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Alcolismo giovani

Ott22
da admin il 22 Ottobre 2026 alle 10:45
Postato in: Blog

Alcol, oltre 8 milioni di italiani sono bevitori a rischio. Allarme giovani: a 16-17 anni uno su tre ha comportamenti pericolosi. E 730 mila avrebbero bisogno di cure.

Pubblicata la Relazione 2025 del Ministero della Salute al Parlamento che fotografa un fenomeno che continua a rappresentare una grande sfida per la sanità pubblica. Nel 2024 quasi 36 milioni di italiani hanno consumato alcolici. Diminuisce il consumo quotidiano, ma aumentano quello fuori pasto e il binge drinking tra i giovani. Oltre 2,4 milioni gli anziani con consumi a rischio. Nei servizi per l’alcoldipendenza registrati 42.224 utenti, mentre si contano 42 mila accessi al Pronto soccorso e oltre 46mila dimissioni ospedaliere legate all’alcol.

Sono oltre 8 milioni gli italiani che consumano alcol in modalità a rischio per la salute. Tra questi, 730mila presentano consumi dannosi che richiederebbero un intervento terapeutico. E a preoccupare è soprattutto la situazione dei più giovani: tra i 16 e i 17 anni quasi un ragazzo su tre presenta comportamenti di consumo a rischio, mentre tra i 18 e i 24 anni cresce il fenomeno del binge drinking, ovvero il consumo eccessivo di alcol concentrato in un’unica occasione.

È il quadro che emerge dalla Relazione del Ministro della Salute al Parlamento sugli interventi realizzati ai sensi della legge 125/2001 in materia di alcol e problemi alcolcorrelati, anno 2025, che presenta i dati epidemiologici relativi al 2024, elaborati attraverso le rilevazioni di Istat, Istituto Superiore di Sanità e altre fonti istituzionali.

Un quadro che presenta luci e ombre. Se da una parte diminuisce il consumo quotidiano, dall’altra si consolidano modalità di assunzione potenzialmente più problematiche, soprattutto tra giovani e donne. E rimane rilevante l’impatto sul Servizio sanitario nazionale, tra accessi al Pronto soccorso, ricoveri e domanda di assistenza ai servizi territoriali.

Quasi 36 milioni di italiani bevono alcolici. Meno consumi quotidiani, ma si beve sempre più fuori pasto

Secondo l’Istat, nel 2024 il 66,6% della popolazione italiana di almeno 11 anni ha consumato una bevanda alcolica, pari a circa 35 milioni e 760mila persone. La prevalenza è nettamente superiore tra gli uomini (76,7%) rispetto alle donne (57,1%).

Rispetto al 2023 si registra una lieve diminuzione della quota complessiva dei consumatori, che passa dal 67,3% al 66,6%. Più marcata la flessione del consumo quotidiano, dal 18,4% al 17%, pari comunque a oltre 9,1 milioni di persone.

A crescere sono invece altre modalità di consumo: quello occasionale passa dal 48,9% al 49,6%, mentre quello fuori pasto sale dal 32,4% al 33,2%.

La trasformazione diventa ancora più evidente osservando l’ultimo decennio. Tra il 2014 e il 2024 il consumo quotidiano è sceso dal 22% al 17%, mentre quello occasionale è salito dal 41,1% al 49,6% e quello fuori pasto dal 26,9% al 33,2%.

Particolarmente significativa l’evoluzione delle abitudini femminili. In dieci anni la quota delle donne che consumano alcol occasionalmente è passata dal 39,4% al 47,9%, mentre quella delle consumatrici fuori pasto è cresciuta dal 16,4% al 24,6%.

Quanto alle bevande, il vino rimane il prodotto più diffuso, consumato dal 54,7% della popolazione, seguito dalla birra (50,7%) e da aperitivi, amari e superalcolici (48,6%).

Oltre 8 milioni di consumatori a rischio. La fascia più critica è quella dei 16-17enni

L’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto Superiore di Sanità stima che nel 2024 circa 8,2 milioni di italiani non abbiano rispettato le raccomandazioni di salute pubblica sul consumo di bevande alcoliche.

Si tratta di circa 5,7 milioni di uomini e 2,5 milioni di donne, pari rispettivamente al 21,8% e al 9,1% della popolazione di riferimento di almeno 11 anni.

Per definire il consumo a rischio, l’ISS considera diversi parametri, tra cui il superamento delle quantità giornaliere raccomandate, il binge drinking e, per i minorenni, anche il consumo di una sola bevanda alcolica nel corso dell’anno.

La fascia più esposta è quella dei 16-17enni, nella quale il 34,5% dei ragazzi e il 29,7% delle ragazze presenta almeno un comportamento a rischio. Complessivamente il fenomeno interessa il 32,2% degli adolescenti di questa età.

