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ALCOLISMO GIOVANI

Dic15
da admin il 15 Dicembre 2022 alle 12:10
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Per le ragazze l’alcol sta diventando un problema

Le donne sono più vulnerabili degli uomini agli effetti acuti e cronici dell’alcol eppure il numero delle donne che fa un uso problematico di questa sostanza è in aumento, soprattutto tra le fasce i età più giovani. Quando si utilizza il termine “alcolista” di solito lo stereotipo che la nostra società ha introiettato è quello dell’uomo di mezza età, magari di estrazione socioculturale medio bassa e, perché no, con determinate caratteristiche fisiche. Come ogni stereotipo, anche questo serve a tenere lontana la realtà e – inconsciamente – a proteggerci. Non si parla mai, infatti, di alcolismo al femminile: certo, le donne che hanno questa dipendenza sono molte meno, ma il fenomeno è in crescita.

I numeri: aumentano le criticità tra le donne, soprattutto giovanissime
A fine ottobre è stato pubblicato dal ministero della Salute il 
Libro Bianco “Informare, educare, curare: verso un modello partecipativo ed integrato dell’alcologia italiana”, dedicato agli operatori del settore, che contiene numeri e dati utili. Intanto, va ricordato che delle circa 800 persone che ogni giorno in Europa muoiono per cause attribuibili all’alcol, una percentuale relativamente alta di danni causati dal consumo di alcol si verifica in età giovanile, dove una morte su quattro dei ragazzi di età compresa tra 20 e 24 anni è causata dall’alcol. L’alcol causa circa 3 milioni di morti ogni anno nel mondo, nonché disabilità e cattive condizioni di salute di milioni di persone.

E in Italia? Dagli anni 70 a oggi l’Italia ha fatto enormi passi avanti nell’obiettivo di riduzione del consumo alcolico pro-capite, con varie oscillazioni negli anni e con un peggioramento della situazione con la pandemia. La fotografia del 2020 vede nel nostro Paese 8,6 milioni di consumatori a rischio (22,9% maschi, 9,4% femmine) con un incremento annuale del 6,6% e 5,3%, rispettivamente per i due sessi. Colpiti i target di popolazione più vulnerabili con minori (760.000) e anziani (2.600.000) come fasce di maggiore criticità (18).

La pandemia da SARS-CoV-2 ha reso ancor più problematico il consumo rischioso di tutte le bevande alcoliche tra quanti erano già a rischio. Sono aumentate le criticità tra le donne. Preoccupa molto l’aumento delle minorenni consumatrici: tra 16 e 17 anni la frequenza delle consumatrici a rischio (40,5%) raggiunge quella dei coetanei maschi (43,8%); tra 11 e 15 anni, 10 minori su 100 sono a rischio.

Cresce anche il binge drinking con 4.100.000 consumatori che si sono ubriacati nel 2020, 930.000 tra gli 11 e i 25 anni di età, con 120.000 minori intossicati di cui solo 3.300 hanno fatto ricorso ad un Pronto Soccorso, rappresentando comunque il 10 % circa dei 29.362 accessi per intossicazione alcolica.

Perché aumentano le adolescenti con dipendenza da alcol?
Senza dubbio dobbiamo tenere conto che la riprovazione sociale che colpisce l’alcolista donna fa sì che ci sia una forte dose di sommerso che, in parte, sta iniziando a emergere. Tuttavia, colpiscono i dati delle ragazze: ci sono giovanissime (se non bambine: cominciano a volte sotto i 10 anni), che usano l’alcol per disinibirsi emotivamente, come gran parte dei loro coetanei.

Ho visto e ascoltato ragazzine e ragazze raccontarmi di come l’alcol le aiuti a superare, ma io direi più a “dimenticare” per un po’, i travagli delle loro preadolescenze e adolescenze, fatte di inevitabili sofferenze, ipersensibilità e terrore di non piacere agli altri. Da sempre in questi temi il femminile rimane più incastrato emotivamente, e l’avere a disposizione uno strumento di illusorio alleggerimento le spinge a farne uso in modo massiccio.

Tra l’altro è enormemente aumentata la facilità con cui è possibile reperire alcolici a buon mercato: in qualsiasi angolo di città e paesi c’è il piccolo alimentari di turno che chiude un occhio e vende da bere anche ai giovanissimi.

