Con l’approssimarsi dell’inizio delle attività sportive per la stagione 2022/23, la Scuola Calcio Grottese organizza, per il giorno 01 settembre 2022 alle ore 18.30, una riunione per definire e concordare, insieme alle famiglie e allo staff tecnico, le modalità, gli orari e le metodologie delle sedute di allenamento. Ricordiamo che la nostra società gestisce le seguenti categorie: PICCOLI AMICI 2016/17 PRIMI CALCI 2014/15 Vi aspettiamo a Grottazzolina, presso la sala convegni CSF Professional in Via Stazione, 72/A.
Una recente e prestigiosa ricerca attesta che i giovani tra i 15 e i 39 anni non dovrebbero consumare alcolici. La loro assunzione porta solo rischi alla salute.
La ricerca rivela che i giovani non dovrebbero mai assumere alcol. Porta solo rischi per la salute. Questa è la rivelazione che uno studio recente e autorevole conferma. La prima ricerca che studia rapporto tra alcol e rischi per la salute. Un’analisi che riguarda anche fattori come sesso, età e luogo geografico dei consumatori. Si parla di un team internazionale formato da esperti della Scuola di Medicina dell’Università di Washington.
Si è fatto un confronto fra tassi di consumo di alcolici e l’incidenza di malattie tra il 1990 e il 2020. Riguarda individui tra i 15 e i 95 anni, coinvolti ben 204 paesi. A coordinare lo studio la professoressa Emmanuela Gakidou, il tutto concentrato su 22 esiti di patologie diversi legati al consumo di alcool. Fra le tante malattie quelle del cuore, il cancro, il diabete, le lesioni e molte altre.
I ricercatori hanno stimato nel 2020 1,34 miliardi di persone con un consumo dannoso di alcolici. Il 59% era formato da persone tra i 15 e i 39 anni. Anche la pandemia ha misurato un aumento dell’uso di alcol. L’incrocio fra livelli di consumo e malattie fa risultare che i giovani tra i 15 e i 39 anni non dovrebbero mai assumere alcolici.
Gli studiosi hanno attestato che la quantità adatta e raccomandata di alcool da assumere sia 0,136 bevande standard al giorno. In pratica 10 gr di alcol puro giornaliero. In poche parole, i giovani possono bere poco più di 1 decimo di bicchiere di vino rosso o di una birra. Tutto per preservare la loro salute, altrimenti se si supera la dose c’è più rischio di patologie, lesioni, suicidio e omicidio.
Per chi supera i 40 anni qualcosa cambia. Sempre in uso moderato, l’alcol può offrire effetti positivi per la salute. Può ridurre rischi di diabete, ictus e cardiopatia ischemica. Tra coloro che hanno tra i 40 e i 64 anni gli studiosi considerano sicura una mezza bevanda standard, quasi due. Oltre i 65 anni si possono convalidare tre bevande standard.
Il nostro messaggio è semplice: i giovani non dovrebbero bere, ma gli anziani possono trarre beneficio dal bere piccole quantità.
Cosa ci dicono gli ultimi dati sui consumi di alcol e salute globale?
Il rapporto tra consumo moderato di alcol e salute è complesso e ha sollevato molte polemiche nella letteratura scientifica. In funzione delle finalità che le linee guida si propongono è noto e consolidato il concetto che se si vuole fare prevenzione, non bere è la scelta migliore per la salute e per la sicurezza. Nei fatti, dato che le prove disponibili suggeriscono che bassi livelli di consumo di alcol sono associati a un minor rischio di esiti di alcune malattie e un aumento del rischio di altre e che al netto di tutte le valutazioni e osservazioni disponibili risulta che l’alcol determina sempre un effetto di pregiudizio alla salute, nessuna linea guida può raccomandare l’uso di alcol ma, oggettivamente, porgere le linee guida sul consumo che ribadiscano che non esistono quantità sicure per la salute e che le quantità da non superare per non incorrere in un maggior rischio non sono generalizzabili all’universo ma dovrebbero sempre tenere conto dell’intero profilo epidemiologico che include i tassi di base della malattia all’interno delle popolazioni a cui le linee guida si riferiscono.