Nella popolazione minorenne le differenze tra maschi e femmine risultano inoltre molto meno accentuate rispetto alle altre fasce d’età, segnalando una progressiva convergenza dei comportamenti.

Un dato che, osserva la Relazione, impone di mantenere elevata l’attenzione sulla prevenzione e sull’identificazione precoce dei comportamenti problematici.

Binge drinking in crescita tra i giovani. Tra le ragazze aumenta il consumo rischioso

Un’altra spia di allarme riguarda il binge drinking, il consumo eccessivo di bevande alcoliche in una singola occasione.

Nel 2024, nella fascia tra i 18 e i 24 anni, questo comportamento ha interessato il 16,1% dei giovani, in aumento rispetto al 14,5% registrato nel 2023.

Il fenomeno riguarda il 19,9% dei ragazzi e il 12,1% delle ragazze, con un incremento che interessa entrambi i sessi.

Nella stessa fascia d’età, la prevalenza delle giovani donne con consumi complessivamente a rischio passa dall’11,2% del 2023 al 12,9% del 2024.

Guardando all’intera popolazione maschile, l’ISS rileva inoltre un aumento significativo del binge drinking, passato dall’11,3% al 12,4% nell’arco di un anno.

Nel complesso, tra gli 11 e i 24 anni il 45,5% dei ragazzi e il 40,8% delle ragazze ha consumato almeno una bevanda alcolica nel corso del 2024. Più di un giovane su quattro, inoltre, ha l’abitudine di bere fuori dai pasti.

Anche gli anziani a rischio: oltre 2,4 milioni bevono troppo

L’attenzione non deve concentrarsi soltanto sui più giovani. La Relazione segnala infatti un fenomeno particolarmente rilevante anche tra gli over 65.

Nel 2024 sono stati 2 milioni e 439mila gli anziani che hanno adottato almeno un comportamento di consumo a rischio, di cui 1 milione e 848mila uomini e 591mila donne.

In termini percentuali, si tratta del 29,3% degli uomini e del 7,5% delle donne nella popolazione anziana.

Il comportamento più diffuso è il consumo abituale eccedentario, spesso legato alla scarsa consapevolezza dei limiti di assunzione raccomandati.

Il Ministero ricorda come con l’avanzare dell’età si riduca la capacità dell’organismo di metabolizzare l’alcol, aumentando la vulnerabilità ai suoi effetti. A questo si aggiungono le possibili interazioni negative con i farmaci, particolarmente rilevanti in una popolazione frequentemente sottoposta a terapie croniche.

Sono 730mila gli italiani con consumi dannosi. Nei servizi registrati 42mila utenti

Uno dei dati di maggiore interesse sanitario riguarda la platea delle persone che presentano un consumo dannoso di alcol, una modalità di assunzione che determina conseguenze negative sulla salute fisica e mentale.

Nel 2024 l’ISS stima circa 730 mila consumatori dannosi, di cui 480 mila uomini e 250 mila donne, con una prevalenza rispettivamente dell’1,92% e dello 0,94% nella popolazione di almeno 15 anni.

Il dato risulta in diminuzione rispetto all’anno precedente, ma resta elevata la dimensione del bisogno assistenziale. Secondo la Relazione, queste persone sono da considerare clinicamente bisognose di trattamento e potenzialmente destinatarie di una presa in carico presso i servizi territoriali.

Sul versante dell’assistenza, nel 2024 risultano 544 SerD che si occupano di problemi legati all’alcol, pari al 95,6% del totale, ai quali si aggiungono cinque strutture pubbliche ospedaliere o universitarie.

Gli utenti registrati dal sistema informativo sono complessivamente 42.224, per il 74,5% uomini e per il 25,5% donne.

La distribuzione dell’utenza evidenzia che l’11,3% è costituito da nuovi utenti, il 46% da persone già in carico o rientrate in trattamento e il restante 42,7% da soggetti che si rivolgono ai servizi senza una formale presa in carico.

Si tratta spesso di accessi sporadici, consulenze singole o situazioni nelle quali la persona non ha ancora avviato un percorso terapeutico strutturato.

L’età più rappresentata tra gli utenti complessivi è quella tra i 50 e i 59 anni. Il 72,8% ha un’età compresa tra 30 e 59 anni, mentre gli under 30 rappresentano soltanto il 6% e gli over 60 il 21,2%.

Va tuttavia precisato che dal 2024 è entrato in funzione il nuovo sistema di rilevazione SIND Alcol, basato su dati individuali anziché aggregati. Il numero degli utenti non è quindi direttamente confrontabile con quello degli anni precedenti e non consente, da solo, di misurare una variazione degli accessi ai servizi.

