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Incontro e relazione: due armi per combattere l’alcolismo tra i giovani

Gen14
da admin il 14 Gennaio 2022 alle 17:38
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L’eccessivo consumo di alcol in adolescenza danneggia gravemente il cervello promuovendo l’assottigliamento della corteccia prefrontale, la porzione del cervello responsabile dell’attenzione, del prendere decisioni, delle emozioni e del controllo degli impulsi. È questo quanto emerge dal convegno annuale della Research Society on Alcoholism di Atalanta (Stati Uniti), dove Tim McQueeny del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Cincinnati (Stati Uniti) ha presentato i risultati dei suoi studi, che hanno previsto scansioni cerebrali di 29 giovani di età compresa tra i 18 e 25 anni con l’abitudine di consumare almeno 4 (se femmine) o 5 (se maschi) bevande alcoliche ogni fine settimana.

L’uso di alcol aumenta tra le ragazze adolescenti, diminuisce tra i ragazzi, ma il livello complessivo di consumo in questa fascia di età resta elevato. Ed elevati restano i rischi.  È importante sottolineare che nell’indagine conoscitiva dell’Istat sulle dipendenze patologiche diffuse tra i giovani, aggiornata con i dati 2020, non c’è uno stravolgimento dei trend rispetto al pre-pandemia. Tra le bevande alcoliche maggiormente consumate in questa fascia d’età, si segnalano, tra i maschi, principalmente la birra (14,3%) e gli aperitivi alcolici/amari/superalcolici (12,4%); tra le ragazze, gli aperitivi alcolici/amari/superalcolici (13,5%), seguiti dalla birra (12,2%). Vengono assunte senza un aumento dell’uso di alcol rispetto al passato, anche se deve indurre ad una seria riflessione il fatto che in questa fascia d’età l’abitudine al binge drinking e/o al consumo fuori pasto almeno settimanale è ormai cosa comune.

Il binge drinking, o assunzione di più bevande alcoliche in un intervallo di tempo più o meno breve, è sempre più preoccupante, tanto che diventa necessario non solo monitorare la frequenza dell’alcol ma l’uso che se ne fa. Tale uso spesso è fine a sé stesso oppure diventa una gara a scopo “socializzante”. L’uso socializzante è il segno di una ricerca costante di sballo. Se il giovane è alla ricerca costante di piacere, significa che non sta vivendo bene, non sta sentendo benessere e nemmeno lo vuole perseguire. Ottenere il piacere richiede molto meno fatica del raggiungimento del ben-essere che presuppone, invece, attesa, sforzo, pazienza, lavoro, sudore, preparazione. Alla capacità di vivere bene, di “ben-essere”, molti ragazzi non credono più, disillusi come sono da mancanza di prospettive, insicurezza sul futuro e soprattutto della presenza della terza pandemia, sempre più pressante e fonte di angoscia e incertezze. Ciò li conduce a lasciarsi andare, a lasciarsi vivere, all’accettazione passiva di un non senso della propria esistenza. Subentra un loro atteggiamento di passiva protesta, che non si traduce in azioni ma, al contrario, in atteggiamenti di rinuncia, di abulia, di sfiducia in sé stessi e in ciò che li circonda. Ciò li porta alla mancata accettazione del mondo degli adulti e delle loro regole, di ogni loro abitudine e sistema di vita, una rinuncia che coglie gli educatori impreparati al punto da farli diventare paradossalmente concilianti. Ed è così che i giovani, anzi soprattutto e prima di tutto i ragazzini, iniziano a sperimentare la debolezza delle persone in cui invece dovrebbero cogliere esempi di autorevolezza, determinazione, fermezza di regole precise ed inequivocabili da osservare. Bisogna che i giovani abbiano punti di riferimento fermi e decisi. Non è possibile che ci vedano sempre pronti a capirli nei loro ripetuti, spesso provocatori errori.

I “no” siano “no”.  In qualche “no” ci può essere la via perché l’educando si rimbocchi le maniche e pensi che non tutto gli è dovuto. Con quei “no” si può evitare una deriva narcisistica e antisociale. Essere buoni genitori e amati educatori vuol dire far comprendere il senso vero della democrazia.