I risultati dell’analisi del Global Burden of Disease 2020, alla luce dell’esigenza di garantire scelte informate ai consumatori di alcolici, confermano l’opportunità di sviluppo di linee guida e raccomandazioni personalizzate sul consumo di alcol per età e tra le differenti realtà culturali e territoriali, evidenziando che le attuali soglie di consumo a più basso rischio, che esplicitamente riportano che il rischio esiste anche al di sotto di tali limiti, sono già troppo alte per alcuni e sicuramente per tutti i giovani.
Il consumo di alcol non è per tutti e va concordato con il medico curante che è in grado di valutare la plausibilità dell’uso di alcol in funzione della storia clinica del singolo consumatore. Inoltre, i risultati suggeriscono che eventuali linee guida non dovrebbero incorporare raccomandazioni specifiche per sesso, data l’assenza di variazioni sostanziali registrate in base al sesso tra le differenti aree geografiche e località.
Infine, riconoscendo che la maggior parte della popolazione mondiale che consuma quantità dannose di alcol è costituita da giovani adulti e prevalentemente giovani maschi, al fine di ridurre al minimo la perdita di salute dovuta al consumo di alcol è importante dare priorità agli interventi mirati a questi gruppi demografici.
Gli obiettivi di salute e di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite richiedono la riduzione del 10% dei consumatori dannosi entro il 2025 e una sostanziale riduzione dei consumi pro-capite e della mortalità causata dall’alcol entro l’anno 2030; l’Italia, come gran parte delle Nazioni, è in forte ritardo in funzione delle forti interferenze, che secondo l’OMS, il settore della produzione determina sui livelli decisionali nel merito di politiche adeguate di salute pubblica. Tanto da sollecitare i decisori politici a non considerare l’industria come partner per l’implementazione degli obiettivi di prevenzione previsti dalle strategie nazionali. queste strategie vanno rinnovate alla luce del Piano di Azione d’implementazione della Strategia Globale sull’Alcol approvata al maggio dall’Assemblea Mondiale di Sanità, che rafforza gli strumenti da usare, le azioni dotate di efficacia, sostenute dall’evidenza scientifica e di conferma dell’esigenza di agire sui determinanti economici. Sono i cosiddetti “best buys” che mirano alla riduzione della disponibilità fisica ed economica delle bevande alcoliche, alla riduzione dell’esposizione dei minori alla pubblicità e alle pressioni al bere, ad adeguate politiche di tassazione e dei prezzi. Il tutto da affiancare alle azioni richiamate dalla Risoluzione del Parlamento Europeo adottata a febbraio di quest’anno in cui, per la lotta al cancro, si indica la necessità che la Commissione Europea predisponga le giuste azioni per giungere ad un strategia alcol zero per i minori, alla riduzione o rigorosa regolamentazione della sponsorizzazione, alle etichette con le informazioni in grado di garantire scelte informate a chi consuma alcolici, come le calorie, le avvertenze per la salute, l’elenco degli ingredienti contenuti nella singola bottiglia di alcolico evitando di far avviare e svolgere iniziative di prevenzione ambigue, come quelle del bere responsabile, prive di qualunque evidenza scientifica di efficacia e inadeguate per i minori nei contesti sensibili, come le scuole, da interlocutori con conflitti d’interesse o che non siano portatori di interessi esclusivi di salute pubblica.
Agli adulti e alle agenzie educative competenti, scuola e famiglia, spetta vigilare su chi ha accesso ai minori e chi lo consente, ricordando che la cultura del bere e il bere responsabile per i giovani, almeno sino ai 25 anni, al fine di tutelare la completa e sana maturazione cerebrale con cui l’alcol interferisce, deteriorando un sano sviluppo cognitivo in senso razionale, si riassume in una regola aurea: non bere.
