ROMA, 05 MAR – Il presidente del Comitato etico della Lega Pro, Francesco Cirillo, ha richiamato l’attenzione dei dirigenti dei club sul tema delle espressioni blasfeme pronunciate durante le partite.
Il Codice di giustizia sportiva sanziona l’uso di un linguaggio o di gesti osceni, volgari o irrispettosi, nonché l’utilizzo di espressioni blasfeme e il Comitato ha invitato tutti i dirigenti e i responsabili dei club affinché vigilino sull’atteggiamento dei tesserati, in particolare sui giovani.
I club, sulla materia, “devono svolgere un compito oneroso di prevenzione ed educazione; principi ai quali, com’é noto, la Lega Pro da sempre si è dimostrata attenta. Gli stessi principi “dovranno improntare le azioni degli allenatori che sono per i giovani sportivi importanti punti di riferimento”.
LA NORMA CHE PUNISCE CHI PROFERISCE ESPRESSIONI BLASFEME E’ VIGENTE DA TEMPO IMMEMORE, IL PROBLEMA VERO E’ CHE CHI DOVREBBE APPLICARE TALE REGOLA MOLTO SPESSO (SE NON SEMPRE) SORVOLA SU QUANTO SENTE IN CAMPO….PURTROPPO GLI ARBITRI NON SANZIONANO MAI CON L’ESPULSIONE CHI BESTEMMIA IN CAMPO, A PARTIRE DAI CAMPIONATI GIOVANILI.
«Teneri alcolisti»: così si intitola il lungo report sui consumi di alcol nella generazione del dopo millennio, uscito a fine dicembre scorso sul Longform di Repubblica. Il titolo non è che un assaggio del menu: si tratta di giovani “divorati ogni notte da un consumo di alcol in età sempre più precoce”; sedotti da prodotti alcolici dedicati a basso prezzo; che non ricercano il piacere ma (irrazionalmente e irresponsabilmente, è implicito) la perdita di controllo. Lo sballo per lo sballo, insomma. Il bere non è solo sinonimo di alcolismo e di danni cerebrali irreversibili (bastano due mesi di ubriacature a “spegnere le aree della memoria”, si legge); è anche la porta d’accesso alle droghe illegali, al “poliabuso di sostanze stupefacenti di cui l’alcol è la gateway drug”.
Anche se alcuni esperti citati dicono cose diverse (si vedano le riflessioni sulla dipendenza di Federico Tonioni), tuttavia l’approccio terroristico del servizio è inequivocabile, in un intreccio di luoghi comuni sui giovani e di “miti” storici sulle droghe, legali e illegali. L’immaginario sulle giovani generazioni in genere oscilla fra il diavolo e l’acqua santa, l’uno elidente l’altra. E infatti il pezzo si concentra sulle fiamme dell’inferno alcolico (che ai più vecchi ricorda tanto la “gioventù bruciata” – da sesso, alcol e quant’altro – dei lontani anni cinquanta): dimenticando gli angeli dei Fridays for future, impegnati di giorno a salvare il pianeta, ma che presumibilmente sono gli stessi “divorati” di notte dall’alcolismo precoce.
Quanto al mito del “flagello alcol”, antecedente storico del “flagello droga”, basti ricordare il Movimento della Temperanza, che in America lottò vittorioso per la proibizione dell’alcol: con la motivazione della escalation inevitabile, da una birra alle tante birre e al whiskey, dall’uso moderato alla dipendenza. Stessa storia per tutte le droghe: dall’alcol alla cannabis, dalla cannabis all’eroina. Agli inizi del Novecento, gli attivisti della Temperanza insegnavano nelle scuole ai bambini americani a recitare filastrocche edificanti, per convincere i padri all’astinenza, pena l’inevitabile destino di ubriaconi. Oggi, al ragazzo del Flaminio che dice di bere “tre birre e poi stop..altrimenti non riesco a guidare la moto”, si contrappone la profezia degli Alcolisti Anonimi: “E’ così che si inizia. Anzi è così che si scivola nella dipendenza”. Siamo al rilancio del famoso slogan guerresco “A drugfree world, we can do it”?