La forza di un popolo non è fare ciò che si vuole, ma contribuire positivamente al miglioramento di sé stessi e del proprio paese. Allo stesso modo la forza dei giovani non è essere liberi di mandare in aria tutti i sacrifici fatti nel passato per garantire un futuro migliore; è invece essere liberi di perseguire le vie migliori per rendere più vivibile la vita della nostra Terra, per dare validi contributi alla medicina e alla scienza e progredire nella scoperta di modi migliori per comunicare in modo positivo con le genti di tutto il nostro pianeta. Fare questo richiede impegno, coraggio; l’azione del giovane non può tradursi nella ricerca di una bottiglia scacciapensieri cui aggrapparsi per liberarsi facilmente d’ogni responsabilità e problema, persino della gioia di un incontro che non inizi con un “Andiamo a bere? Dài che stasera si torna a casa ubriachi!!”. Il contenuto di una bottiglia si svuota e alla fine lascia solo angoscia, solitudine, amarezza. Incontrarsi non è questo, non è bere per passare poi a false passioni, a puro e semplice piacere, alla rovina di tante vite, soprattutto familiari. Incontrarsi è guardarsi negli occhi, leggere dentro la gioia di sapere che esiste qualcuno con cui costruire ciò che di bello la vita ci chiede di costruire perché si riempia di senso. Per gli adulti educatori diventa doveroso, al di là dell’uso dei computer, recuperare incontri seri con i ragazzi, essere giovani con loro, ma non colludere con loro per sentirsi giovani. Bisogna intervenire, rimproverare.

I ragazzi devono assolutamente sentire la frustrazione del rimprovero. È così che amiamo davvero. Bisogna ritornare ad educare. Educare è un dialogo profondo in cui si sospende tutto. È un incontro che può essere decisivo perché testimonianza per chi abbiamo dinanzi. Dobbiamo crederci per primi noi adulti.

I ragazzi ci osservano, ci imitano, ci emulano. Hanno bisogno di sentirsi visti, amati. Dobbiamo incontrare il loro canale comunicativo che non può ontologicamente e storicamente essere corrispondente al nostro. Dobbiamo essere amorevoli, ma anche credibili, veri. Solo così gli alcolici non avranno la meglio su di noi.

I ragazzi sono raggiungibili se riusciamo a condividere con loro idee, scelte, prospettive, soluzioni. Hanno il desiderio e il bisogno di potersi proporre senza percepire che la risposta ai loro desideri possa essere sempre svalutante. Hanno bisogno di noi, educatori in letargo, a volte, per troppo tempo. Che bello sarebbe se un giorno potessimo vedere giovani che parlano con adulti senza avere la sensazione di essere in un ring in cui si attiva una lotta tra generazioni anziché un incontro tra esse. Chi educa ha il dovere di sognare stando con i piedi per terra. Ma bisogna crederci. Ritrovare l’entusiasmo.

In tal senso straordinarie sono le parole del prof. Carmina (morto nella tragedia di Ravanusa), riprese dal nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’ultimo discorso di fine anno alla Nazione prima della fine del suo settennato di Presidenza: «[…] usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha; non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi: infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non “adattatevi”, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa: voi non siete il futuro, siete il presente.»

Sono parole che invitano ad un’ultima considerazione: l’importanza dello sguardo all’altro. Non conta chi ce la fa prima, conta farcela, possibilmente insieme. È la relazione con le persone che sposta le cose se lo vogliamo. L’incontro e la relazione possono aprire nuovi orizzonti. È in questi casi che la speranza riprende forza. È in queste occasioni che si può ripartire. È in questi casi che una canna può stancare e una bevanda non essere gradita. Perché? Perché ci sono occhi che, incontrandosi, propongono panorami sconosciuti. Insieme costruiremo un presente che non avrà più odore di alcol o di canne ma il profumo nuovo di un ritrovato e responsabile concetto di libertà.