Oltre 42 mila accessi al Pronto soccorso e 46mila dimissioni ospedaliere

L’impatto dell’alcol sul sistema sanitario emerge anche dai dati sull’assistenza ospedaliera.

Nel 2024 sono stati registrati 42.038 accessi al Pronto soccorso con una diagnosi principale o secondaria totalmente attribuibile all’alcol. Il 68% ha riguardato uomini e il 32% donne.

Quanto alla gravità, il 48% degli accessi è stato classificato con codice verde e il 41% con codice giallo, mentre il 2% ha ricevuto un codice rosso.

Il 65% degli accessi è avvenuto attraverso il sistema di emergenza 118, mentre il 29% dei pazienti è arrivato con mezzi propri.

Sul fronte dei ricoveri, le Schede di dimissione ospedaliera rilevano 46.320 dimissioni con diagnosi principale o secondaria attribuibile all’alcol, in diminuzione del 3% rispetto al 2023.

Nel 57% delle dimissioni sono presenti patologie epatiche croniche, tra cui steatosi, epatite e cirrosi. Seguono le sindromi da dipendenza alcolica (18,7%) e le condizioni associate all’abuso di alcol (17,5%).

Anche in questo caso emerge una forte differenza di genere: il 78% delle dimissioni riguarda pazienti uomini.

Morti e incidenti stradali: l’alcol continua a pesare

Sul fronte della mortalità, l’ultimo dato disponibile si riferisce al 2022, quando in Italia sono stati registrati 1.306 decessi per patologie totalmente attribuibili all’alcol nella popolazione di almeno 15 anni.

L’82,5% dei decessi ha riguardato uomini e il 17,5% donne. Le cause principali sono rappresentate dalle epatopatie alcoliche e dai disturbi psichici e comportamentali dovuti all’uso di alcol.

Si tratta dei soli decessi per cause totalmente attribuibili, e dunque non dell’intero carico di mortalità al quale il consumo di alcol può contribuire.

Rilevante anche il capitolo della sicurezza stradale. Secondo i dati di Carabinieri e Polizia Stradale, su 57.500 incidenti con lesioni rilevati dai due organi nel 2024, in 4.717 casi almeno uno dei conducenti coinvolti era in stato di ebbrezza, pari all’8,2% del totale osservato.

Una percentuale in lieve diminuzione rispetto all’8,5% del 2023, che tuttavia conferma il peso dell’alcol nell’incidentalità stradale. Il dato non rappresenta la totalità degli incidenti verificatisi in Italia.

Le differenze regionali: consumi a rischio più diffusi al Nord

La Relazione evidenzia anche significative differenze territoriali, con una maggiore diffusione dei comportamenti a rischio nelle regioni settentrionali.

Nell’Italia nord-orientale il 24,8% degli uomini e l’11,1% delle donne presenta consumi a rischio, valori superiori alle rispettive medie nazionali.

Particolarmente elevati i dati della Provincia autonoma di Bolzano, dove il 29% degli uomini e il 13,1% delle donne rientra nella categoria dei consumatori a rischio. Il binge drinking riguarda il 23% degli uomini e il 9,1% delle donne.

In Friuli Venezia Giulia le prevalenze dei consumatori a rischio raggiungono il 30,2% tra gli uomini e l’11,3% tra le donne.

Differenze che confermano la necessità di interventi preventivi calibrati sulle caratteristiche epidemiologiche e sui comportamenti delle diverse popolazioni regionali.

La risposta del Ministero: prevenzione precoce e maggiore integrazione tra servizi

La Relazione dedica infine spazio alle iniziative realizzate nel 2025 dal Ministero della Salute nell’ambito della prevenzione.

Tra queste figura il lavoro svolto per l’elaborazione delle Linee di indirizzo sull’identificazione precoce dei segnali predittivi di dipendenza patologica, predisposte dal Tavolo tecnico istituito nell’ambito del Piano nazionale della prevenzione.

Il documento, la cui ultima bozza è stata definita nel dicembre 2025 e il cui iter di adozione deve completarsi attraverso la Conferenza Unificata, punta a rafforzare gli interventi di individuazione precoce dei comportamenti problematici.

Particolare attenzione viene riservata all’integrazione tra servizi sanitari pubblici, strutture private accreditate, servizi socioeducativi, Terzo settore e associazioni di auto mutuo aiuto.

La Relazione richiama inoltre le evidenze scientifiche internazionali sul rapporto tra alcol e tumori, ricordando che non esiste una quantità di consumo considerata sicura rispetto al rischio oncologico.

Il messaggio che emerge dal documento è dunque quello di una sfida ancora aperta per la sanità pubblica. Non basta guardare alla diminuzione dei consumi quotidiani: occorre intercettare le modalità di assunzione a rischio, intervenire precocemente soprattutto sui giovani e rafforzare la capacità dei servizi territoriali di raggiungere le persone che necessitano di assistenza.