Ciò che ostinatamente rimane fuori scena è il significato sociale del bere, la comprensione delle differenti culture, delle scelte che gli individui, giovani e meno giovani, operano, i criteri di razionalità che li ispirano. La questione “alcol e giovani”, come allarme per l’aumento dei consumi e i dilaganti “eccessi” nel bere, risale ad almeno quaranta anni fa. In una revisione delle ricerche qualitative lungo un ventennio (condotta da Franca Beccaria nel 2010), usciva smentita la immagine dei giovani italiani del tutto omologati al modello dello extreme drinking, “privi di valori e molto più attratti da comportamenti rischiosi rispetto alle generazioni precedenti”: invece, i ragazzi del duemila mostravano una nuova consapevolezza degli effetti ricercati nell’alcol, e anche del “posto” (temporale, sociale, psicologico) da riservare all’uso occasionale più intenso.
Una ricerca toscana di pochi anni fa approfondisce i cosiddetti “policonsumi”, quali esito perlopiù “razionale” di abbinamenti utili a modulare gli effetti delle varie sostanze, mitigando quelli più rischiosi e spiacevoli (come l’uso rilassante della cannabis quando si è bevuto troppo). La stessa razionalità che durante il lockdown ha spinto molti consumatori a diminuire l’uso di alcol, venendo meno i contesti di socialità e non ritrovando “senso” nel bere solitario.
L’eccessivo consumo di alcol in adolescenza danneggia gravemente il cervello promuovendo l’assottigliamento della corteccia prefrontale, la porzione del cervello responsabile dell’attenzione, del prendere decisioni, delle emozioni e del controllo degli impulsi. È questo quanto emerge dal convegno annuale della Research Society on Alcoholism di Atalanta (Stati Uniti), dove Tim McQueeny del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Cincinnati (Stati Uniti) ha presentato i risultati dei suoi studi, che hanno previsto scansioni cerebrali di 29 giovani di età compresa tra i 18 e 25 anni con l’abitudine di consumare almeno 4 (se femmine) o 5 (se maschi) bevande alcoliche ogni fine settimana.
L’uso di alcol aumenta tra le ragazze adolescenti, diminuisce tra i ragazzi, ma il livello complessivo di consumo in questa fascia di età resta elevato. Ed elevati restano i rischi. È importante sottolineare che nell’indagine conoscitiva dell’Istat sulle dipendenze patologiche diffuse tra i giovani, aggiornata con i dati 2020, non c’è uno stravolgimento dei trend rispetto al pre-pandemia. Tra le bevande alcoliche maggiormente consumate in questa fascia d’età, si segnalano, tra i maschi, principalmente la birra (14,3%) e gli aperitivi alcolici/amari/superalcolici (12,4%); tra le ragazze, gli aperitivi alcolici/amari/superalcolici (13,5%), seguiti dalla birra (12,2%). Vengono assunte senza un aumento dell’uso di alcol rispetto al passato, anche se deve indurre ad una seria riflessione il fatto che in questa fascia d’età l’abitudine al binge drinking e/o al consumo fuori pasto almeno settimanale è ormai cosa comune.
Il binge drinking, o assunzione di più bevande alcoliche in un intervallo di tempo più o meno breve, è sempre più preoccupante, tanto che diventa necessario non solo monitorare la frequenza dell’alcol ma l’uso che se ne fa. Tale uso spesso è fine a sé stesso oppure diventa una gara a scopo “socializzante”. L’uso socializzante è il segno di una ricerca costante di sballo. Se il giovane è alla ricerca costante di piacere, significa che non sta vivendo bene, non sta sentendo benessere e nemmeno lo vuole perseguire. Ottenere il piacere richiede molto meno fatica del raggiungimento del ben-essere che presuppone, invece, attesa, sforzo, pazienza, lavoro, sudore, preparazione. Alla capacità di vivere bene, di “ben-essere”, molti ragazzi non credono più, disillusi come sono da mancanza di prospettive, insicurezza sul futuro e soprattutto della presenza della terza pandemia, sempre più pressante e fonte di angoscia e incertezze. Ciò li conduce a lasciarsi andare, a lasciarsi vivere, all’accettazione passiva di un non senso della propria esistenza. Subentra un loro atteggiamento di passiva protesta, che non si traduce in azioni ma, al contrario, in atteggiamenti di rinuncia, di abulia, di sfiducia in sé stessi e in ciò che li circonda. Ciò li porta alla mancata accettazione del mondo degli adulti e delle loro regole, di ogni loro abitudine e sistema di vita, una rinuncia che coglie gli educatori impreparati al punto da farli diventare paradossalmente concilianti. Ed è così che i giovani, anzi soprattutto e prima di tutto i ragazzini, iniziano a sperimentare la debolezza delle persone in cui invece dovrebbero cogliere esempi di autorevolezza, determinazione, fermezza di regole precise ed inequivocabili da osservare. Bisogna che i giovani abbiano punti di riferimento fermi e decisi. Non è possibile che ci vedano sempre pronti a capirli nei loro ripetuti, spesso provocatori errori.