Donne e anziane e la bottiglia-rifugio
Tutte le dipendenze nascono da difficoltà psicologiche di qualche tipo: depressione, ansia, angoscia, disturbi emotivi, che impediscono una piena realizzazione personale, che sembrano impossibili da risolvere e che, con un’abitudine automatica, si “nascondono” dietro l’ossessione per la sostanza da cui si dipende, destinata ad assumere il ruolo di protagonista assoluta di vite allo sbando. La difficoltà del contatto profondo con il proprio mondo emotivo, con un dolore o con un disagio difficile da gestire sono spesso le molle che contribuiscono allo sviluppo di una dipendenza.

Pensando all’altra fascia “fragile”, quella della terza età, sappiamo che la bottiglia diventa rifugio molto spesso in situazioni di solitudine e frustrazione, in cui il contatto con il dolore diventa insopportabile. In generale, una caratteristica che per esperienza ho visto nelle donne con un uso problematico dell’alcol è che hanno la profonda convinzione di valere poco e niente, sono divorate dal senso d’inadeguatezza e con l’idea di non poter essere all’altezza delle prove e delle sfide – sempre maggiori – a cui lo stare al mondo le sottopone.

Le vie d’uscita: l’importanza di chiedere aiuto
Un libro toccante e magistralmente rappresentativo di questa condizione, declinata al femminile, si chiama “Eleanor Oliphant sta benissimo”, di Gail Honeyman, vincitore nel 2020 di un National Book Award. La protagonista è una donna inglese, con una quotidianità apparentemente “normale”, che ha un lavoro e una casa, ma con una storia di vita profondamente destabilizzante e non ben elaborata, che la porta a isolarsi da tutto e tutti e a cercare continuo sollievo nella vodka, la compagna delle sue notti, fatte di pianti e di sogni in cui immagina realtà parallele da cui si sente condannata a essere eternamente esclusa. Ma, complice l’amicizia di un collega, Eleanor sceglierà di affrontare il suo dolore anziché continuare a ignorarlo, e cercherà l’aiuto di una terapeuta, che la sosterrà nella risalita e nel lento superamento dell’alcolismo.

Il libro, delicato e profondo allo stesso tempo, indica una delle vie maestre per l’uscita dalla dipendenza o dall’abuso di alcol, che è quella della psicoterapia per andare alle radici del problema. Soprattutto, va detto, se si ha a che fare con adolescenti. Ma, come per tutte le dipendenze, quella da alcol richiede interventi mirati, strutturati e in rete: fondamentale il ruolo del gruppo dei pari, come insegna l’esperienza di Alcolisti anonimi, che si basa sul sostegno reciproco nel percorso di uscita dall’alcolismo con un forte accento sulla spiritualità e la creazione di una rete, proprio quella rete di sostegno che viene a mancare in questi casi. Alcolisti Anonimi è presente in oltre 160 Paesi di tutti i continenti e ha all’attivo più di 100.000 gruppi di autoaiuto.

Uscire dalla dipendenza è possibile, una vita felice è diritto di ogni essere umano, e trovare il coraggio di chiedere aiuto è il primo e fondamentale passo verso la trasformazione.

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Acolismo giovani

Nov22
da admin il 22 Novembre 2022 alle 17:51
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La pandemia ha accelerato il fenomeno, ora è allarme tra gli esperti

Il demone dell’alcol, sempre più donne sempre più giovani

Le storie di Annalisa e Daniela. Combattono contando i giorni di sobrietà dopo anni di schiavitù dalla bottiglia. I Club territoriali di ascolto sono un aiuto. Il libro bianco del Ministero della Salute