Una sfida che coinvolge prevenzione, medicina generale, servizi per le dipendenze e assistenza ospedaliera, e che richiede una risposta sempre più coordinata dell’intero Servizio sanitario nazionale.

Alcolismo giovani

Set29
da admin il 29 Settembre 2026 alle 9:42
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l problema dell’alcol negli adulti e degli schermi nei giovani: la Spagna da’ l’esempio su come gestirli

In breve: l’alcol domina tra gli adulti e gli schermi superano le sostanze tra i giovani

Il consumo di alcol si conferma come la principale causa di dipendenza negli adulti, mentre tra i giovani di età inferiore ai 24 anni si osserva l’uso problematico di nuove tecnologie e schermi, che ha superato il consumo di cannabis.

I dati dei Centri di Attenzione alle Dipendenze di Madrid evidenziano un aumento generale delle richieste di aiuto, con 11.895 persone assistite nel 2025 e un trend in crescita nel primo semestre del 2026.

Le autorità sottolineano l’importanza di monitorare questi nuovi modelli e di adattare le risposte municipali, inclusa la gestione della patologia duale, attraverso piani specifici e risorse per il reinserimento lavorativo.

In sintesi:

  • Alcol negli adulti: rimane la sostanza principale per interventi totali e nuovi casi, seguita da cocaina, oppiacei e cannabis.
  • Tecnologie nei giovani: l’uso inadeguato delle nuove tecnologie rappresenta la causa principale di intervento, superando la cannabis.
  • Tendenze e dati: si registra un aumento generale delle attenzioni nei centri municipali tra il 2025 e il 2026.
  • Uso problematico degli schermi: non formalmente riconosciuto come dipendenza, ma con comportamenti simili e impatto su relazioni e rendimento scolastico.
  • Patologia duale: associazione tra uso problematico di tecnologie e altri disturbi mentali nei casi gravi.
  • Risorse municipali: una rete di centri e servizi di prossimità per senzatetto lavora su riduzione del danno e reinserimento lavorativo.
  • Il persistente primato dell’alcol tra la popolazione adultaNonostante l’emergere di nuove forme di dipendenza, l’alcol continua a detenere il triste primato come sostanza che motiva la maggior parte degli interventi terapeutici tra gli adulti nella città di Madrid. Questa realtà, spesso sottovalutata a causa della sua accettazione sociale e facilità di accesso, si riflette chiaramente nei dati forniti dai Centri di Attenzione alle Dipendenze del Comune. Nel 2025, in Spagna, l’alcol è stato il responsabile del 36,5% dei trattamenti complessivi, una percentuale che Sale al 40% se si considerano solo coloro che si rivolgono a queste risorse per la prima volta. Questi numeri sottolineano la necessità di non abbassare la guardia su questa specifica sostanza, che non solo ha un impatto diretto sulla salute fisica e mentale dell’individuo, ma genera anche significative conseguenze sociali, familiari ed economiche.La cocaina si posiziona come seconda causa di dipendenza (23,4%), seguita dagli oppiacei (14,6%) e dalla cannabis (12%). Sebbene queste sostanze rimangano preoccupanti, la prevalenza dell’alcol indica che la sua gestione richiede strategie di prevenzione e trattamento specifiche e durature, che tengano conto del suo radicato status culturale. I disturbi da uso di alcol (AUD), nomenclatura scientifica che descrive la condizione, manifestano uno spettro di gravità che va dal consumo rischioso alla dipendenza conclamata, con meccanismi biochimici che alterano i sistemi di ricompensa cerebrali, similmente ad altre droghe. La persistenza di questa tendenza negli anni evidenzia la sfida che le autorità sanitarie devono affrontare per ridurre il danno associato al consumo eccessivo e cronico.
  • mentre l’alcol domina tra gli adulti, un panorama completamente diverso si delinea se si sposta l’osservazione sulla popolazione giovanile, in particolare quella di età inferiore ai 24 anni. In questo segmento demografico, si sta assistendo a un vero e proprio cambio di paradigma: la causa principale di intervento nei centri municipali non è più una sostanza psicotropa, bensì l’uso inadeguato delle nuove tecnologie. I dati del 2025 relativi alla spagna sono emblematici in tal senso: quasi la metà degli interventi effettuati con i giovani (43,5%) è stata correlata a questa problematica, superando in modo significativo il consumo di cannabis (30%), storicamente la dipendenza più comune in questa fascia d’età.