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Amedeo, 67 anni: l’alcol e la strada. Poi l’aiuto della gente e la nuova vita da agricoltore

Gen04
da admin il 4 Gennaio 2022 alle 17:00
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Il riscatto grazie all’associazione Papa Giovanni XXIII: oggi produce vino e aiuta i disabili

«Mi ero perso per depressione. Avevo iniziato con gli piscofarmaci, poi l’alcool. E per 22 anni sono stato a San Patrignano da cui sono uscito pulito». Ma non finisce sull’uscita della comunità di Coriano di Rimini, il ritorno in società di Amedeo Franconi. Marchigiano, 67 anni, la sua storia è poco natalizia se l’immaginario delle storie natalizie è quello fiabesco, ma lo diventa se il Natale è – forse banalmente – sinonimo di rinascita e quindi riscatto. Una storia di riscatto personale, senza troppo rancore. Aveva lavorato nel settore calzaturiero prima di finire in comunità. Dopo la lunga parantesi a “Sanpa” era finito in strada, vivendo anche in stazione per coprirsi con un tetto. «Avevo 60 anni e cominciai a bere – dice – non ero un alcolista, ma bevicchiavo”» Da sei anni è stato accolto a Rimini alla Capanna di Betlemme dell’associazione Papa Giovanni XXIII di cui è ospite in una struttura: la sua vita ora è – anche – il vino, ma quello buono, il frutto del lavoro dei vigneti ben speso per aiutare i giovani disabili o ragazzi in difficoltà ospiti dell’associazione.

Amedeo Franconi, le va di riavvolgere il nastro e raccontare la sua storia?

«Dopo un periodo difficile sono stati ospite per 22 anni alla comunità di San Patrignano. Prima era stato un calvario ero finito anche in un reparto di psichiatria, poi in comunità mi hanno ripulito. Insomma nel 2015 andai vi, ma finii in strada. Per 8 – 9 mesi la mia base era la stazione dei treni. Tornai quindi nelle Marche vicino al mio paese. Finalmente, fu lì che le persone cominciarono a darmi una mano. Mi trovai anche un lavoro, ma lo persi e ancora ritornai in strada. Avevo 60 anni e cominciai a bere, di certo non ero un alcolista ma insomma bevicchiavo».

E poi cosa successe?

«Una dottoressa in pensione, una signora anziana mi accompagnò a Rimini a un centro specializzato per disintossicarmi anche se i miei problemi di alcolismo non erano gravi. A Rimini sono entrato in contatto con la Capanna di Betlemme, dove di fatto mi sono sentito accolto. Sempre a Rimini avevo iniziato a lavorare come carrozziere ma mollai, perché quel mestiere non è per me».

E poi arrivò la svolta…

«Gli operatori della capanna di Betlemme mi dissero che avrebbero voluto produrre il loro primo vino. Sapevano che ero un esperto di viticoltura. Ed è vero perché lavoravo soprattutto per passione, con mio padre. E sottolineo, ci vuole passione ma di certo quella non basta. Devi anche capirci qualcosa, tanto che ho fatto anche corsi e seguito persone più esperte»

E il vino buono è uscito?

«A Rimini è stata una bella sfida. Quando vidi i vitigni dissi: «ragazzi qui ci vogliono almeno tre anni per fare le cose fatte bene. Era tutto abbastanza malandato. All’inizio da quelle viti non poteva che uscire acqua, e quindi dovevamo rimboccarci le maniche. Dopo un po’ di anni posso confermare che da quelle viti esce un vino buono, anzi, come è normale che sia, ogni anno il vino è più buono. Siamo orgogliosi. Mi prendo anche cura di un ragazzo, che però non va di chiamare disabile per quanto soffra di un lieve autismo. Tanta soddisfazione ma è stata anche parecchio dura: all’inizio non mi dava retta ma è stato impagabile trasmettergli passioni e competenze. Che poi… non ci occupiamo solo viti ma anche di olivi, olivi secolari che ancora danno i loro frutti»

Ha seguito anche altri ragazzi giusto?

«Si. Purtroppo uno di loro non c’è più, è morto. Prima di andarsene mi ha scritto “grazie di tutto”».