Sono ancora soprattutto giovani, uomini, socialmente avvantaggiati e residenti nel nord Italia i consumatori di alcol ‘a maggior rischio’ nel nostro Paese. È questo ciò che emerge dall’ultima rilevazione sull’alcol del sistema di sorveglianza Passi (Progressi delle aziende sanitarie per la salute in Italia), realizzata dalle Asl e coordinata dal Iss (Istituto superiore di sanità) con l’obiettivo di monitorare lo stato di salute della popolazione adulta italiana. L’indagine, invece di proporre il tradizionale focus quadriennale, considera il biennio 2020-2021 per meglio distinguere i dati relativi al periodo di massimo impatto della pandemia sui comportamenti e gli stili di vita. Le tendenze che emergono dal biennio considerato, sembrano comunque sostanzialmente in linea con il quadriennio precedente.
Risulta quindi dai dati resi noti che solo il 44% degli adulti di età compresa tra i 18 e i 69 anni ha dichiarato di non aver consumato bevande alcoliche negli ultimi 30 giorni. In compenso una persona su sette (15%) ne ha fatto un consumo definito a ‘maggior rischio‘ per la salute, per quantità o modalità di assunzione. I comportamenti di consumo considerati a ‘maggior rischio’ sono di diverso tipo, tra questi spicca il cosiddetto binge drinking, cioè il consumo di un alto numero di unità alcoliche* in un’unica occasione (cinque o più per gli uomini e quattro o più per le donne), che riguardano l’8% degli intervistati. Un altro esempio è rappresentato dal consumo esclusivamente/prevalentemente fuori pasto, che coinvolge il 7% della popolazione considerata. Il 2% del panel, inoltre, è a maggior rischio per un consumo abituale elevato, corrispondente a tre o più unità alcoliche giornaliere per gli uomini e due o più per le donne.
Ma chi sono questi consumatori ‘a maggior rischio’? Come accennavamo all’inizio, sono soprattutto giovani, visto che il 30% ha fra i 18-24 anni. La presenza di consumatori ‘a maggior rischio’ tra gli uomini è poi maggiore di quanto non sia nella popolazione generale (19% vs 15%) e, per la maggior parte, si tratta di persone senza difficoltà economiche o con un alto livello di istruzione. È inoltre particolarmente preoccupante il numero di persone che assume alcol pur avendo una controindicazione assoluta, come i pazienti con malattie del fegato, fra i quali oltre la metà dichiara di aver consumato alcol durante il mese precedente l’intervista. Anche il 12% delle donne in gravidanza riferisce di aver bevuto alcol nei 30 giorni precedenti mentre, fra coloro che allattano al seno, la quota sale al 30%.
Dal punto di vista geografico, resta ancora una distinzione legata alle tradizioni locali. Il consumo di alcol a ‘maggior rischio’ è infatti storicamente più diffuso nel Nord Italia, come pure il consumo di tipo binge. Le regioni che registrano il peggior valore nazionale per entrambi gli aspetti sono Emilia-Romagna, Friuli-Venezia-Giulia, Molise, Piemonte, Provincia di Bolzano e Trento e Veneto, mentre le regioni che, sugli stessi aspetti, hanno i migliori valori nazionali sono Lazio, Basilicata, Campania e Puglia. Segnaliamo però che nelle rilevazioni non è compresa la Lombardia. Questa regione ha infatti partecipato al sistema Passi con alcune Asl fino al 2017, ma poi ha abbandonato malgrado il Dpcm di istituzione della sorveglianza la definisca un’attività a rilevanza nazionale a cui tutte le regioni ‘progressivamente’ dovrebbero aderire.
Prendendo poi in considerazione i dati storici, dal 2010 si osserva un lento ma progressivo aumento del consumo a ‘maggior rischio’, determinato dall’aumento del binge drinking e dell’abitudine di bere fuori dai pasti. Nonostante questo, l’attenzione degli operatori sanitari al problema dell’abuso di alcol appare tuttora inadeguata: appena il 6% dei consumatori a ‘maggior rischio’ riferisce di aver ricevuto il consiglio di bere meno. Se l’attenzione si sposta sulla popolazione con più di 65 anni sia riscontra che, sempre nel biennio 2020-2021, il 60% delle persone ha dichiarato di non consumare abitualmente bevande alcoliche, mentre ne riferisce un consumo moderato il 21% e un consumo definito ‘a rischio’ per la salute, pari mediamente a più di una unità alcolica (Ua) al giorno, il restante 19%. È preoccupante il numero di questa fascia di età che assume alcol pur avendo una controindicazione assoluta, come il 28% delle persone affette da malattie del fegato.
