggi epidemiologici, milioni di italiani presentano modalità di consumo considerate a rischio, con una presenza significativa nelle fasce più giovani.

L’aspetto più interessante dell’iniziativa sembra essere il tentativo di spostare l’attenzione dalla sola logica del divieto a quella dell’educazione: invece di affidarsi esclusivamente a campagne basate sulle sanzioni o sulla paura, il progetto tenta di costruire una cultura della consapevolezza e della responsabilità personale.

Nel corso della premiazione, Chiara Soldati, la presidente del Centro di studio per gli aspetti sociali del consumo di bevande alcoliche (Casa) di Federvini, ha definito l’iniziativa uno dei progetti sociali più significativi sviluppati dall’associazione negli ultimi anni, sottolineando la capacità di unire formazione, responsabilità e dialogo con le nuove generazioni.

In un contesto in cui i giovani sono esposti quotidianamente a contenuti veloci, tendenze digitali e modelli sociali che spesso trasformano il consumo in un simbolo di appartenenza, l’educazione alla moderazione potrebbe rappresentare una sfida persino più complessa del semplice divieto. Ed è probabilmente qui che iniziative di questo tipo tentano di intervenire: utilizzare il linguaggio delle nuove generazioni per costruire comportamenti più consapevoli.

Alcolismo giovani

Mag20
da admin il 20 Maggio 2026 alle 15:50
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Ubriaca in gita a 15 anni, il prof. “Alcol dilagante, sempre più difficile accompagnare i ragazzi”

L’allarme lanciato dal prof. parte dal caso della studentessa finita in ospedale a Ostuni: “Questa non è una cosa normale”

Si trovava in viaggio d’istruzione quando si è sentita male nella camera di albergo con le sue amiche. Sono state loro a chiamare gli insegnanti accompagnatori che sono subito intervenuti per portarla in ospedale. Quella che doveva essere una gita scolastica gioiosa in Puglia, ha avuto un brutto intoppo la scorsa settimana, a Ostuni per la precisione. La 15enne è stata portata in ospedale per aver bevuto troppo. Un cocktail di vodka e altri superalcolici, da quello che sembra, l’ha costretta al ricovero. I suoi genitori si sono precipitati a riprenderla. Provvedimenti disciplinari sono scattati subito nei suoi confronti e delle compagne. Una vicenda che poteva finire peggio e che ha riacceso un dibattito significativo nella comunità, storicamente attenta alla qualità dell’istruzione e al ruolo dei docenti, pilastri insostituibili della formazione. La dirigente scolastica è intervenuta subito, da decine di chilometri di distanza, mettendosi in contatto con accompagnatori e genitori. L’opinione pubblica si è spaccata su quanto accaduto. Il fatto ha riaperto il dibattito anche sul ruolo dei presidi e degli accompagnatori. Sui social poi c’è chi scrive che fatti del genere sono sempre accaduti, altri che puntano il dito contro i prof accompagnatori, altri ancora li assolvono e fanno ricadere la responsabilità sui ragazzi.

Il prof Schettini: “Sempre più difficile accompagnare i ragazzi”

E’ rimbalzato ovunque sul web e nelle cronache nazionali quanto accaduto a Ostuni. Persino Vincenzo Schettini, il noto professore della “Fisica che ci piace”, ha riflettuto sulla vicenda aprendo un ampio dibattito attraverso il suo canale Tik Tok: “Ho deciso di fare questo video non per giudicare ma per riflettere – dice il professore–. E’ diventato sempre più difficile accompagnare in gita i ragazzi, difficoltoso trovare all’interno di un Consiglio di classe chi è disposto. Quelle giornate sei genitore di 25 15enni, quindi minorenni. L’uso di alcol sta aumentando esponenzialmente tra i minorenni. Stanno venendo meno le regole in casa? Stanno venendo meno le pubblicità progresso? Eri giovane e ti spaventavi della droga, dell’Aids. Io ricordo che a 22 anni sono tornato brillo a casa e mi hanno fatto una partaccia, sia mio padre che mia madre. Che cosa sta mancando? E’ un dibattito che si deve necessariamente aprire da noi persone adulte, insegnanti, genitori. Voi, nonni all’ascolto, siete un tassello fondamentale assieme ai genitori”.