  • Questa rivoluzione è confermata dai dati del primo semestre del 2026, durante il quale sono state assistite 8.879 persone nei centri di Madrid, di cui 1.721 giovani fino a 24 anni, un dato leggermente superiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La crescente pervasività degli smartphone, dei social media, dei videogiochi online e di altre piattaforme digitali ha creato un nuovo ambiente interattivo che, se da un lato offre enormi opportunità, dall’altro presenta rischi concreti di comportamenti disfunzionali. La facilità di accesso, la costante disponibilità e il design delle piattaforme, spesso ottimizzato per mantenere l’attenzione dell’utente, contribuiscono a questa tendenza. La comprensione e la gestione di queste nuove forme di dipendenza comportamentale rappresentano una sfida prioritaria per i professionisti della salute mentale e delle dipendenze.
  • Comprendere l'”uso inadeguato” e la patologia dualeÈ fondamentale precisare che l’uso problematico della tecnologia non è attualmente riconosciuto formalmente come una dipendenza a sé stante nei principali manuali diagnostici, sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) abbia incluso il disturbo da gioco d’azzardo online. Ciononostante, i professionisti osservano comportamenti che mimano fedelmente quelli delle dipendenze da sostanze: perdita di controllo, craving (forte desiderio), tolleranza (bisogno di aumentare il tempo di utilizzo) e astinenza. Il problema sorge quando l’utilizzo degli schermi disloca altre sferre fondamentali della vita quotidiana.La condizione di uso inadeguato si manifesta quando l’individuo interrompe le relazioni personali e familiari, manifesta un calo del rendimento scolastico o lavorativo, e quando la tecnologia diventa l’asse centrale della sua esistenza, a scapito di hobbies, attività fisiche e riposo adeguato. Nei casi più gravi, questo comportamento disfunzionale può apparire associato ad altri problemi di salute mentale, configurando quella che in termini scientifici viene definita patologia duale. La presenza di ansia, depressione, disturbi dell’attenzione (ADHD) o disturbi della condotta può sia predisporre all’uso problematico di schermi che essere esacerbata da esso, creando un circolo vizioso complesso da spezzare. La gestione efficace richiede quindi un approccio diagnostico e terapeutico integrato che affronti entrambe le condizioni simultaneamente.Il ruolo cruciale delle risorse municipali e del reinserimentoDi fronte a questo scenario complesso, sarebbe ottimale disporre di una rete di risorse municipali dedicata alla prevenzione, al trattamento e al reinserimento delle persone con problemi di dipendenza, sia da sostanze che comportamentali. La rete dovrebbe essere composta da centri di attenzione alle dipendenze, oltre ad altri servizi specifici come quelli di prossimità per persone senza dimora. Questi ultimi operano con una filosofia di riduzione del danno, cercando non solo di facilitare l’accesso alle cure, ma anche di migliorare la convivenza nell’ambiente circostante.Un aspetto fondamentale dell’intervento terapeutico è il reinserimento lavorativo, visto come un indicatore chiave del successo del trattamento e uno strumento potente per prevenire le ricadute. L’orientamento professionale, i programmi di formazione e il sostegno continuo dovrebbero essere parte integrante dei percorsi, dimostrando l’approccio olistico dei servizi municipali che non si limitano alla disintossicazione o al controllo del comportamento, ma puntano alla ricostruzione dell’autonomia e dell’integrazione sociale dell’individuo.Piani futuri e un budget in crescita: la risposta istituzionale che ci si aspettaIn effetti, le autorità, consapevoli della dinamicità del fenomeno delle dipendenze, dovrebbero proseguire il lavoro di stesura di un adeguato piano dipendenze per il futuro, che coinvolga esperti, enti sociali, persone in trattamento e familiari, con l’obiettivo di incorporare i nuovi modelli di consumo e le condotte emergenti, come quelle legate alle tecnologie, dimostrando la volontà di rendere la pianificazione il più aderente possibile alle reali necessità della popolazione.

Bestemmia calcio

Set21
da admin il 21 Settembre 2026 alle 16:16
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Multa per la bestemmia, l’esperto: «Un tempo era una potente trasgressione, oggi solo un intercalare. L’oltraggio alle divinità della religione di Stato? Sembra di essere in Iran»

La storia dell’uomo che ha ricevuto una multa di 102 euro. Il linguista Cortelazzo: «In Veneto ci sono riferimenti dal ‘500. I germanofoni e gli sloveni che vivono in Alto Adige o in Friuli bestemmiano in italiano»

Centodue euro per una bestemmia. È costato caro lo sfogo di un ventiduenne che martedì, al Lido di Venezia, dopo aver evitato per un soffio un pedone con lo scooter, ha perso la calma. La polizia locale lo ha multato e nel verbale ha scritto che «bestemmiava con parole oltraggiose le divinità venerate dalla religione di Stato». Un caso che ha pochi precedenti, almeno nella memoria di chi si occupa ogni giorno di sicurezza urbana. 