(*) Un’unità alcolica equivale 12 grammi di alcol puro, che corrispondono alla quantità di alcol contenuta in: un bicchiere (125 ml) di vino di media gradazione (12°), 330 ml di birra, 30 di superalcolico
Binge drinking significa bere per ubriacarsi per ricercare sensazioni forti, atteggiamento definito “sensation seeking”. Secondo l’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità è l’assunzione smodata di alcol in un intervallo di tempo ristretto, indicativamente da 30 minuti sino a 2-3 ore. Secondo la definizione di Wechsler e Isaac (1992) il binge drinking è l’assunzione di cinque o più drink alcolici in una stessa serata da parte degli uomini e quattro o più per le donne. È un modo di bere compulsivo (e tutto d’un fiato), finalizzato ad un rapido raggiungimento dell’ubriachezza, praticata in occasione di feste o durante il fine settimana. È una abbuffata alcolica, lontano dai pasti, a stomaco vuoto: si ingeriscono volutamente quantità ripetute di alcol in misura maggiore alle proprie capacità psicologiche e fisiologiche.
Cos’è il binge drinking
Il CDC lo definisce un serio problema di salute pubblica, il modello più comune, costoso e mortale di consumo eccessivo di alcol negli Stati Uniti dove oltre il 90% degli adulti che bevono eccessivamente segnalano binge drinking. È un comportamento a rischio dannoso associato a lesioni gravi e malattie multiple.
Il binge drinking nasce dalle ansie sociali, dal bisogno di approvazione, dal sentirsi fuori luogo. È l’espressione di una moda giovanile che nasce nei campus americani e sta oggi spopolando nel Nord Europa. Il fenomeno sta dilagando anche in Italia, dove sussiste ancora una forte cultura alcolista nella popolazione generale.
Secondo alcuni studi gli adolescenti bevono meno spesso, ma in quantità più elevate rispetto agli adulti. Lo scopo patologico, ben consapevole, è quello di provare ebbrezza fino ad arrivare ad una ubriacatura immediata e completa con perdita del controllo ed intossicazione. La convinzione diffusa tra i giovani è: se mi ubriaco solo una volta a settimana cosa vuoi che succeda? Essi sono soliti alternare questi eccessi con periodi di astinenza pensando così di contenere il danno che si procurano e ridurre le complicazioni fisiche e psicologiche che ne derivano.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha più volte sottolineato come l’alcol sia la prima causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni, ma nonostante tutto esso si diffonde sempre di più e rimangono ancora sconosciuti e forse sottovalutati i suoi effetti negativi sulla società e sulla salute dell’uomo. Secondo i dati Oms l’alcol fa più vittime delle droghe illegali eppure è ancora considerato come un semplice vizio. Ha costi sociali enormi in termini di morte per patologie secondarie, incidenti stradali, ricoveri ospedalieri e persino licenziamenti. Tuttavia le bevande alcoliche sono oggi ancora più facilmente alla portata di tutti.
Il binge drinking è un comportamento sociale associato a episodi di coma etilico risultanti da intossicazione acuta, fisica e mentale, da alcol. Si associa spesso all’uso simultaneo di altre sostanze come la marijuana e la cocaina. Si accompagna a problemi a scuola e al lavoro ed è causa di incidenti ed infortuni fatali.
Questa modalità di assumere alcolici può associarsi inoltre a reati, comportamenti violenti e tentativi di suicidio. È una pratica diffusa tra i giovani dai 18 ai 24 anni che comporta gravi rischi per la salute e la sicurezza. È pertanto un’abitudine che è considerata attualmente uno dei maggiori problemi di salute pubblica sia per l’abbassamento della percezione del rischio sia per leesotossicosi alcolica che ne deriva.