Bere fino ad annullarsi, costantemente, senza un domani. Il demone dell’alcol colpisce sempre più le donne e sempre più le giovani e le giovanissime. Un disagio, certo, ma soprattutto un comportamento, uno stile di vita da cui è complesso venirne fuori. E la pandemia ha accelerato il fenomeno, ora definito dagli esperti “preoccupante”. I dati relativi al 2020 (gli ultimi ufficiali disponibili) del ‘Libro bianco’ pubblicato a fine ottobre 2022 dal Ministero della Salute, in Italia i 56,2% delle donne di età superiore a 11 anni hanno consumato almeno una bevanda alcolica nel corso dell’anno per un totale di oltre 15.700.000 persone e nel corso degli ultimi anni il dato è aumentato, sebbene non si riscontrino variazioni significative rispetto all’anno precedente. Il 6,4% delle donne ha inoltre consumato alcol in modalità abituale eccedentaria, il 22,4% lontano dai pasti, il 3,9% in modalità binge drinking (abbuffata di alcolici  o bere fino a ubriacarsi) e il 9,4% delle donne ha consumato alcol in modalità a rischio per la loro salute, pari a circa 2.600.000 persone. L’analisi degli indicatori relativa ai comportamenti a rischio mostra che nel corso degli ultimi dieci anni la prevalenza delle consumatrici di vino o alcolici fuori pasto è cresciuta costantemente. La prevalenza delle consumatrici a rischio è diminuita rispetto al 2010 ma nel corso del 2020 è aumentata del +5,3%.

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Alcolismo giovani

Nov15
da admin il 15 Novembre 2022 alle 18:39
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7 giovani su 100 guidano sotto effetto dell’alcol

Tanti i rischi alla guida secondo il Report Passi dell’Iss

Il 5% degli italiani ha dichiarato di aver guidato sotto effetto dell’alcol nei 30 giorni precedenti. Una percentuale che sale al 7% nei giovani fra i 25 e i 34 anni, ed è ancora più alta al Nord. Al contrario, l’uso di cinture di sicurezza e del casco è più basso al Sud.
In Italia nel 2021 ci sono stati 2.875 morti e 204.728 feriti a causa di incidenti stradali, la maggior parte dei quali prevenibili evitando di bere alcol prima di mettersi alla guida.


Considerando tutte le fasce di età, hanno dichiarato di aver guidato dopo aver bevuto due o più unità di alcol (una unità equivale a due bicchieri di vino o due lattine di birra) 5 intervistati su 100, a fronte dei 7 del 2016-2019. Il calo però, suggerisce l’Iss, potrebbe essere una conseguenza delle misure per il contrasto alla pandemia, come la chiusura dei locali e la riduzione delle occasioni di incontro, e potrebbe esser destinato a rialzarsi.
Per quanto riguarda l’uso dei dispositivi di sicurezza, come detto le differenze geografiche sono rilevanti: l’uso delle cinture posteriori è del 23% nelle regioni del Sud rispetto al 56% al Nord, quello del casco è del 94% nel Sud e 99% nel Nord.
C’è poi il tema della sicurezza dei bambini: nel biennio 2020-2021, 2 persone su 10 hanno riferito di avere difficoltà a far uso di seggiolini per il trasporto in auto di bambini o di non utilizzarli affatto e nelle regioni meridionali questa quota raggiunge il 29% (è 18% al Centro e 12% al Nord).

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alcolismo giovani

Ott31
da admin il 31 Ottobre 2022 alle 16:30
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Alla guida sotto l’effetto di alcol 7 giovani su 100

Report Iss, cresce uso cinture e casco ma Sud resta indietro

(ANSA) – ROMA – Quasi 5 italiani su 100 dichiarano di aver guidato sotto l’effetto dell’alcol nei 30 giorni precedenti.

La percentuale però sale al 7% nei giovani tra 25 e 34 anni ed è maggiore nelle regioni settentrionali.

Cresce l’uso della cintura di sicurezza e del casco ma al Sud resta più basso, come più basso resta l’uso di seggiolini per i bimbi. A tratteggiare il quadro dei rischi alla guida sono i dati della sorveglianza di popolazione Passi, pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità.

Nel 2019, nel mondo, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, un milione e duecentomila persone sono morte per incidenti stradali, mentre in Italia, secondo l’Istat, solo nel 2021 sono state 2.875 le vittime e 204.728 i feriti. Molti di questi sarebbero prevenibili se evitando di bere alcol quando ci si mette alla guida.