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Quirinale, tra i premiati c’è Angela Buanne e il “Viaggio al centro della notte” tra i giovani sballati

Dic07
da admin il 7 Dicembre 2021 alle 9:56
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“Un anno fa è morta a Londra una persona di grande rilievo sociale, Jonathan Sacks, Rabbino capo di Gran Bretagna, che diceva: ‘Un Paese è forte quando si prende cura dei deboli; è ricco quando si occupa dei poveri; diventa invulnerabile se si occupa delle persone più vulnerabili’. Queste non sono affermazioni utopistiche o ideali, sono elementi concreti della realtà di ciascuna comunità, di ciascun Paese. Tutto questo è stato, del resto, posto in evidenza dalla pandemia, che ha reso evidente come dipendiamo gli uni dagli altri, in ciascun Paese, in ciascun luogo, in ciascuna città, in ciascun borgo, in ciascuno Stato, nella comunità internazionale”. Lo ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, consegnando al Quirinale le onorificenze Omri conferite “motu proprio” nel 2020 e nel 2021 a 65 cittadini distintisi per atti di eroismo e impegno civile. Una cerimonia commovente e partecipata, al termine della quale il Capo dello Stato si è intrattenuto con i premiati per strette di mano e scambio di opinioni.

Gli “eroi” di Mattarella che onorano l’Italia

“Sono onorificenze -ha ricordato il Capo dello Stato- dovute al fatto che siete protagonisti di gesti, o di comportamenti prolungati, di solidarietà, di altruismo, di iniziative volte ad assicurare il bene comune, iniziative di senso di responsabilità nei confronti della collettività, in cui tutti siamo inseriti. Questo va a vostro merito, ma esprime anche una sensibilità diffusa nel nostro Paese, tra la nostra gente: una sensibilità di senso di responsabilità per gli altri, una sensibilità radicata nella cultura e nella vita civile dell’Italia. Vedete, senza solidarietà non esiste una vera comunità in cui vivere e convivere. Sentirsi parte di una comunità conferisce fiducia e speranza, anche sicurezza”.

Angela Buanne e il “Viaggio al centro della notte” di Luca Maurelli

Alcolismo giovanile, droga, sballi. Una lotta impari da portare nelle scuole che qualcuno, da tre anni, conduce sull’asse Roma-Napol. E’ Angela Buanne, 54 anni (Napoli), Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, tra i premiati del Colle: “Per il suo contributo alla causa della sensibilizzazione presso i giovani sul tema della sicurezza stradale e del contrasto all’alcolismo e alle stragi del sabato sera”, un progetto che nasce dalla pubblicazione del libro del giornalista del Secolo d’Italia, Luca Maurelli, “Viaggio al centro della notte” (Guida Editori), poi diventato un progetto scolastico di incontro con i giovani sui temi dell’alcolismo e dell’uso delle droghe.

Questa la motivazione alla base dell’onorificenza ad Angela Buanne:

“È la madre di Livia Barbato, deceduta poco più che ventenne nel luglio 2015 per le ferite riportate in un incidente stradale causato dal fidanzato, che in stato di ebrezza, guidò contromano per diversi chilometri. Nello stesso incidente perse la vita il conducente dell’auto proveniente dal verso giusto di marcia. La vicenda della figlia è stata raccontata nel libro “Viaggio al centro della notte” del giornalista Luca Maurelli che affronta più in generale la piaga delle stragi del sabato sera, dell’alcolismo giovanile e degli sballi facili. Grazie al sostegno della Fondazione Ania (Associazione nazionale imprese assicuratrici) e della fondazione Exodus di Don Antonio Mazzi, Angela, accompagnata da Luca Maurelli, gira le scuole per incontrare gli studenti e sensibilizzarli sul tema della sicurezza stradale”.

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Movida e alcolismo: viaggio nella notte dei giovani italiani sempre più attratti dai drink

Nov29
da admin il 29 Novembre 2021 alle 9:35
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Il consumo di alcol tra giovanissimi è una costante nella vita serale delle città: rischia di innestare nei ragazzi processi dissociativi e causare nuove solitudini

L’allarme viene costantemente rilanciato, al momento senza grandi risultati. Il consumo di alcol da parte di giovanissimi, dai 14 anni in su, sta diventando un fenomeno sociale, aspetto preoccupante della vita notturna in tante città italiane. Una difficoltà ulteriore nella ripartenza post Covid pesa sulle nuove generazioni. Un milione di ragazzi è a rischio alcolismo dall’inizio della pandemia, i consumi sono aumentati del 200%, 10 milioni di persone hanno dipendenza.

Non è l’unico dato riguardante la condizione dei ragazzi, ma l’intreccio tra divertimento, evasione, socialità e bevande alcoliche risulta così fitto da provocare facili generalizzazioni, porta a stigmatizzare per tale motivo le aggregazioni giovanili serali.