Luigi Altamura, comandante della polizia locale di Verona e referente Anci in Viabilità Italia, spiega di non ricordare altri episodi analoghi oltre a quello veneziano e di non aver mai disposto sanzioni per bestemmie durante la sua attività. La bestemmia, del resto, dal 1999 non è più un reato ma un illecito amministrativo: l’articolo 724 del Codice penale prevede ancora una sanzione da 51 a 309 euro per chi bestemmia pubblicamente contro la divinità. La multa, dunque, può ancora scattare. Ma da dove nasce un’abitudine così radicata, soprattutto in alcune aree del Paese? 

A decodificarla, tra linguistica e diritto, è Michele Cortelazzo, accademico ordinario della Crusca e professore emerito all’Università di Padova. Il segreto sta tutto nel fascino di infrangere i divieti: «Le ingiurie sono quasi sempre legate ai tabù» spiega il professore. «Quando uno ha bisogno di sfogare la rabbia dice le cose che normalmente non si possono dire». L’espediente per scaricare la tensione attinge di norma alla sfera sessuale, ai bisogni corporali o a quella clinica: «Parole come “cretino” o “deficiente” vengono tutte da nomi di malattie che di solito non si nominano. Oppure si dice “sei un canchero”». Alzando l’asticella, si arriva dritti al sacro. «Che cosa c’è di più trasgressivo che nominare Dio?» riflette Cortelazzo. 

«La bestemmia deriva da questo, è un universale dell’espressione della rabbia, attestata un po’ in tutte le culture. Se n’è trovata traccia persino in alcuni geroglifici». Eppure, soprattutto in alcune roccaforti geografiche, il significato originario si è smarrito, trasformando la trasgressione in un banale intercalare. «C’è questa gara fra Veneto e Toscana, ma secondo me nel Friuli è ancora più desemantizzata» dice Cortelazzo. In Veneto, ricorda, «ci sono attestazioni già del Cinquecento. La bestemmia ha anche una sua creatività». Per salvarsi in corner, «c’è chi impreca in un idioma di cui non è madrelingua pur di alleggerire il colpo, come i germanofoni o gli sloveni in Trentino Alto Adige e Friuli che bestemmiano in italiano, e chi si affida alla classica storpiatura per non oltrepassare il limite formale: il povero zio, che non c’entra con il fratello di nostro padre o di nostra madre, serve solo per mascherare». Il fatto è che «oggi, spesso, il bersaglio religioso è quasi del tutto scomparso. La bestemmia ha perso di significato. In certe regioni è diventata talmente desemantizzata che la dicono anche persone timorate di Dio. Si è persa l’idea che si faccia riferimento veramente a Dio». 

Un automatismo simile a quello raccontato dal giovane multato, che dopo lo spavento ha spiegato di aver perso la testa. «La volontà di prendersela con Dio o di esprimere un’opposizione alle posizioni della Chiesa è assolutamente minoritaria – aggiunge Cortelazzo -. È un’abitudine, sicuramente una brutta abitudine, ma spesso è completamente priva di significato». Priva di significato religioso, ma non di conseguenze. L’articolo 724 prevede ancora una sanzione amministrativa da 51 a 309 euro per chi bestemmia pubblicamente contro la divinità: «Se il Codice sanziona lo sfogo pubblico, il richiamo alla “religione di Stato” è un cortocircuito bello e buono – sentenzia Cortelazzo -. Dal 1984 quel principio non esiste più e la Corte costituzionale ha successivamente ribadito la laicità dello Stato. Non discuto la sanzione, perché il codice c’è ed è stato applicato. Ma motivarla in quel modo, e ora faccio un gioco di parole, è una bestemmia dal punto di vista giuridico: sembra di essere in Iran, non nell’Italia della Costituzione del ’48».

Alcolismo giovani

Ago31
da admin il 31 Agosto 2026 alle 17:42
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Più pubblicità di alcol, più giovani bevono: il rischio cresce del 50%

Lo spot non vende soltanto una bevanda: associa il bicchiere all’amicizia, allo sport e alla vita adulta. Una grande analisi prova a misurare quanto possa pesare questa esposizione.

Fermiamo lo schermo un istante, proprio mentre i bicchieri si toccano. Attorno c’è una partita, una spiaggia, un gruppo di giovani che ride; la bottiglia compare senza imporsi, quasi fosse capitata lì per caso. Poi l’immagine finisce. Non vediamo la perdita di controllo, l’incidente, il corpo che il mattino dopo si sveglia nel malessere. La pubblicità si arresta sempre un momento prima delle conseguenze.