Come si comportano i binge drinker
Non si tratta soltanto di ubriacarsi per l’esagerazione nel consumo di sostanze alcoliche una volta ogni tanto per fare festa. Emerge come un fenomeno nuovo che sta coinvolgendo le giovani generazioni di adolescenti e preadolescenti che non associano l’alcol ad un piacere, ma ad una necessità.
Binge drinking non è alcolismo, definito propriamente come dipendenza da alcol, ma i giovani che hanno comportamenti orientati all’assunzione massiva di alcolici potrebbero poi trasformarsi con gli anni in alcolisti. Certamente alla base di questo modo per intossicarsi c’è qualche forma di fragilità e di frivolezza di pensiero che impedisce ai ragazzi coinvolti e agli adulti che li vigilano di identificare e riconoscere un preoccupante problema con l’alcol.
Questa forma iniziale di dipendenza da alcol non è solo individuale, ma diventa collettiva. Tutto il gruppo ha bisogno di bere per uscire dalle ansie sociali. Nel gruppo si ha bisogno di sentirsi fuori per riuscire ad ottenere approvazione dagli amici e per non risultare fuori luogo.
I binge drinker, come sono definiti i forti consumatori di alcolici e superalcolici, solitamente si abbuffano di cocktail, birra e vino e scarsamente di liquori. Sono di moda gli shot o short drink. Vanno alla ricerca dello sballo, soprattutto del sabato sera, ma non sono bevitori solitari. Prediligono situazioni sociali ed eventi e sono attenti alla moda dell’happy hour nei locali.
Secondo l’istituto Superiore di Sanità l’identikit del binge drinker è maschio, giovane e vive al Nord. Secondo i dati epidemiologici, le prime abbuffate iniziano attorno ai 13 anni, si intensificano nell’adolescenza ed hanno il picco attorno ai 20 anni. La massima diffusione del binge drinking è tra gli universitari. La tendenza riguarda indistintamente maschi e femmine.
Secondo i dati del sistema di sorveglianza Passi (Progressi delle aziende sanitarie per la salute in Italia) – promosso nel 2006 dal ministero della Salute e realizzato dal Centro Nazionale di epidemiologia dell’ISS per tenere sotto osservazione l’evoluzione dei fattori di rischio per la salute della popolazione italiana – il 42% dei 18-34 enni che praticano binge drinking consuma bevande alcoliche fuori pasto.
E il 60% dei giovani che ha fatto uso smodato di alcol negli ultimi 30 giorni concentra nel fine settimana tale consumo. Il fenomeno tuttavia non risparmia gli anziani. I dati delle Asl di 19 Regioni indicano che più del 5% delle persone tra 65 e 69 anni ha consumato 6 o più bicchieri in un’unica occasione.
Diagnosi di binge drinking
Gli episodi di binge drinking sono ripetuti nell’arco di sei mesi e i criteri per diagnosticarlo sono quattro:
Eccessivo consumo di alcol
Assunzione di alcol rapidamente in un breve arco di tempo
Bere fino ad ubriacarsi e a sentirsi male
Bere in compagnia in particolari eventi
Queste eccessive bevute raramente sono occasionali, tendono a diventare un atteggiamento frequente sino a trasformarsi in patologia fisica e psichica per dipendenza da alcol con conseguenti sintomi da astinenza: depressione, disturbi del sonno, disturbi sessuali, irritabilità, problemi di performance cognitive, problemi di concentrazione e di apprendimento, perdita di memoria a breve e a lungo termine, sbandamenti dell’attenzione.
Secondo Hudolin (2015) bere grandi quantità di alcol, in forte concentrazione e molto velocemente, deprime fortemente il sistema nervoso provocando abbattimento o comportamenti aggressivi e alterazioni delle percezioni visive, uditive e motorie, fino ad arrivare a forme di perdita del controllo e della coscienza di sé.