I “no” siano “no”. In qualche “no” ci può essere la via perché l’educando si rimbocchi le maniche e pensi che non tutto gli è dovuto. Con quei “no” si può evitare una deriva narcisistica e antisociale. Essere buoni genitori e amati educatori vuol dire far comprendere il senso vero della democrazia.
La forza di un popolo non è fare ciò che si vuole, ma contribuire positivamente al miglioramento di sé stessi e del proprio paese. Allo stesso modo la forza dei giovani non è essere liberi di mandare in aria tutti i sacrifici fatti nel passato per garantire un futuro migliore; è invece essere liberi di perseguire le vie migliori per rendere più vivibile la vita della nostra Terra, per dare validi contributi alla medicina e alla scienza e progredire nella scoperta di modi migliori per comunicare in modo positivo con le genti di tutto il nostro pianeta. Fare questo richiede impegno, coraggio; l’azione del giovane non può tradursi nella ricerca di una bottiglia scacciapensieri cui aggrapparsi per liberarsi facilmente d’ogni responsabilità e problema, persino della gioia di un incontro che non inizi con un “Andiamo a bere? Dài che stasera si torna a casa ubriachi!!”. Il contenuto di una bottiglia si svuota e alla fine lascia solo angoscia, solitudine, amarezza. Incontrarsi non è questo, non è bere per passare poi a false passioni, a puro e semplice piacere, alla rovina di tante vite, soprattutto familiari. Incontrarsi è guardarsi negli occhi, leggere dentro la gioia di sapere che esiste qualcuno con cui costruire ciò che di bello la vita ci chiede di costruire perché si riempia di senso. Per gli adulti educatori diventa doveroso, al di là dell’uso dei computer, recuperare incontri seri con i ragazzi, essere giovani con loro, ma non colludere con loro per sentirsi giovani. Bisogna intervenire, rimproverare.
I ragazzi devono assolutamente sentire la frustrazione del rimprovero. È così che amiamo davvero. Bisogna ritornare ad educare. Educare è un dialogo profondo in cui si sospende tutto. È un incontro che può essere decisivo perché testimonianza per chi abbiamo dinanzi. Dobbiamo crederci per primi noi adulti.
I ragazzi ci osservano, ci imitano, ci emulano. Hanno bisogno di sentirsi visti, amati. Dobbiamo incontrare il loro canale comunicativo che non può ontologicamente e storicamente essere corrispondente al nostro. Dobbiamo essere amorevoli, ma anche credibili, veri. Solo così gli alcolici non avranno la meglio su di noi.
I ragazzi sono raggiungibili se riusciamo a condividere con loro idee, scelte, prospettive, soluzioni. Hanno il desiderio e il bisogno di potersi proporre senza percepire che la risposta ai loro desideri possa essere sempre svalutante. Hanno bisogno di noi, educatori in letargo, a volte, per troppo tempo. Che bello sarebbe se un giorno potessimo vedere giovani che parlano con adulti senza avere la sensazione di essere in un ring in cui si attiva una lotta tra generazioni anziché un incontro tra esse. Chi educa ha il dovere di sognare stando con i piedi per terra. Ma bisogna crederci. Ritrovare l’entusiasmo.
In tal senso straordinarie sono le parole del prof. Carmina (morto nella tragedia di Ravanusa), riprese dal nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’ultimo discorso di fine anno alla Nazione prima della fine del suo settennato di Presidenza: «[…] usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha; non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi: infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non “adattatevi”, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa: voi non siete il futuro, siete il presente.»