Sarebbe un grave errore per esempio colpevolizzare i giovani, impegnati nella costruzione di un’identità verso l’età adulta, per un fenomeno che investe solo alcuni e che andrebbe affrontato con interventi mirati. Oppure etichettare l’uso del tempo libero giovanile in termini di “mala-movida”. E tuttavia l’abuso dell’alcol ha una sua specificità, che non va sottovalutata, non solo per gli effetti di microconflittualità.

I maggiori focolai sono nel fine settimana e nei centri storici. Da moda importata con troppa avventatezza (il binge drinking, bere sino allo sballo) a passatempo diffuso del sabato sera, il passo è stato breve. Così il consumo esagerato, e culminante nello sballo finale, ha preso rapidamente piede tra i ragazzini, genera comportamenti imitativi, facendo molte vittime.

Non c’è soltanto un maggior uso di alcolici, spesso insieme ad altre sostanze, tabacco o droghe, già di per sé dannose, ancor più se mescolate. Si moltiplicano i casi limite di coma etilico o di svenimento per ubriachezza, senza differenze tra maschi e femmine. Proprio “perdere il controllo”, in forma estrema, e non solo bere di più in allegria, sembra essere l’obiettivo di troppi giovani nei momenti trascorsi insieme.

Sembrerebbe un modo, magari anomalo, per sperimentare i propri limiti, mettersi alla prova davanti agli altri, financo dimostrare quanto si è capaci di infrangere le regole. Sullo sfondo, il tentativo di evadere i problemi, forse addirittura di risolverli. Con un paradosso: il consumo avviene in gruppo, non in contesti solitari, è praticato per entrare in relazione con gli altri, e però l’abuso dà origine a un meccanismo opposto: è alienante, provoca l’isolamento, genera il distacco dalla realtà quotidiana.

La facile reperibilità, la scarsa conoscenza dei danni e soprattutto il grado di accettazione sociale rispetto alle altre sostanze ritenute più pericolose, concorrono ad alimentare la tendenza facendone sottostimare la problematicità. Il consumo di alcol è spesso confuso tra i tanti eventi problematici della vita notturna dei giovanissimi, uno degli effetti – nemmeno il più dirompente socialmente – del divertimento ad alta intensità.

In certi momenti, l’esaltazione degenera: schiamazzi, assembramenti a rischio Covid davanti ai locali, disturbo del riposo dei residenti, imbrattamento di cose, abbandono di rifiuti ed escrementi nelle strade così ridotte a discarica o latrina. Non stupisce allora che la discussione si orienti sui temi della gestione del territorio e sulle politiche di ordine pubblico. Ripristinare l’ordine, la sicurezza, il decoro: impegno preminente.

Si invocano regole più stringenti sulle attività commerciali e sull’accesso ai centri storici, limitazioni nelle aperture dei locali, nella vendita di alcol, nell’occupazione del suolo pubblico con tavolini e dehors, e si chiede una maggiore presenza delle forze dell’ordine nei luoghi più caldi. È lo scenario comune a tanti luoghi della movida, a Milano, Firenze, Roma, Napoli.

Il limite di questa prospettiva, che pure ha la sua ragione d’essere ed è anche giustificata, è quello di vedere l’alcolismo giovanile, e in genere il divertimento giovanile, dall’esterno, puntando così a soluzioni di basso profilo che non colgono il cuore delle questioni. Ci si accontenta di cercare un equilibrio tra esigenze diverse, l’esuberanza giovanile e le ragioni dei residenti o dei commercianti, basta ridimensionare l’esuberanza giovanile e renderla tollerabile, smussando gli eccessi e le conseguenze riprovevoli.

Si vuole circoscrivere il fenomeno lasciandolo però intatto nella sua contraddittorietà, in fondo provando a circoscriverlo, anche fisicamente, perché non nuoccia. Si invocano soluzioni migliori perché il diritto al divertimento si coniughi con il rispetto delle regole e con la tutela dei minori. Oppure si auspica la creazione di uno “spazio movida”, così come accade in tutte le città europee, ovvero di una movida “di qualità”. Non ci si interroga invece sui modelli di svago, e sulla natura del divertimento dei giovani al tempo d’oggi. Tra evasione e socialità.