Segni e sintomi di binge drinking
Il binge drinking determina quindi una depressione dell’attività del sistema nervoso centrale: diminuiscono l’ansia, la tensione e le inibizioni comportamentali. Calano l’attenzione e la capacità di giudizio e di concentrazione. Provoca disturbi della memoria e incoordinazione motoria. Compaiono vertigini e nistagmo. L’umore è alterato e le percezioni sono fortemente rallentate.
L’andatura si fa incerta e l’eloquio impacciato. I segni e sintomi più comuni sono l’aggressività, l’astenia, il cardiopalmo, conati e vomito, disidratazione. Vi può essere disorientamento temporale e spaziale, sonnolenza, sudorazione, tremori. Seguono ipotensione, ipoglicemia e perdita di coscienza. Se grave, l’intossicazione evolve in coma etilico e può portare alla morte per arresto respiratorio.
Se l’abitudine a bere in questo modo diventa cronica il binge drinking ha effetti negativi a livello neurologico, cardiaco, gastrointestinale. Sono danneggiati anche il sistema ematico, endocrino e muscolo scheletrico. Sono frequenti danni a lungo termine, perché si instaurano squilibri cognitivi. Si associa ad un aumentato rischio di ischemie ed emorragie cerebrali. Secondo il Journal of the American Heart Association, cuore e cervello sono maggiormente a rischio se da giovani si esagera con l’alcol. Più alcol si beve più batte forte il cuore e non è un bene.
Drunkoressia
Al binge drinking si associa la drunkoressia, ossia la restrizione alimentare a cui si sottopongono i giovani prima di consumare alcolici, sia per limitare l’introito calorico ed evitare di prendere peso sia per potenziare gli effetti euforizzanti e disinibenti del’alcol. Questa associazione comporta un rischio aumentato di sviluppare in età adulta dipendenze patologiche e disturbi psichici.
Per contrastare questo fenomeno dilagante tra i giovani è fondamentale la prevenzione attraverso una comunicazione efficace nell’opinione pubblica per informare sui rischi potenziali di questa abitudine nociva. Sono quindi necessari interventi preventivi come controlli periodici, riabilitazione psicosociale, tutor coetanei che possono ridurre il livello di consumo critico.
Si dovrebbero realizzare programmi educativi e di assistenza specialistica, rivolta agli adolescenti e ai loro genitori. Purtroppo l’uso di alcol è frequente sin dagli 11-15 anni di età anche se è raccomandato il divieto almeno sino ai 18 anni, perché prima l’organismo non è in grado di metabolizzarlo correttamente.
Negli Stati Uniti è stata istituita una task force per la prevenzione del binge drinking. Le strategie consigliate includono l’utilizzo di strategie di prezzo, incluso l’aumento delle tasse sull’alcol; limitare il numero di punti vendita al dettaglio di alcolici in una determinata area; ritenere i rivenditori di alcolici responsabili dei danni causati dalla vendita illegale di alcol ai minori o clienti intossicati; limitare l’accesso all’alcol mantenendo i limiti di giorni ed orari di vendita al dettaglio di alcolici; applicare costantemente le leggi contro il consumo di alcolici da parte dei minorenni e la guida in stato di alterazione alcolica; mantenere i controlli governativi sulle vendite di alcolici evitando la privatizzazione. La task force sui servizi preventivi degli Stati Uniti raccomanda inoltre lo screening e la consulenza per l’abuso di alcol nelle strutture di assistenza primaria.
Da un rapporto dell’ISS emerge che le politiche di prevenzione adottate per fronteggiare il fenomeno in Italia sono l’aumento dei prezzi, la limitazione della disponibilità fisica ed economica delle bevande alcoliche sul mercato e il divieto di pubblicità degli alcolici. La crescente diffusione dell’abuso di alcol tra i giovani di tutti gli strati socio culturali impone la necessità di nuove politiche di intervento e di prevenzione. La precoce acquisizione di comportamenti non corretti, che possono essere inizialmente solo occasionali, favorisce la possibilità che diventino abitudini aumentando così la probabilità di mantenerli anche nelle età successive trasformandosi in alcolismo ossia intossicazione cronica da alcol etilico.