Con lei altri coetanei, probabilmente l’alcol è stato acquistato su internet. Il Sert lancia l’allarme sullo sballo etilico nei giovaniDodici anni. Intossicazione etilica. Una ragazzina è finita all’ospedale giovedì sera dopo aver bevuto vodka in mezzo alla strada. Da quanto ricostruito la ragazzina, 13 anni ancora da compiere, si trovava in compagnia di altri due giovanissimi più o meno della stessa età. Quando ha bevuto, però, la giovane si è sentita subito molto male ed è scattato l’allarme. Sul posto è intervenuta in codice giallo un’ambulanza inviata dal 118, che ha portato la ragazzina all’ospedale per accertamenti. Per fortuna, ora sta bene. Sono intervenuti anche i carabinieri, che hanno ricostruito i fatti e hanno aperto un’indagine: occorre comprendere come i tre ragazzini si fossero procurati il superalcolico.
“Mi ha chiamato una famiglia dall’Olanda, molto religiosa, chiedendomi ‘Suor Paola, ma che avete preso un bestemmiatore? Ho risposto: non ti preoccupare, ogni bestemmia gli faccio dire un rosario”. In un’intervista concessa all’Adnkronos, Suor Paola, nota religiosa spesso ospite in tv e nota per essere un’accanita tifosa della Lazio, parla del nuovo allenatore Maurizio Sarri e scherza sul metodo per costringerlo a non bestemmiare: “Ho chiamato Lotito, che si lamenta sempre dei soldi di qua, dei soldi di là… Gli ho detto: metti nel suo contratto che ogni bestemmia che dice gli togli 10mila euro dallo stipendio, vedrai che non bestemmia più”.
Bondi (Servizio Alcologia dell’Asl 1): “Non sono tutti ragazzi perduti ma ci sono rischi legati alla giovane età degli assuntori”
Alcol e giovani, un fenomeno riesploso nelle ultime settimane di movida in centro storico con immagini ‘choc’ immortalate da residenti, denunce contro il degrado e il consumo di alcolici e stupefacenti nelle viuzze più appartate dell’acropoli. Comportamenti a rischio ed ‘eccessi’ che tuttavia non devono demonizzare un’intera generazione, come sottolinea il dottor Luciano Bondi, responsabile del Servizio di Alcologia interdistrettuale dell’Usl Umbria 1: “Non vuol dire che siano ragazzi ‘perduti’, tuttavia spesso si assiste ad una sottovalutazione di situazioni potenzialmente a rischio. Atteggiamenti aggressivi oppure oppositivi potrebbero anche essere legati all’ assunzione più o meno consapevole di nuove sostanze psicoattive che ad oggi sono difficili da tracciare dal punto di vista tossicologico perché non ancora conosciute. Ecco perché è fondamentale la prevenzione, proibire e basta non serve”.
Dottore, c’è un aumento di consumo di alcol nei ragazzi?
“Sono già diversi anni che gli indicatori che ci vengono forniti da studi nazionali e regionali, soprattutto sui comportamenti a rischio della popolazione studentesca, indicano un consumo di alcolici in età precoce. Studi che risalgono anche ad una decina di anni fa già evidenziavano un consumo ‘pericoloso’ nella fascia 13-19 anni. L’indicatore binge drinking (il bere in quantita’ elevate concentrato in un lasso di tempo breve, ndr) nei ragazzi dai 13 ai 15 anni si attestava tra il 5 e il 10% degli studenti esaminati. Per i giovani dai 15 ai 19 anni, il 39,4% dei maschi e il 30% delle femmine in Umbria aveva riferito uno o più episodi di binge drinking nel mese precedente. Quello che sta succedendo ora già si sapeva, il più delle volte questi comportamenti possono peggiorare con consumi elevati che diventano continui e più pericolosi, con tutte le conseguenze a livello fisico, mentale e comportamentale”. Quali sono i rischi?”Non è detto che nel tempo i comportamenti a rischio si trasformino in vere e proprie dipendenze, ma anche il consumo episodico di alcolici può avere conseguenze drammatiche specialmente nei minorenni, parliamo di danni a livello celebrale. In un ragazzino di 14 anni l’effetto dell’alcol è molto più pericoloso e può causare anche un danno precoce a livello cellulare cerebrale, specialmente se il consumo è elevato e ripetuto nel tempo, con effetti pesanti, anche irreversibili. Senza contare che come conseguenze ci sono anche gli incidenti stradali, sia in auto che in motorino. Purtroppo, poi, non ci si limita solo all’alcol. C’è il fumo di tabacco, di cannabinoidi e l’uso di psicofarmaci senza ricetta medica”.Si è acutizzato il problema con le restrizioni per il Covid?
“Con i locali chiusi, il coprifuoco e l’isolamento, il fenomeno è stato chiaramente contenuto anche perché nei ragazzi la modalità tipica del consumo di alcol avviene all’interno del gruppo, durante i fine settimana. Per il periodo del lockdown e dell’emergenza stretta ancora non abbiamo indicatori precisi sull’incidenza di questi comportamenti, ma i numeri, ora, stanno ripartendo e le persone che accedono ai nostri servizi sono solo la punta dell’iceberg”.Ha parlato di binge drinking, ci sono altri indicatori per fotografare la situazione?