L’allarme sociale e il dramma delle dipendenze

L’insegnante, molto noto per le sue lezioni sui social e dal vivo, ha deciso di affrontare l’argomento inaugurando anche un nuovo format per dialogare con i suoi iscritti e coinvolgere il pubblico attivamente, evitando l’indifferenza generale. “Voglio creare un dibattito. Questa cosa qua siccome scomparirà, fra due giorni sparirà perché nessuno più ne parlerà, non deve passare come una cosa normale”, aggiunge. È un caso isolato o il segnale di un problema più grande tra i giovani? Il vero nodo della questione, secondo il ragionamento del docente, è la dipendenza, sottolineando che l’abuso di bevande alcoliche tra i minorenni è in forte aumento e rappresenti un allarme sociale da ascoltare con estrema urgenza. “L’alcol crea dipendenza. In tutto quel mondo maledetto delle dipendenze, c’è l’alcol in mezzo”. E per rendere l’idea in modo diretto, ha citato la triste parabola dell’attore di “Friends” Matthew Perry.

La ricerca dello svago a ogni costo

L’insegnante si pone una domanda cruciale sui motivi scatenanti che spingono i giovanissimi verso queste abitudini dannose individuando la radice del problema nella costante ricerca dello svago. I ragazzi sentono la forte necessità di evadere e fare qualcosa di diverso per divertirsi durante il tempo libero. “Perché si beve? Perché si deve bere? Perché ci si deve svagare? – si chiede -. Le alternative esistono e sono meravigliose”. Non ha nemmeno mancato di focalizzarsi anche sulla rapidità con cui oggi i giovani riescono a procurarsi sostanze dannose.

Il grido d’allarme dei dirigenti scolastici

L’associazione sindacale “Dirigenti scuola” rappresenta la categoria dei dirigenti scolastici e ad oggi conta oltre 1500 iscritti su un totale di circa sette mila e 500 dirigenti scolastici italiani: “Forse il punto è che non è più tempo per le “gite” come le abbiamo intese fin qui, e la cronaca quotidiana ce lo sta urlando in tutti i modi, da Osimo allo studente precipitato dell’albergo a Lignano, passando per la classe di liceo salvata a Praga solo dalla prontezza di tre insegnanti (premiati per questo dal ministro Valditara), per limitarci all’ultima settimana. Episodi diversi, con dinamiche differenti, uniti però dal medesimo “filo rosso”: gli enormi rischi e le insostenibili responsabilità connessi alle uscite e ai viaggi, che non ci sembra trovino più un adeguato corrispettivo sull’effettiva utilità didattica dei medesimi che, non a caso, sempre più di frequente vengono appiccicati nei Ptof (Piano triennale dell’offerta formativa) senza che abbiano la minima attinenza, se non una labile connessione di facciata, con gli argomenti oggetto di studio”.

Responsabilità e burocrazia: il peso sui docenti

“Poi se succede qualcosa la colpa di chi è? Comunque vada, la palla avvelenata arriva sempre dalle parti del dirigente. Con scuole ormai diventate agenzie di viaggi, aggravi burocratici di ogni sorta, problemi come se piovesse con famiglie sempre più incontentabili e docenti che, giustamente, lamentano il riconoscimento nullo a fronte di responsabilità estese 24 ore, 7 giorni su 7″.

Bestemmia calcio

Mag20
da admin il 20 Maggio 2026 alle 15:45
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Messa al bar e buoni confessione per chi bestemmia

Don Dino Rampazzo punta a coinvolgere i giovani e celebra messe “itineranti” fuori dalla chiesa. Dice: «Dio è dove ci sono le persone»

Chi l’ha detto che per ascoltare la parola di Dio sia necessario per forza entrare in chiesa? Ne sa qualcosa chi il primo maggio ha partecipato alla messa al bar. E per tutto il mese le messe saranno anche itineranti.