Per il probabile effetto indiretto del Covid-19, nel 2020-21 è calato il numero di persone che ha guidato in stato di ebbrezza. Considerando tutte le fasce di età hanno dichiarato di aver guidato dopo aver bevuto due o più unità di alcol (una unità equivale a due bicchieri di vino o due lattine di birra) 5 intervistati su 100, a fronte dei 7 del 2016-2019. Il calo però, suggerisce l’Iss, potrebbe essere una conseguenza delle misure per il contrasto alla pandemia, come la chiusura dei locali e la riduzione delle occasioni di incontro, e potrebbe esser destinato a rialzarsi.

Nel 2020-21, la quota di giovanissimi che ha dichiarato di aver guidato sotto l’effetto dell’alcol dei 30 giorni precedenti l’intervista, secondo report Passi, è stata il 3% “più bassa che nel resto della popolazione ma rimane preoccupante”. Proprio nei giovanissimi, infatti, gli incidenti stradali sono la principali causa di morte, come continui episodi di cronaca ci ricordano, in ultimo quello del ragazzo travolto da un’auto a Roma mentre era fermo su un marciapiede.

La guida sicura però non significa solo lucidità ma anche protezioni. Più di un terzo degli intervistati dichiara di usare sempre la cintura posteriore quando viaggia in auto e circa il 97% dichiara di aver indossato sempre il casco. Ma le differenze geografiche sono ampie: l’uso delle cinture posteriori è del 23% nelle regioni del Sud rispetto al 56% al Nord, quello del casco è del 94% nel Sud e 99% nel Nord.

Resta, infine, il problema della sicurezza dei più piccoli. Nel biennio 2020-2021, 2 persone su 10 hanno riferito di avere difficoltà a far uso di seggiolini per il trasporto in auto di bambini o di non utilizzarli affatto e nelle Regioni meridionali questa quota raggiunge il 29% (è 18% al Centro e 12% al Nord).

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ALCOLISMO GIOVANI

Ott25
da admin il 25 Ottobre 2022 alle 9:55
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Gioventù bevuta: le prime sbronze a 12 anni, ecco la generazione che si sta perdendo in un bicchiere.

Cominciano a bere che sono poco più che bambini. E non finiscono più. Perché, come dice Gabriele S. , «alla dipendenza fisica puoi anche mettere una museruola, quella mentale ti resta dentro tutta la vita». Viaggio in un’emergenza che non fa rumore. Ma devasta migliaia di famiglie.

La dipendenza da alcol sta devastando tanti giovanissimi. Cominciano a bere a 12 anni. E non finiscono più. Abbiamo fatto un’inchiesta su un’emergenza che non fa rumore. Ma devasta migliaia di famiglie.

UNA LOTTA CHE DURA TUTTA LA VITA – «Per favore non scriva che ce l’ho fatta. Scriva che ce la sto facendo». Gabriele S., 32 anni, sa che il peggio è passato, e il meglio è una lotta che durerà tutta la vita. Si è accorto di essere alcol-dipendente nel 2014, una mattina «che mi sono alzato e a non bere mi sembrava che mi strappassero l’anima: tremori, conati di vomito, crisi di panico». La prima sbornia l’aveva presa dieci anni prima, l’8 luglio del 2004, il giorno del suo quattordicesimo compleanno. «Per festeggiarmi, due amici comprarono una bottiglia di tequila: andammo in un parchetto, loro bevvero un bicchiere a testa, io mi scolai il resto». Ai genitori che lo andarono a raccogliere promise: «Mai più». Il problema, quando cominci che sei poco più di un bambino, è che il “mai più” non è una promessa. È una premessa, l’inizio di una resistenza impossibile.
Gabriele è una luce nel mezzo (non alla fine, nel mezzo) di un tunnel che tanti suoi “fratellini minori” – le statistiche dicono che le prime sbronze si prendono tra gli 11 e i 12 anni  – non sanno nemmeno di aver imboccato. L’alcol è un pericolo che viene sminuito, perché ti frega subito, ma ci mette un po’ a fartelo capire. Questa sottovalutazione è un errore di concetto, ma pure di calcolo. Perché in Italia sono gli alcolici, e non le droghe, la prima causa di morte (e anche di disabilità) dei maschi tra i 14 e i 28 anni. L’ultimo rapporto dell’Iss – «Epidemiologia e Monitoraggio Alcol Correlato in Italia» – dice anche che c’è un esercito di quasi un milione di giovanissimi bevitori a rischio. Che nel 2020 si sono ubriacati 120 mila ragazzini tra gli 11 e i 17 anni. Che l’anno prima i minorenni portati nei pronto soccorso italiani perché disfatti dall’alcol sono stati 4.723 (l’11 per cento del totale: dati Sisma, Sistema monitoraggio alcol). Se i numeri non bastano, avanzano le nostre piazze, o i bollettini del fine settimana: ragazzini gettati come gomitoli sui marciapiedi, una quantità inverosimile di alcol che poi “sfoga” in risse, in incidenti mortali, in lavande gastriche all’ospedale.