Sono parole che invitano ad un’ultima considerazione: l’importanza dello sguardo all’altro. Non conta chi ce la fa prima, conta farcela, possibilmente insieme. È la relazione con le persone che sposta le cose se lo vogliamo. L’incontro e la relazione possono aprire nuovi orizzonti. È in questi casi che la speranza riprende forza. È in queste occasioni che si può ripartire. È in questi casi che una canna può stancare e una bevanda non essere gradita. Perché? Perché ci sono occhi che, incontrandosi, propongono panorami sconosciuti. Insieme costruiremo un presente che non avrà più odore di alcol o di canne ma il profumo nuovo di un ritrovato e responsabile concetto di libertà.
Il riscatto grazie all’associazione Papa Giovanni XXIII: oggi produce vino e aiuta i disabili
«Mi ero perso per depressione. Avevo iniziato con gli piscofarmaci, poi l’alcool. E per 22 anni sono stato a San Patrignano da cui sono uscito pulito». Ma non finisce sull’uscita della comunità di Coriano di Rimini, il ritorno in società di Amedeo Franconi. Marchigiano, 67 anni, la sua storia è poco natalizia se l’immaginario delle storie natalizie è quello fiabesco, ma lo diventa se il Natale è – forse banalmente – sinonimo di rinascita e quindi riscatto. Una storia di riscatto personale, senza troppo rancore. Aveva lavorato nel settore calzaturiero prima di finire in comunità. Dopo la lunga parantesi a “Sanpa” era finito in strada, vivendo anche in stazione per coprirsi con un tetto. «Avevo 60 anni e cominciai a bere – dice – non ero un alcolista, ma bevicchiavo”» Da sei anni è stato accolto a Rimini alla Capanna di Betlemme dell’associazione Papa Giovanni XXIII di cui è ospite in una struttura: la sua vita ora è – anche – il vino, ma quello buono, il frutto del lavoro dei vigneti ben speso per aiutare i giovani disabili o ragazzi in difficoltà ospiti dell’associazione.
Amedeo Franconi, le va di riavvolgere il nastro e raccontare la sua storia?
«Dopo un periodo difficile sono stati ospite per 22 anni alla comunità di San Patrignano. Prima era stato un calvario ero finito anche in un reparto di psichiatria, poi in comunità mi hanno ripulito. Insomma nel 2015 andai vi, ma finii in strada. Per 8 – 9 mesi la mia base era la stazione dei treni. Tornai quindi nelle Marche vicino al mio paese. Finalmente, fu lì che le persone cominciarono a darmi una mano. Mi trovai anche un lavoro, ma lo persi e ancora ritornai in strada. Avevo 60 anni e cominciai a bere, di certo non ero un alcolista ma insomma bevicchiavo».
E poi cosa successe?
«Una dottoressa in pensione, una signora anziana mi accompagnò a Rimini a un centro specializzato per disintossicarmi anche se i miei problemi di alcolismo non erano gravi. A Rimini sono entrato in contatto con la Capanna di Betlemme, dove di fatto mi sono sentito accolto. Sempre a Rimini avevo iniziato a lavorare come carrozziere ma mollai, perché quel mestiere non è per me».
E poi arrivò la svolta…
«Gli operatori della capanna di Betlemme mi dissero che avrebbero voluto produrre il loro primo vino. Sapevano che ero un esperto di viticoltura. Ed è vero perché lavoravo soprattutto per passione, con mio padre. E sottolineo, ci vuole passione ma di certo quella non basta. Devi anche capirci qualcosa, tanto che ho fatto anche corsi e seguito persone più esperte»
E il vino buono è uscito?