Con l’uso smodato dell’alcol e con il divertimento alienante si sta verificando qualcosa di simile a quanto accaduto nel sesso, che è stato finalmente liberato dai tabù e dalla morale sessuofobica, ma rischia di essere soffocato dall’assenza di eros vitale, sterilizzato dal difetto di fantasia, di relazione con l’altro. In comune, pur nella diversità dei campi, c’è un tratto dissociativo dalla realtà.

Il consumo compulsivo di alcol, analogo a quello pornografico del corpo, è un accumulo disordinato di sensazioni, stordimento anarchico, iperattivismo frenetico, che porta ad attivare un processo di esclusione dalla vita, risultato opposto a quello che si vorrebbe. Questo esaurire sé stesso nell’estremismo dei gesti distrugge il valore dell’esperienza.

Il mondo giovanile marca un solco profondo con il mondo degli adulti, i quali per conto loro – spesso carichi di individualismo insensato e storditi dal rumoroso protagonismo – non rappresentano un riferimento utile. Il disagio giovanile, riflesso nella crescita dell’alcolismo e, in ulteriore misura, nell’euforia insensata, è indice allarmante dall’assenza di una pedagogia sociale, di una educazione collettiva di cui in verità avremmo bisogno tutti, ragazzi ed adulti.

Non basta una più severa gestione degli spazi pubblici, che pure è indispensabile. Si possono praticare differenti schemi di svago, divertimento e aggregazione giovanile, e farli vivere nel contesto urbano, se ci si interroga sul modello di comunità che vogliamo costruire anche nel tempo libero dal lavoro.

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ALCOLISMO GIOVANI

Nov16
da admin il 16 Novembre 2021 alle 17:35
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Minori sempre più piccoli compiono atti criminali, dilaga l’alcolismo fra i tredicenni. È un fallimento educativo che priva l’Italia di ogni futuro

“Non facciamo della psicologia, non diciamo che a questi ragazzini manca affetto, che la famiglia è assente, non tiriamo in ballo la pandemia e i danni provocati dal lockdown: qua siamo davanti a dei ragazzi mal-educati, con il trattino, cioè non educati bene”. Paolo Crepet, psicologospecializzato in problematiche educative giovanili, non ammette giustificazioni, davanti a una situazione che lui annunciava già, dice, vent’anni fa. Una realtà che oggi è sempre più allarmante, con l’abbassarsi dell’età dei protagonisti di gesti di criminalità, stupri, alcolismo fino al coma alcolico a 14 anni. Ragazzini e ragazzine di 12 e 13 anni che derubano loro coetanei senza piani prestabiliti, strappano catenine o cuffiette, minacciano le loro vittime se denunciano l’accaduto ai genitori. Un clima di terrore avvalorato dal fatto che sanno di essere impunibili per legge e hanno dei genitori che minimizzano, che accusano le autorità di perseguire “delle ragazzate”. “Che ognuno si prenda le sue responsabilità” dice ancora Crepet “personalmente sono stufo di ripetere cose che dico ai genitori di tutta Italia girando nelle scuole da anni e che si rifiutano di fare perché costa loro troppa fatica dire al figlio di 13 anni tu alla sera non esci di casa”.

Siamo davanti a episodi sempre più sconcertanti a opera di ragazzini sempre più piccoli: non sono baby-gang, agiscono a caso, senza alcuna concezione di male o bene. Cosa sta succedendo?

Sono cose di cui mi occupo da 25 anni. Non mi meraviglio più, anzi mi meraviglio che casi del genere siano ancora così pochi. Con i genitori che ci sono oggi me ne meraviglio, mi sorprendo che qualcuno si fidi ancora di andare nel centro di qualsiasi città. Se avessi un figlio di quella età o che va in discoteca sarei terrorizzato. Ci sono moltissime ragazzine che ci vanno con il coltello.

Infatti, questo è il quadro. C’è evidentemente un vuoto educativo, o no?

25 anni fa dissi di abbassare la maggiore età, da 18 a 16 anni, in modo che fossero penalmente punibili i più giovani e si rendessero più responsabili. Oggi direi di abbassarla fino ai 13 anni ma già allora si misero tutti a ridere. Sono stufo, non so sinceramente cosa più dire. Non gliene frega niente a nessuno, dalla politica ai giornali.