AL PRONTO SOCCORSO, 3 SU 4 SONO RAGAZZE – Giuseppe Bertolozzi guida il pronto soccorso pediatrico della clinica De Marchi, a Milano. Questo salone con le pareti colorate e i pelouche sparsi ovunque è sempre stata la patria delle otiti, la ridotta dei “febbroni”. Da qualche anno si è aggiunta una carovana di adolescenti ubriachi: «Arrivano in ambulanza, e o sono spenti o sono esagitati: vomitano, gridano, si fanno la pipì addosso». Nel 2021, alla De Marchi ne hanno trattati 68, ma, avverte Bertolozzi, «il loro peso percentuale, sul totale degli ingressi al pronto soccorso, è raddoppiato. Tre su quattro sono ragazzine, che ormai bevono come i maschi, ma reggono meno perché hanno una massa corporea più piccola e il metabolismo più lento». Molti sono di famiglia benestante, e «quando li chiamiamo, e vengono qui a riprendersi i figli, i genitori cascano dal pero: la verità è che abbiamo perso il controllo sui nostri ragazzi».
Il controllo andrebbe esercitato presto, prestissimo. Spiega il pediatra Luca Bernardo: «I primi contatti con l’alcol un bambino ce li ha a 8-10 anni, in famiglia. Magari il papà gli fa assaggiare un po’ di vino, aggiungendone qualche goccia a un bicchiere d’acqua. È la nostra storia, non va demonizzata. Ma per l’età, e per il peso del bambino, quelle poche gocce danno una sensazione di euforia che si imprime nel cervello, e collega il piacere al vino. Non dico che incanali verso il bere, ma è meglio evitare».  Anche perché, se ti “ingaggia” da piccolo, l’alcol ti regala un’adolescenza da incubo.

COME UNA STORIA D’AMORE – «La mia l’ho spartita tra le droghe e un paio di comunità», racconta Gabriele S., «ma non sono mai diventato dipendente dagli stupefacenti perché con l’alcol avevo e ho ancora una storia d’amore: è una specie di monogamia, non so se mi spiego». Nel dolore, in questo percorso che è una maratona ripetuta ogni giorno, ha sviluppato una saggezza da sociologo, e dice che in Italia «c’è un problema culturale e un eccesso di occasioni». Il problema culturale: «Nelle case c’è sempre una bottiglia di rosso a tavola; nel ristorante la prima cosa che ti danno è la carta dei vini». Le occasioni: «L’alcol è peggio della droga perché ovunque ti giri, ce l’hai. Il fumo devi andarlo a cercare e comunque costa, e poi hai paura che ti “becchino”. Io con le prime paghette, a 15 anni, andavo all’Eurospin e per 5 euro prendevo una bottiglia di rum: all’epoca le cassiere non guardavano neppure quello che ti mettevano nel sacchetto (la legge che impedisce la vendita di alcolici ai minorenni è del 2012: il decreto Balduzzi, ndr)».