«A Rimini è stata una bella sfida. Quando vidi i vitigni dissi: «ragazzi qui ci vogliono almeno tre anni per fare le cose fatte bene. Era tutto abbastanza malandato. All’inizio da quelle viti non poteva che uscire acqua, e quindi dovevamo rimboccarci le maniche. Dopo un po’ di anni posso confermare che da quelle viti esce un vino buono, anzi, come è normale che sia, ogni anno il vino è più buono. Siamo orgogliosi. Mi prendo anche cura di un ragazzo, che però non va di chiamare disabile per quanto soffra di un lieve autismo. Tanta soddisfazione ma è stata anche parecchio dura: all’inizio non mi dava retta ma è stato impagabile trasmettergli passioni e competenze. Che poi… non ci occupiamo solo viti ma anche di olivi, olivi secolari che ancora danno i loro frutti»
Ha seguito anche altri ragazzi giusto?
«Si. Purtroppo uno di loro non c’è più, è morto. Prima di andarsene mi ha scritto “grazie di tutto”».
“Un anno fa è morta a Londra una persona di grande rilievo sociale, Jonathan Sacks, Rabbino capo di Gran Bretagna, che diceva: ‘Un Paese è forte quando si prende cura dei deboli; è ricco quando si occupa dei poveri; diventa invulnerabile se si occupa delle persone più vulnerabili’. Queste non sono affermazioni utopistiche o ideali, sono elementi concreti della realtà di ciascuna comunità, di ciascun Paese. Tutto questo è stato, del resto, posto in evidenza dalla pandemia, che ha reso evidente come dipendiamo gli uni dagli altri, in ciascun Paese, in ciascun luogo, in ciascuna città, in ciascun borgo, in ciascuno Stato, nella comunità internazionale”. Lo ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, consegnando al Quirinale le onorificenze Omri conferite “motu proprio” nel 2020 e nel 2021 a 65 cittadini distintisi per atti di eroismo e impegno civile. Una cerimonia commovente e partecipata, al termine della quale il Capo dello Stato si è intrattenuto con i premiati per strette di mano e scambio di opinioni.
Gli “eroi” di Mattarella che onorano l’Italia
“Sono onorificenze -ha ricordato il Capo dello Stato- dovute al fatto che siete protagonisti di gesti, o di comportamenti prolungati, di solidarietà, di altruismo, di iniziative volte ad assicurare il bene comune, iniziative di senso di responsabilità nei confronti della collettività, in cui tutti siamo inseriti. Questo va a vostro merito, ma esprime anche una sensibilità diffusa nel nostro Paese, tra la nostra gente: una sensibilità di senso di responsabilità per gli altri, una sensibilità radicata nella cultura e nella vita civile dell’Italia. Vedete, senza solidarietà non esiste una vera comunità in cui vivere e convivere. Sentirsi parte di una comunità conferisce fiducia e speranza, anche sicurezza”.
Angela Buanne e il “Viaggio al centro della notte” di Luca Maurelli
Alcolismo giovanile, droga, sballi. Una lotta impari da portare nelle scuole che qualcuno, da tre anni, conduce sull’asse Roma-Napol. E’ Angela Buanne, 54 anni (Napoli), Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, tra i premiati del Colle: “Per il suo contributo alla causa della sensibilizzazione presso i giovani sul tema della sicurezza stradale e del contrasto all’alcolismo e alle stragi del sabato sera”, un progetto che nasce dalla pubblicazione del libro del giornalista del Secolo d’Italia, Luca Maurelli, “Viaggio al centro della notte” (Guida Editori), poi diventato un progetto scolastico di incontro con i giovani sui temi dell’alcolismo e dell’uso delle droghe.
Questa la motivazione alla base dell’onorificenza ad Angela Buanne:
“È la madre di Livia Barbato, deceduta poco più che ventenne nel luglio 2015 per le ferite riportate in un incidente stradale causato dal fidanzato, che in stato di ebrezza, guidò contromano per diversi chilometri. Nello stesso incidente perse la vita il conducente dell’auto proveniente dal verso giusto di marcia. La vicenda della figlia è stata raccontata nel libro “Viaggio al centro della notte” del giornalista Luca Maurelli che affronta più in generale la piaga delle stragi del sabato sera, dell’alcolismo giovanile e degli sballi facili. Grazie al sostegno della Fondazione Ania (Associazione nazionale imprese assicuratrici) e della fondazione Exodus di Don Antonio Mazzi, Angela, accompagnata da Luca Maurelli, gira le scuole per incontrare gli studenti e sensibilizzarli sul tema della sicurezza stradale”.