La messa che esce dalla chiesa: Primo Maggio la celebrazione al bar

Quello di don Dino Rampazzo che, da settembre scorso guida l’Unità pastorale Santa Maria di Panisacco che riunisce le parrocchie di Novale, Maglio di Sopra, San Quirico, Campotamaso e Fongara non è stato un gesto anticonformista. Anzi. Ha seguito alla lettera la parabola del Buon Pastore per riavvicinare le persone, soprattutto i giovani, alla Chiesa.
«Domenica 26 aprile il Vangelo riportava “Il pastore chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori”. L’ho preso alla lettera – ha spiegato il sacerdote -. Per questo mese ho predisposto le messe nelle contrade delle parrocchie, a prescindere dai capitelli o meno, per incontrare le persone e dare la benedizione».

«Non è mancata qualche critica, ma Dio non è dove ci sono le persone?»

Don Dino ha, quindi iniziato, le sue “trasferte” dal bar Grumo di Maglio di Sopra dove, chiamati a raccolta, i parrocchiani hanno risposto a decine: «Il primo maggio ho celebrato una messa in “uscita” partendo dalla riflessione: Dio è anche al bar? Facciamo la messa al bar, luogo di ritrovo di tanti. E l’iniziativa ha avuto grande successo con più di 80 persone che hanno gremito il piazzale antistante. Un momento di Chiesa che si è concluso con un incontro finale conviviale offerto dal locale. Non è mancata qualche critica, ma Dio non è dove ci sono le persone? Bisogna riuscire a scorgerlo dappertutto».
Una risposta confermata dagli stessi parrocchiani presentandosi in massa alla celebrazione.

Chi è don Dino Rampazzo, carabiniere e impiegato prima di diventare sacerdote

Don Dino è originario di Montecchio Maggiore ed è stato ordinato sacerdote nel 2009 dopo essere stato carabiniere e impiegato. Prima di arrivare a Valdagno ha prestato servizio 5 anni a Vicenza e Bassano, per tre mesi come cappellano militare alla brigata corazzata Ariete di Pordenone, poi Tonezza-Arsiero, come vicario parrocchiale all’Up Cornedo, Spagnago e Muzzolon, parroco per 4 anni in quella di Pressana, Roveredo di Guà, Crosare e Caselle per poi approdare prima a Noventa e poi a Lonigo. Nella cittadina leonicena ha trascorso due anni fino ad arrivare nell’autunno scorso nell’Up Santa Maria di Panisacco.

Il “prete ciclista”

Il prete “ciclista”, famoso per la sua passione per le due ruote, ha trovato «un’Unità pastorale viva fatta di 5 parrocchie con doposcuola, oratori, campeggi estivi e iniziative di intrattenimento. Occorre trovare un volto nuovo di Chiesa e lo dicono i numeri. La carenza di sacerdoti ci deve far interrogare e renderci corresponsabili. La forza del futuro sono i laici. Mi auguro di riuscire a dare risposte ai giovani e, insieme alla comunità, di recuperare i ragazzi che vivono situazioni di disagio trovando il modo di coinvolgerli».

Giovani al centro della missione: preghiera al campo sportivo per l’ultima di campionato

Riavvicinare i giovani è una delle priorità di don Dino: «Bisogna andare in mezzo a loro, dove si trovano. Ho organizzato in occasione dell’ultima partita di campionato un momento di preghiera al campo sportivo con i giocatori dell’Azzurra Maglio. C’erano 400 ragazzi. L’importante è esserci, ma la difficoltà è che noi preti siamo mosche bianche e, invece, in questo momento ci vorrebbe un prete anche solo per chiacchierare».

I “buoni confessione” per chi bestemmia sono andati a ruba

Intanto il sacerdote sta mandando in stampa la quarta serie dei suoi noti “buoni confessione”: «Sono gratuiti, ritornerò a proporli e vengono consegnati a chi, ad esempio, bestemmia e che deve anche offrire un bicchiere al bar. Un modo per toccare nel vivo e cercare di disabituare ma anche per far capire che chi sbaglia paga. Devo ristamparli – conclude – perché sono andati a ruba».

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