Ma è un problema politico? O è piuttosto educativo?

Siamo chiari: i genitori che abbiamo avuto noi che oggi abbiamo una certa età, non ci sono più. I genitori di questi tredicenni si arrabbiano se la polizia li convoca. La scuola è fallita, la famiglia è fallita. Non c’è molto altro da dire. Ho scritto quasi venti libri su questi argomenti, i genitori venivano a sentirmi e a applaudire, dopo di che il giorno dopo si ricominciava come prima perché è faticoso per un genitore dire a un ragazzino a 13 anni “la sera non esci”.

Avrà però incontrato dei casi positivi? Ci dica a cosa dobbiamo guardare per far fronte a questa situazione.

Ma certo, casi positivi ce ne sono, non stiamo parlando del cento per cento dei ragazzi italiani. Il problema è che i casi di cui stiamo parlando non sono eccezioni, non sono due o tre, basta andare nel centro di una qualunque città a una certa ora e si vede cosa succede. Io mi appello al capo del governo perché questo è un problema economico.

In che senso economico?

Questa generazione qua non sarà nulla in futuro, venderà l’Italia al primo acquirente.

Perché hanno troppi soldi a disposizione?

Ma lei pensa che i giovani che vanno a scuola studino?

Poco.

Lei è un buonista. Diciamo che non studiano niente, sono sempre promossi perché la scuola funziona così, si promuovono tutti. Se fanno una università dopo alcuni anni mollano e non sanno fare niente, per questo dico che è un problema economico, è una bancarotta. Siccome oggi l’unica cosa che interessano sono i soldi, traduco tutto in termini economici.

Ci spieghi meglio.

Questa generazione non salverà nulla. Se un padre di 45 anni ha un’azienda o un negozio, se deve lasciare a un figlio quella attività rischia fortissimamente di finire. Mi dicono che sono un pessimista, ma mi fanno ridere. Questa è la realtà.

Ci dica almeno una parola per dirci quale percorso fare davanti a questo buco nero.

Le dico questo: il Piano nazionale di ripresa (Pnrr, ndr) ha stanziato 4 miliardi per la scuola; bene. Quei soldi andrebbero impiegati in tutte le scuole di ogni grado e ordine. Gli insegnanti andrebbero pagati meglio e pagati secondo il merito. Toglierei immediatamente quella norma terrificante che fa sì che ogni scuola venga giudicata dal numero dei promossi ed eliminerei la possibilità del genitore di andare a parlare con gli insegnanti.  Si immagina cosa direbbero i sindacati? Farebbero le barricate.

E le famiglie? Ci sono situazioni molto disagiate, non è che questi ragazzini esprimono in queste maniere estreme una mancanza affettiva, la mancanza di figure autorevoli?

Da psichiatra mi rifiuto di fare psicologismo davanti a queste cose. Non sono adolescenti in cerca di affetto, non diciamo bestemmie. Sono mal-educati e quindi dipende dall’educatore. Che ognuno ora si assuma le sue responsabilità.

Le autorità, cosa possono fare invece?

Non fanno nulla per evitare che nella piazza centrale della città si venda alcol ai minorenni. Vuol dire che al sindaco va bene così, per evitare di perdere voti.

Non riescono neanche a fermare i cortei dei no vax.

Certo, perché se no il sindaco perde i voti. Figuriamoci se fermano il barista che dà il gin tonic a una 14enne. Ci sono ragazzini che vanno in coma etilico, provi a vedere negli Stati Uniti se succede una cosa così, la licenza al barista viene tolta subito. Certo ci sono problemi anche lì, ma almeno ci sono regole di base. Da noi non c’è nessuna regola. Anzi adesso c’è la paranoia perché, poveri ragazzi, sono stati in casa un anno per il lockdown. Non diciamo fesserie e facciamo meno vittimismo.

Tutta questa paura di imporre regole è figlia del ’68?

No.

Eppure l’autoritarismo è stato combattuto, e anche a ragione. Non ne stiamo vivendo le conseguenze?

Io sono parte di quella generazione, avevo un padre che non era fesso. Non è che nel ’68 facevi quel che volevi; mangiavi la pizza il sabato sera e alle dieci dovevi tornare a casa. E poi abbiamo detto anche cose intelligenti. Magari non io, ma Sartre sì.

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