È in quello spazio — fra ciò che viene mostrato e ciò che resta fuori campo — che bisogna leggere la meta-analisi pubblicata il 24 agosto su JAMA Pediatrics. I ricercatori hanno riunito 23 pubblicazioni, ricavate da 19 coorti longitudinali: 82.498 partecipanti in dieci Paesi ad alto reddito. Prima è stata misurata l’esposizione al marketing dell’alcol, poi, nel tempo, il consumo. Il risultato complessivo è netto: confrontando i giovani più esposti con quelli meno esposti, i primi mostravano un rischio di consumo superiore del 50%, comprendendo sia l’inizio sia gli episodi di binge drinking. L’intervallo di confidenza, fra 1,37 e 1,63, rende improbabile che l’associazione osservata sia dovuta semplicemente al caso.

Ma che cos’è, oggi, la “pubblicità”? Non soltanto lo spot che interrompe un programma. È il marchio infilato in un contenuto d’intrattenimento, la bevanda visibile sullo schermo, la promozione online, l’oggetto con un logo; è perfino la simpatia che un ragazzo dichiara per una marca o per una campagna. Un congegno diffuso, mobile, spesso difficile da separare dal paesaggio quotidiano. Delle 94 stime di rischio esaminate, l’86% indicava la stessa direzione: più esposizione, maggiore probabilità di bere. La televisione mostrava l’associazione più forte, superiore a quella delle altre forme di marketing.

La bottiglia, dunque, non viene venduta soltanto come bottiglia. Prima ancora del consumo si vendono un’aspettativa, un atteggiamento, una piccola idea del mondo: bere appartiene alla festa, alla compagnia, al divertimento, forse persino al passaggio verso l’età adulta. È questo il possibile meccanismo intermedio suggerito dall’analisi narrativa. La pubblicità non ordina di bere: imposta il bicchiere come opzione predefinita della scena. A forza di ricomparire, il gesto perde attrito, diventa familiare e finisce per sembrare parte naturale del copione sociale. È un lavoro discreto, quasi invisibile. Proprio per questo conta.

Quel 50%, però, va maneggiato con precisione. Non significa che, ogni cento ragazzi, cinquanta in più cominceranno necessariamente a bere. È un aumento relativo del rischio fra gruppi molto esposti e gruppi poco esposti; non esiste qui un unico rischio assoluto applicabile a tutti, perché le coorti differivano per età, Paese, definizione del consumo e modo di misurare l’esposizione. La certezza delle prove è stata giudicata moderata, anche grazie a una relazione dose-risposta: al crescere dell’esposizione aumentava il rischio osservato.

E allora la pubblicità causa il consumo? La risposta onesta è: questo studio non può dimostrarlo. Le ricerche erano osservazionali e si affidavano almeno in parte alle dichiarazioni dei partecipanti, quindi a ricordi che possono essere imprecisi e a risposte non sempre sincere. Inoltre la famiglia, gli amici, la disponibilità dell’alcol e il contesto sociale possono influire tanto sull’esposizione quanto sul comportamento. La parola corretta rimane “associato”. Ma sarebbe curioso trasformare questa cautela scientifica in un’assoluzione: riconoscere i limiti di una prova non significa fingere che la prova non esista.

Pensiamoci davanti ai numeri diffusi da HBSC e dall’OMS Europa. Fra i quindicenni intervistati in Europa, Asia centrale e Canada, il 57% aveva già provato l’alcol; il 37% dichiarava di aver bevuto nei trenta giorni precedenti. Nessuno spot, preso da solo, può spiegare l’inizio del consumo di un ragazzo. Sarebbe una semplificazione comoda e falsa. Ma è altrettanto difficile sostenere che migliaia di immagini, marchi, sponsorizzazioni e messaggi personalizzati siano soltanto un fondale innocente.

Per l’Organizzazione mondiale della sanità, limitare pubblicità, promozioni e sponsorizzazioni è fra le misure più efficaci e convenienti per proteggere bambini e adolescenti. E la protezione, ormai, non può fermarsi alla televisione: deve raggiungere i social network, i contenuti sponsorizzati e il marketing selezionato dall’algoritmo per chi guarda. Altrimenti rischiamo di spegnere uno spot mentre, sullo schermo accanto, ne arrivano cento invisibili e costruiti su misura.

La pubblicità continuerà a mostrarci il bicchiere sollevato, la luce sulla spiaggia, gli amici che ridono. Il suo racconto finisce lì. Quello dei ragazzi, invece, comincia dopo che lo schermo è diventato buio.

Alcolismo giovani

Lug24
da admin il 24 Luglio 2026 alle 17:25
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Dipendenze in Italia, l’allarme del Governo: dall’alcol al gioco d’azzardo, dagli psicofarmaci all’isolamento tra i giovani

Il 24 giugno 2026, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha presentato al Parlamento la Relazione annuale sul fenomeno delle dipendenze in Italia (con dati riferiti prevalentemente al 2025). Fotografa una realtà complessa: cala leggermente il tabacco, ma tra i minorenni preoccupano l’abuso di alcol, l’uso di psicofarmaci senza ricetta e il boom del gioco d’azzardo online. A questi si aggiunge l’allarme silenzioso dell’isolamento volontario (Hikikomori) e dell’uso problematico di Internet. Ecco tutti i dati presentati dal Governo.

