I ragazzi bevono per “far decollare” la serata, per abbassare le inibizioni durante un rapporto sessuale, o per vincere la solitudine. Se fate un giro il sabato sera per strada o nei locali, è normale incontrare giovani brilli o ubriachi, che non riescono a divertirsi senza bere, bere e ancora bere. Ordinare un analcolico è diventato un motivo di discriminazione sociale, specie fra gli adolescenti, che si avvicinano per la prima volta all’alcol in modo del tutto irresponsabile.
Oggi voglio parlarvi dell’origine dei due termini che costituiscono il tema di questo blog: bestemmia e blasfemia.
La parola blasfemia deriva dal greco blasphemìa ed è una parola composta dal verbo blàptein, che significa ingiuriare +phéme, che significa ingiuriare. Blasfemia è la parola ingiuriosa che viene rivolta alla divinità da qualcuno scellerato e irrispettoso delle cose divine.
Bestemmia deriva dal latino volgare biastèmia e poi biastemma, “storpiature” del più nobile termine greco.
Stiamo parlando dunque di una parola che ha origini antichissime e che è sopravvissuta pressoché intatta sino ai nostri giorni. Ciò testimonia quanto il tema dell’ingiuria verso gli dèi e poi Dio sia sentito da sempre.
In passato i bestemmiatori erano condannati con pene severissime, addirittura con la morte. Nelle città italiane del Medioevo, coloro che erano accusati di blasfemia erano rinchiusi all’interno di una gabbia (la cheba) e appesi alla torre comunale. Lì erano lasciati a morire di sete e fame, diventando facile pasto per i corvi.
Gli adolescenti stanno diventando una parte trascurabile della popolazione, specialmente in quelle zone in cui si registra decremento demografico. Famiglie monoreddito, genitori troppo assenti per impegni lavorativi, incapacità di confrontarsi con la cultura giovanile, sono le cause più frequenti dell’abbandono.
Gli adolescenti, come risucchiati da un vuoto, si rifugiano in un universo parallelo fatto di alcol, stupefacenti, social network. Il consumo di sostanze alcoliche e di marjuana è in aumento fra i giovanissimi, che non riescono a dare senso alla propria esistenza. Lo stordimento fisico e il rifugio nella realtà virtuale diventano “strategie” per lenire la sofferenza e l’incapacità di trovare una ragione di vita.
Oltre alle implicazioni sociologiche, occorre concentrarsi sui danni fisici: alcol e stupefancenti a lungo andare danneggiano il cervello e gli organi interni. Le ricadute sul comportamento, sulle capacità intellettive e sui riflessi sono assolutamente nefaste. Stiamo assistendo alla crescita di una generazione di zoombies, che dovrebbero essere in realtà il nostro futuro, coloro ai quali consegneremo la nostra eredità.
Nonostante il dramma silenzioso che si consuma fra l’indifferenza generalizzata, c’è ancora speranza: possiamo ancora riprendere le redini. Insegniamo ai nostri figli a bere responsabilmente, a tenersi alla larga dalle droghe, ad avere relazioni vere con le persone. Insegniamo loro la pienezza della vita; solo così, potremo contrastare il vuoto che li divora. S. B.
Il caso più grave è stato quello di un bambino di 7 anni, che ha confessato al personale ospedaliero di essere un alcolizzato e di fatto presentava tutti i segni fisici e psichici dell’alcolismo. Così è accaduto anche ad una bambina di 8 e poi ad un bambino di 3 anni.
E non è solo l’Inghilterra a vantare l’atroce primato. Nel 2014, fece il giro del mondo la foto di un bambino cinese di 2 anni che beveva avidamente una bottiglia di birra. Pare che anche questo fosse un drammatico caso di alcolismo infantile.
Statisticamente è appurato che l’alcolismo infantile si riscontra in famiglie in cui almeno un coniuge ha problemi con l’alcol. A volte, inoltre, sono gli stessi genitori che somministrano bevande alcoliche ai figli.