SHOTTINI DI GIN E VODKA A 1 EURO – I prezzi bassi e la facilità di reperimento sono il carburante principale di questa epidemia. Shottini, cicchetti, chupitos: con un euro, migliaia di giovani si sparano a ripetizione in gola 50 millilitri di white spirits (gin, vodka) magari mischiati con succhi colorati, perché, spiega il professore Emanuele Scafato, il presidente dell’Osservatorio Nazionale Alcol, «chi vende sa benissimo che le papille gustative dei giovani sono “attratte” dai sapori dolci e fruttati». Qui va scavata una differenza: mentre la droga, specie quella pesante, è un vizio solitario, l’alcol ha poteri “addensanti”: ti fa sentire parte di un gruppo, e dentro una moda che è più che altro un conformismo («Bevono tutti, perché io no?», è la giustificazione in fotocopia dei ragazzi). Un conformismo diffuso anche tra gli adulti. «Pensi che l’altra sera a cena un mio coetaneo, esimio professionista, mi ha detto: “Di te non mi fido perché sei astemio”. Che messaggi può dare, ai figli, un tipo così?», chiede il professore Gianni Testino, 61 anni, gastroenterologo e presidente della Società italiana di alcologia.
Il modo più semplice per far calare i consumi sarebbe quello di alzare il più possibile i prezzi. Ma la politica rema contro, forse, spiega Testino, «perché deve tutelare quei 12 miliardi di euro che sono i ricavi, legittimi, per carità, dei produttori. Però 25 miliardi li spendiamo in costi diretti per curare i danni provocati dall’alcol: cancro, cirrosi epatica, incidenti, sussidi per chi perde il posto di lavoro perché beve». Già perché se l’alcol ti mette al centro di una tribù, l’alcolismo ti crea il vuoto attorno.

UN DRAMMA IN GRAN PARTE SOMMERSO – «Lei», dice Gabriele indicando una ragazza che spazza il giardino, «è la mia ex fidanzata, ed è l’unica che mi è rimasta vicino. Lei e i miei due cani. Gli altri sono scappati tutti». Nel 2015, prima di trasferirsi in un’altra regione, la mamma di Gabriele lo portò al padiglione 10 dell’ospedale di San Martino di Genova, dove proprio il professor Testino dirige il reparto di Patologia delle dipendenze e di Epatologia Alcol Correlata. «La prima cosa che dissi al prof fu: “Non vengo per smettere di bere, ma per bere più a lungo”. Le flebo me le lasciavo fare per rinviare la cirrosi, così avrei avuto qualche anno supplementare da attaccare alla bottiglia», racconta.

MANCA UN PROTOCOLLO – Il rapporto dell’Iss dice che solo il 10 per cento dei «consumatori dannosi» (minorenni e non) viene intercettato dal servizio sanitario nazionale. Di questi, solo un terzo riceve un trattamento. Manca un protocollo comune che gestisca quel che succede appena sfiamma la fase acuta. Perché i minori collassano al pronto soccorso, e poi vengono rimandati a casa senza un’indicazione, una cura. Spiega Testino: «Quando i ragazzi consumano alcol o droghe, è facile che abbiano manifestazioni psicopatologiche, che mostrino un tratto schizofrenico, autistico o borderline. Non è detto che siano schizofrenici o borderline, eppure vengono subito messi sotto psicofarmaco. Noi li disintossichiamo, stiliamo terapie personalizzate, li valutiamo dal punto di vista psichiatrico a distanza di tempo: se capiamo che i disturbi d’ansia o la schizofrenia sono primitivi, li curiamo con le medicine o la psicoterapia. Altrimenti bisogna trovare una soluzione perché rischiamo di psichiatrizzare una generazione». Gli adolescenti accettano il farmaco o la seduta dallo psicoterapeuta, ma non di mettersi in gioco: sono consci di avere un problema, ma non sono consapevoli che lo debbano risolvere loro. L’unico rimedio, per il professore, «sono i gruppi di auto-aiuto come gli Alcolisti anonimi».

