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Una scuola “Unplugged” per liberarsi delle dipendenze

Mar23
da admin il 23 Marzo 2017 alle 10:48
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Sperimentato nel 2004 nelle scuole europee, “Unplugged” è un progetto molto interessante ed efficace che mira alla prevenzione delle dipendenze. E’ stato sviluppato dall’EUDAP (European Drug Addiction Prevention), ente europeo che si occupa della prevenzione di tutti i tipi di dipendenza: dorghe, alcol, fumo, gioco, etc.

“Unplugged” è costituito da un percorso di 12 unità, suddivise in dodici ore e svolto nell’orario curricolare scolastico. Attraverso una serie di lezioni interattive, composte da attività laboratoriali e approfondimenti tecnico-scientici, gli insegnanti aiutano i ragazzi della scuola secondaria a capire i pericoli legati alle dipedendenze.
L’adolescenza è un’età estremamente vulnerabile: i nostri ragazzi sono sempre più esposti al pericolo di rifugiarsi in surrogati che minano definitivamente la loro fragilità.

Ecco perché “Unplugged” ha come secondo obiettivo quello di far riflettere gli studenti sulla propria assertività, sull’intelligenza emotiva, stimolando una riflessione in grado di migliorare l’autostima e la serenità, armi indispensabili per combattere le dipendenze.

Un particolare ringraziamento va a tutti gli insegnanti che aiutano i nostri ragazzi a crescere, evitando loro di perdersi nella notte della dipendenza.

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Lettera di una Mamma qualunque

Feb16
da admin il 16 Febbraio 2017 alle 13:50
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Invito tutti coloro che vedono nel calcio solo una valvola di sfogo per cafonaggine, ignoranza, volgarità, a leggere la seguente lettera, pubblicata sulla pagina Facebook “Romanzo Calcistico”.

“Appena ho appreso la notizia di Mattia Perin ho pianto.

Io lascerei a coloro che dicono e pensano “guadagna i milioni, che vuoi che sia…” l’indifferenza che meritano, tanto non potranno mai capire. E provo a spiegarvi cosa intendo.

Negli occhi di questo ragazzo ho rivissuto la stessa disperazione che ho provato quando un tragico infortunio, in una brutta ed inutile amichevole precampionato, ha messo la parola fine alla passione di mio figlio.

Inutile forse è la parola sbagliata, perché per un giocatore di calcio nulla lo è, dalla partita al campetto dell’oratorio alla finale di un torneo per l’eccellenza.

I suoi 13 anni di attività calcistica sono stati il periodo più bello della mia vita, anche se di calcio non è che me ne intenda molto. Forse questo è un bene, perché mi ha esentata dal fanatismo che purtroppo infetta migliaia di genitori.

Sugli spalti mi sono abbronzata e spesso congelata, a volte imbarazzata quando oltre al “hai giocato bene” e “sei stato bravo” non sapevo dire, mentre gli altri bambini venivano catechizzati dai papini che gli schemi di gioco li conoscevano a menadito.

Mio figlio indossava la maglia numero 5 con la stessa serietà che lo contraddistingue anche adesso. Era ed è molto serio: non è il tipo che si lascia andare a sentimentalismi, per questo non sono mai riuscita a raccontargli di quella volta che entrai in una specie di trance.

Era una giornata di primavera e lui avrà avuto 13/14 anni.

Dal momento che sugli spalti non c’era nemmeno una mamma con cui scambiare una ricetta, mi fermai a bordo campo e… Cominciai a guardarlo come non avevo mai fatto fino a quel momento.

Lo sguardo si posò sui polpacci duri come il marmo e sui muscoli delle gambe che sembravano scoppiare. I compagni lo guardavano, aspettavano indicazioni e lui le impartiva come se fosse il capitano di un veliero. Sudava come un matto e aveva uno sguardo duro ed inespressivo che non conoscevo: difendeva la porta come se dal risultato dipendesse la sua stessa vita. Ormai avevo quasi i segni della rete sul viso quando, al fischio finale dagli spalti partì il coro “un capitano c’è solo un capitano”, mi ridestai da quel torpore, mi passò quell’inspiegabile dolore muscolare e sorrisi.

Mio figlio era diventato un leader: ed era già la seconda volta che me lo dicevano. La prima fu in quarta elementare, quando la maestra di matematica mi chiamò a rapporto e disse: “Signora, suo figlio ha la stoffa del leader e mi da grandi soddisfazioni, ma ultimamente sta facendo troppo il buffoncello trascinandosi dietro tutta la classe, mi dia una mano a farlo tornare un esempio positivo”.