“Secondo gli ultimi dati ESPAD in Umbria (che risalgono al 2019), un’indagine a livello scolastico sui comportamenti a rischio, è stato riscontrato un consumo pericoloso di alcol, almeno una volta all’anno, nel 38% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni. Un altro indicatore preoccupante è l’uso di cannabinoidi (intorno al 25%), di stimolanti e di sostanze illegali”.
Che fare?
“Aumentare la consapevolezza dei rischi e favorire una maggiore comunicazione sono due aspetti fondamentali, anche all’interno della famiglia. Altro aspetto importante è garantire il rispetto della legislazione sulla disponibilità e sulla assunzione di alcolici”.
Dopo le limitazioni legate alla pandemia che hanno impedito ai giovani di riunirsi tra loro e far baldoria, riemerge il fenomeno dell’abuso di alcol e droga tra i giovani, spesso, considerato e valutato come una semplice tendenza alla trasgressione.
Di fatto, i preoccupanti episodi di intossicazioni per consumo di alcolici dovrebbero far riflettere e registrare il fallimento o la scarsa influenza educativa della scuola, della famiglia e della società.
La difficoltà ad interiorizzare precisi stili di vita costituisce, sotto certi aspetti, una sorta di buco nero dove si annidano forze contrarie ad ogni qualsivoglia forma di rispetto di sé e degli altri.
A questo punto il “j’accuse”, è inevitabile. In pratica, non si può non riconoscere che l’abbandono di alcune buone pratiche educative, fatto in nome di una più agevole crescita nella libertà, possa aver favorito un orientamento trasgressivo, sconvolto la scala dei valori, annullato ogni regola e responsabilità morale.
Ma quali possono essere le effettive cause di queste complesse, inspiegabili e ingiustificabili tendenze? Sicuramente, il consolidato allentamento dei freni inibitori, l’ottundimento delle coscienze, l’antica tentazione dell’ uomo di rompere le regole, di respingere ogni tipo di responsabilità, la negazione di ogni norma morale, l’ ostacolo ai propri arbitrari desideri ecc.,
incidono notevolmente nella costruzione di una mentalità che induce a vedere le cose da un punto di vista prettamente egoistico, a volere ciò che si desidera, anche se ciò comporta danni e rischi.
Può capitare che, a volte, si trasgredisce senza avere la chiara consapevolezza di commettere una trasgressione: fumo, alcol e droghe non vengono più percepiti negativamente, perché manca l’interiorizzazione di uno stile di vita fondato sulle regole, su una chiara percezione e distinzione del bene e del male. Non solo. In alcuni casi viene addirittura negata la esistibilità di una regola oggettiva, di ciò che può far bene e ciò che può far male.
Si può dire che è in atto una vera e propria rivoluzione di genetica morale dove la forza del soggettivismo ha il potere di ridurre la coscienza al silenzio: faccio quello che mi piace fare, che mi è gradito fare, ma non farò nulla di ciò che mi viene richiesto. In questo modo, genitori, docenti e tutti coloro i quali sono chiamati a guidare, ad orientare, a consigliare, a far rispettare determinate regole, si trovano in serie difficoltà.
Errati condizionamenti sociali, ideologie, falsi miti ecc., spingono, dunque, i giovani a non ricercare più valori assoluti, bensì a raggiungere precari, falsi e ingannevoli equilibri interiori (trasgredisci, fai del male, fatti del male, se questo ti gratifica e ti fa star bene). Si può dire che il benessere diffuso non solo sta offuscando i sani principi morali, ma sta anche diffondendo la cultura del disvalore. Pertanto, è profondamente necessario un ritorno e un richiamo costate, sia dal punto di vista etico, sia dal punto di comportamentale ad alcune fondamentali regole di vita: rispetto della persona, solidarietà, amore, impegno, assistenza, disponibilità, correttezza dei comportamenti sociali, riconoscimento dell’autorità, ecc.. In pratica, si tratta di far comprendere che ogni inosservanza di una regola comporta il male sul piano morale e la devianza sul piano del diritto.
In questa prospettiva, di fronte ad una trasgressione, all’infrazione di una regola, il giusto non sta nel mero richiamo, ma nell’ intrinseco valore della regola come norma di condotta, nella sua connotazione morale e giuridica insieme, nel suo essere caratteristica fondamentale della condizione umana. Il richiamo o la sanzione si pongono come conseguenza morale necessaria della trasgressione in sé.
In questa prospettiva, è opportuno ridefinire e riesplorare il significato dell’educazione e il valore della formazione e puntare al ristabilimento oggettivo di un ordinamento di regole che, facilmente, continua ad essere perturbato dalle continue trasgressioni giovanili.