LA PANDEMIA È STATO UN ACCELERATORE – Allargando il campo dell’indagine, e spingendola indietro di due anni, va sottolineato che la pandemia è stata un formidabile acceleratore della diffusione e del consumo di alcol tra giovanissimi. Anzitutto perché, come dice il dottor Bertolozzi, ha fatto «impennare i problemi neuropsichiatrici – ansia, depressione, anoressia –  che predispongono al bere». Poi perché ha fatto saltare i controlli sull’età di chi compra. Lo spiega bene il professor Scafato: «Durante il lockdown sono aumentati in modo stratosferico gli acquisti on line e sul web è impossibile accertarsi che l’acquirente sia maggiorenne. Quella che si è presentata come una necessità – era tutto chiuso, non si poteva uscire – è diventato un mezzo per aggirare i divieti». La collisione tra l’ansia da isolamento e l’euforia per la “liberazione” ha poi portato a un aumento esponenziale del binge drinking (letteralmente abbuffata di alcolici), del bere tanto e in poco tempo per sballare. Tra le giovani donne questa pratica è cresciuta del 40 per cento (fonte Iss).
Se chiedi al professor Testino qual è una dose “accettabile” di alcol per un giovane, la risposta non è una quantità, ma una similitudine: «Il Papa non le dirà mai di bestemmiare con moderazione; a noi sanitari l’etica impone di dire la verità: anche un solo bicchiere di alcol fa male, specie ai ragazzi». Fa male al corpo: l’etanolo, e cioè l’alcol, è stato inserito dall’Oms nel gruppo 1 delle sostanze cancerogene («Come il fumo, come l’amianto, come le radiazioni di Fukushima», elenca Testino). E indirizza lo spirito: «Quando ci si avvicina a una sostanza psicoattiva (quindi anche alle droghe), nei ragazzi fino a 25 anni il rischio di diventare addicted sale del 35 per cento rispetto a quello che corrono gli adulti», dice ancora il presidente della Società italiana di alcologia.
Cosa succede sotto la scatola cranica di un minorenne che esagera con l’alcol ce lo spiega il professor Giulio Maira, neurochirurgo di fama mondiale e formidabile “biografo” del cervello (ha scritto due libri che lo raccontano meglio di un trattato di anatomia: l’ultimo, in uscita per Solferino, è Il telaio magico). «Tra i 10 e i 20 anni, la tentazione di eccedere è naturale: siamo come un cavallo che è pieno di energie, ma senza cavaliere. Questo perché la “sede” dell’emotività –  l’area del sistema limbico, che spinge alla trasgressione – è completa, mentre quella della razionalità – la corteccia prefrontale – è ancora in formazione. L’abuso di alcol soprattutto nell’età dell’adolescenza, contrasta la corretta formazione delle reti neurali e delle sinapsi (i “ponti” fra i neuroni), e interferisce con il processo di strutturazione della corteccia prefrontale. Ogni nuova sinapsi è una cosa in più che puoi imparare: se tramite alcol li fai saltare, quei ponti, il danno è serio».

IL SUO RACCONTO AI BAMBINI – Ora Gabriele sbriga i lavori socialmente utili alla Croce verde di Quarto, «dove ho trovato un ambiente fantastico, e spero che prima o poi mi assumano. Devi occuparti la giornata, altrimenti è la fine». Ripete più volte che alla dipendenza fisica puoi mettere la museruola, ma quella mentale «te la porti avanti per sempre: io prendo antidepressivi e ansiolitici, faccio psicoterapia. Senza questi aiuti, non ce la farei. Ogni tanto ho piccole ricadute, perché l’idea di smettere del tutto mi fa impazzire: ma so che è come giocare alla roulette russa». Settimana scorsa è andato in una scuola elementare a raccontare il suo inferno ai bambini. «Nei licei mi prenderebbero in giro, questi bimbi ti ascoltano, fanno domande. Spero di lasciargli qualcosa. Di fargli vedere lo straccio che ero, e la persona che sono tornato a essere».

PERCHÉ BEVONO – Ma perché questi ragazzi bevono? Abbiamo sondato sociologi, neuropsichiatri infantili, psicologi specializzati in dipendenze. La risposta più convincente ce l’ha data un prete, don Salvatore Giuliano, parroco della basilica di San Giovanni Maggiore, nel centro storico di Napoli. Un sabato al mese, lascia aperta la sua chiesa fino a notte fonda: «Raccatto per i vicoli le macerie della movida, ragazzini di 12 o 13 anni gettati come gomitoli sui marciapiedi. Li portiamo qui, li ascoltiamo. Secondo me la maggior parte è vittima della “sindrome del ciucciotto”. Quando un neonato piange si tappa il pianto con il ciuccio, e invece quel pianto andrebbe tradotto, decodificato (magari vuole essere abbracciato o cambiato). E quando quel neonato cresce, continuiamo a tappargli la bocca, lo abituiamo a tenersi dentro la sua comunicazione. Questa comunicazione tappata diventa dinamite. E prima o poi esplode».

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