Il documento evidenzia un importante cambio di prospettiva: la relazione non si chiama più “sulle tossicodipendenze”, ma genericamente “sulle dipendenze”. Questo cambiamento serve a sottolineare che oggi le dipendenze da sostanze (illegali e legali) sono sempre più strettamente legate a quelle comportamentali, specialmente tra i più giovani

Le sostanze legali e i farmaci tra i giovani

Accanto al consumo di sostanze illegali, tra i minorenni e gli studenti italiani rimane diffusissimo e preoccupante l’uso di sostanze psicoattive consentite dalla legge o accessibili tramite prescrizione medica.

Nel 2025, quasi 500.000 studenti minorenni (pari al 31% degli under 18) hanno fumato tabacco. Il fenomeno è in lieve calo rispetto all’anno precedente e registra una diffusione maggiore tra le ragazze rispetto ai ragazzi. 

L’alcol continua a rappresentare un rischio enorme per gli adolescenti. Circa 380.000 studenti minorenni (il 25% della popolazione scolastica under 18) hanno riferito di essersi ubriacati almeno una volta nel corso dell’anno. Anche in questo caso, le ragazze mostrano una tendenza al consumo eccessivo più alta rispetto ai coetanei maschi. 

Inoltre, un fenomeno particolarmente silenzioso ma rilevante è l’uso di medicinali psicoattivi (come ansiolitici o sonniferi) senza alcuna prescrizione del medico. Nel 2025, circa 180.000 minorenni (l’11%) ne hanno fatto uso. Le ragazze consumano questi farmaci senza ricetta con una frequenza che è quasi il doppio rispetto ai ragazzi. 

Il gioco d’azzardo (anche online)

Anche se la legge vieta il gioco d’azzardo ai minori di 18 anni, i dati mostrano che questa dipendenza comportamentale sta raggiungendo livelli altissimi tra i giovanissimi. Il 64% degli studenti minorenni ha giocato d’azzardo almeno una volta nella vita, e ben il 59% (circa 900.000 ragazzi tra i 15 e i 17 anni) lo ha fatto nel corso del 2025. 

Le modalità più comuni sono i biglietti “Gratta e Vinci” e le scommesse sportive (soprattutto calcistiche). Il 12% dei minorenni gioca invece sulle piattaforme online. 

Il 7,7% dei giovani mostra un profilo di gioco “a rischio” e il 6% ha un comportamento “problematico”. Spesso questi ragazzi associano il gioco d’azzardo ad altri problemi come atti di vandalismo, furti o uso di sostanze stupefacenti. 

Le nuove dipendenze digitali e l’isolamento sociale

La relazione dedica ampio spazio a come l’uso eccessivo della tecnologia e della rete si stia trasformando in una vera e propria dipendenza per i ragazzi sotto i 18 anni: circa 230.000 minorenni hanno un rapporto patologico con il web. Faticano a controllare il tempo passato online, tendono a dormire pochissimo e a trascurare le relazioni sociali reali. 

Più di 260.000 studenti minorenni (il 17%) mostrano un profilo di gioco con i videogame considerato a rischio. Quando non possono giocare, manifestano spesso forte irritabilità e difficoltà a controllare le proprie emozioni. 

Più di 26.000 minorenni (l’1,7%), inoltre, hanno riferito di vivere in uno stato di isolamento sociale volontario e completo da oltre sei mesi. Un altro 2,3% ha sperimentato periodi di ritiro più brevi (tra i 3 e i 6 mesi), spesso legati a forti disagi psicologici, familiari o relazionali. 

Il mondo digitale amplifica anche i comportamenti aggressivi: il 47% dei minorenni dichiara di essere stato vittima di bullismo online, mentre il 32% ammette di aver compiuto azioni offensive in rete (soprattutto i maschi). Inoltre, circa il 30% dei ragazzi ha provato l’esperienza del ghosting (interrompere improvvisamente e senza spiegazioni ogni contatto digitale con qualcuno), sia subendolo sia mettendolo in atto. 

L’importanza della prevenzione e della famiglia

I dati della Relazione sottolineano che una presenza educativa attenta, basata sul dialogo e sul supporto reciproco in famiglia, è il principale fattore protettivo per evitare che i giovani cadano nel poliutilizzo di sostanze o in comportamenti patologici. Per rispondere a questa crescente complessità, lo Stato ha stanziato oltre 160 milioni di euro nel 2025 per rafforzare la prevenzione scolastica, i servizi di cura sul territorio (SerD) e contrastare l’azzardo e le dipendenze comportamentali.

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