Il vero grande problema, è quello della salvaguardia della cultura pedagogica, fiore all’occhiello della tradizione scolastica. Per fare ciò, è indispensabile la sinergia con i professionisti dell’educazione (pedagogisti), operatori veramente in grado di aiutare i ragazzi a gestire positivamente la propria esistenza, a vivere pienamente la propria identità, non in ordine ad un meccanicistico e formale rigore etico e normativo, ma per compiacersi del proprio vissuto gustando norme interiori così cariche di bellezza, di sapienza e di immediata concretezza.
In questo modo, la perversa logica del “a me piace”, si diffonde e si ramifica in maniera subdola e pericolosa. Un apparato educativo inadeguato e l’insegnamento di valori non condivisi accresce la voglia di trasgressione e allontana i ragazzi dall’amore per le cose buone. La nostra cultura è ormai pervasa da un pauroso permissivismo, da una fuga dalle responsabilità, dal rigetto di ogni regola che favoriscono e alimentano, non solo in ambito scolastico, la sub-cultura dell’irresponsabilità. Colpisce e impressiona il venir meno dei freni inibitori, la caduta progressiva “della cultura dell’osservanza delle regole”, il desiderio di agire in modo gratuito, distruttivo e destrutturante.
Si delineano in aula penale a Lugano gli abusi sessuali compiuti dall’ex allenatore dell’Hcl su alcuni ragazzini. Fra questi, anche il figlio.
Invitava ragazzini a casa, dove potevano giocare, bere alcolici e guardare film pornografici. E dove sarebbero avvenute le molestie sessuali delle quali è accusato il 57enne ex aiuto allenatore delle giovanili dell’Hockey Club Lugano (Hcl). Ambiente dal quale provenivano le giovani presunte vittime. Tutte tranne una: il figlio, che per primo ha subito gli abusi dell’uomo a processo oggi alle Assise criminali di Lugano.
‘Penso che non mi rendevo conto’
Durante l’interrogatorio condotto dal presidente della Corte Mauro Ermani stanno emergendo i contorni di quanto commesso dall’ex municipale di Canobbio, arrestato nell’autunno del 2016 dopo che i fatti sono emersi in famiglia. L’uomo appare parzialmente reo confesso. Ammette in particolar modo gli abusi commessi sul figlio, iniziati quando quest’ultimo aveva soltanto nove anni e commessi in ambito domestico, quando la madre era in un altro Paese. Da iniziali toccamenti si è passati al sesso orale fino ad arrivare alle penetrazioni. Un centinaio di atti sessuali corrispondenti a una quarantina di episodi, durante sei mesi circa ormai vent’anni fa. «Sono reati molto condannati socialmente, anche più di altri puniti più severamente dal Codice penale, proprio perché hanno come vittime bambini indifesi. Non ha mai pensato che suo figlio fosse indifeso?» gli ha chiesto il giudice. «No, penso che non mi rendevo conto. Spesso ci penso e probabilmente sì era indifeso», la replica.
Ammette di soffrire di pedofilia
In effetti, in aula si è parlato a lungo del percorso psichiatrico intrapreso dall’imputato in carcere – due anni e mezzo circa in prigione tra carcerazione preventiva ed esecuzione anticipata della pena –, che sta continuando anche ora che è a piede libero. «Sono una brutta persona per quello che ha fatto – ha confessato – Ho capito di aver fatto un grandissimo errore ma sono soddisfatto del percorso che sto facendo e non so se posso fare qualcosa a favore delle vittime». L’uomo ha inoltre ammesso di soffrire di pedofilia: «Un bambino non può subire queste cose, perché può avere dei problemi che si ripercuotono poi sulla sua vita. Si va a turbare la sfera sessuale e lo sviluppo del bambino». Malgrado questa consapevolezza, sono numerosi i vuoti, i silenzi, i «non ricordo», nella sua ricostruzione.
A casa dell’imputato film porno e toccamenti
E questo vale in particolar modo per gli atti compiuti con i giovani giocatori. Molestie meno pesanti, fatte più che altro di toccamenti, che tuttavia l’accusato contesta. Secondo l’atto d’accusa stilato da Chiara Borelli, mentre i ragazzini – tra i 12 e i 14 anni – guardavano film porno, l’uomo avrebbe allungato le mani. Ma il 57enne nega, dicendo che quando questo avveniva lui li lasciava soli. Le presunte molestie sarebbero state invece più pesanti nei confronti di uno di questi ragazzi in particolare. Un giovane con una situazione famigliare delicata e socialmente non molto integrato, con il quale l’imputato ha stretto un rapporto molto stretto, aiutandolo nello sport e con la scuola. Un legame grazie al quale l’allenatore era diventato un punto di riferimento imprescindibile per il ragazzino. Un legame del quale l’uomo avrebbe approfittato, andando oltre i toccamenti fino ai rapporti orali. E quando questo rapporto si è interrotto, il 57enne avrebbe reagito molto male, scrivendo messaggi a mesi di distanza al 13enne che si era allontanato.