Forse fu una delle poche volte in cui mi costrinse a fare il genitore. Lo sgridai e lui, orgoglioso com’era, tornò sulla retta via.

Cominciai ad andare meno alle partite, soprattutto quando sapevo che giocavano contro quella squadra conosciuta nella zona come “i cecchini”.

Non accettavo la violenza di quello che finora avevo visto come un gioco, anche se non gli spiegai mai il motivo della mia decisione.

Quella triste sera però sugli spalti c’ero, perché giocavano dietro casa. Mio figlio verso la fine del primo tempo smise di essere giocatore ancora prima di raggiungere il sogno.

Una madre certe cose le capisce anche se di calcio non ne capisce nulla. Lo capisce ancora prima che arrivi l’ambulanza. L’ho capito quando ho sentito il rumore delle ossa che andavano in frantumi. E mio figlio piangeva proprio come Mattia Perin perché aveva già capito, per il dolore invece imprecava come non l’avevo mai sentito fare.

Io non credo che sia solo una questione di soldi, per tornare all’oggetto che mi ha spinto a scrivere. I soldi facili si fanno con i colpi di fortuna. Se un uomo dedica gli anni più belli alla fatica e all’allenamento, si tratta di amore e di passione e se poi ha l’opportunità di guadagnare, diventa anche professione.

Del calcio credo di aver capito che è amore puro, che anche quando smetti di giocare non lo lasci mai del tutto.

Perché il calcio è uno sport magico, che va oltre le più improbabili delle barriere.

Lettera di una mamma qualunque…”

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Il metodo Milkman, un esempio da seguire

Feb03
da admin il 3 Febbraio 2017 alle 15:14
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Harvey Milkman è un professore di psicologia che condusse alcuni decenni fa uno studio sulle tossicodipendenze. I suoi studi dimostrarono che le persone consumavano eroina o anfetamine a seconda della loro predisposizione nella gestione dello stress. Chi usava l’eroina voleva un effetto di stordimento, chi assumeva anfetamine voleva stordimento, chi consumava alcol voleva un effetto sedante.

La sua ricerca aveva come scopo l’individuazione di surrogati degli stupefacenti che non avessero gli effetti collaterali degli stupefacenti.

L’Islanda, che aveva agli inizi degli anni Novanta un tasso altissimo di alcolismo giovanile (quasi il 48% nel 1998), invitò Milkman per discutere il suo approccio al problema.

Grazie alla sua consulenza, l’Islanda ha individuato nello sport e nelle attive creative l’arma per combattere l’alcolismo, con risultati miracolosi. Ad oggi, in Islanda, meno del 5% dei ragazzi consuma alcol.

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Quando giocare smette di essere un gioco

Gen09
da admin il 9 Gennaio 2017 alle 12:24
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Il gioco d’azzardo può diventare una dipendenza a tutti gli effetti con effetti devastanti sul piano economico, psichico e sociale.

Il vizio del gioco è aumentato negli ultimi anni, purtroppo anche a causa della diffusione di videopoker e servizi online.

Il gioco diventa un problema quando è usato per evadere dai problemi della vita quotidiana (giocatore problematico) o quando diventa valvola di sfogo in seguito a problemi di ordine psichico (giocatore patologico).

Il gioco patologico presenta sintomi di ordine fisico (disturbi alimentari, emicrania, insonnia, ansia),
di ordine psichico (ossessione, senso di colpa, impulsività), di ordine sociale (deperimento delle relazioni familiari, perdita del lavoro, indebitamento, isolamento).

Smettere di giocare si può. Per farlo, si può chiedere aiuto all’Associazione Giocatori Anonomi (www.giocatorianonimi.org) o ai S.E.R.T (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_433_allegato.pdf#search=%22servizi%20per%20le%20tossicodipendenze%22).

#diciamobastaalledipendenze

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Piccoli progressi ma ancora molto da fare

Dic07
da admin il 7 Dicembre 2016 alle 15:21
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Risale al 2010, sei anni fa, la regola calcistica che prevede l’espulsione per bestemmia.

La severità degli arbitri è aumentata in questi ultimi anni, ma resta il fatto che la bestemmia è ancora troppo legata al mondo del calcio. Nessuno è escluso: giocatori, allenatori, tifosi.

Oggi alcuni parlano di eccessiva severità della regola: l’espulsione sarebbe una pena sproporzionata. Noi, invece, la difendiamo a spada tratta, perché amiamo il calcio e riteniamo che sia doveroso lavorare per dissociare lo sport più amato di sempre dalla volgarità.

Sempre #nobestemmia!

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