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Alcolismo giovani

Set23
da admin il 23 Settembre 2025 alle 11:28
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l grido d’allarme del parroco: “Canne e alcol prima della scuola”

Monsignor Stefano Zanella racconta lo scenario che vede ogni mattina davanti alla sua chiesa: “Se parli con i genitori di quello che fanno i loro figli, ti rispondono che non ti devi permettere”

Per terra, lungo il muro, ci sono i mozziconi. Il tabacco è stato tolto, li hanno usati per farsi le ’canne’, sigarette alla marijuana. E l’aria, la mattina presto, profuma d’erba, quella fumata per stordirsi. In un angolo, oltre una striscia di prato, c’è anche una bottiglia, vuota. E’ liquore, Aperol, quello che si usa per fare gli spritz, per l’aperitivo. Che in genere è intorno alle 19, le sette di sera. Qui invece, davanti alla parrocchia dell’Immacolata Concezione di Maria Vergine, piazzale Dante Alighieri, alcuni studenti giocano d’anticipo. Già la mattina, prima del suono della campanella, l’aria è densa di ’fumo’.

Fuori moda la birra. Vanno a whiskey, buttato giù a sorsate appena un’ora dopo essere scesi dal letto per andare a scuola. Si piazzano lungo un lato della chiesa, dove ci sono alcune nicchie che diventano bivacchi. Alcuni di questi giovanissimi si siedono e si bevono la vita sui davanzali delle finestre, oltre i vetri le sale della parrocchia. E così, già ubriachi, entrano in classe. E’ preoccupato monsignor Stefano Zanella, il parroco. Per la deriva che alcuni giovani stanno prendendo, ormai da qualche anno. “Possibile che mi accorga solo io di quello che succede qui, di quello che avviene ogni mattina quando i ragazzi vanno a scuola?”, una domanda che resta sospesa, in attesa di una risposta che non arriva, lo sguardo a quel tappeto di mozziconi, cartacce. Il cestino lì vicino, inutile souvenir.

Ha parlato con questi ragazzi?

“Certo, proprio l’altro giorno ho provato a confrontarmi con uno di loro. Aveva una sigaretta alla marijuana, fumava. Gli ho chiesto perché lo faceva, perché si buttava via così. Mi ha risposto, ma cosa vuole che mi facciano due tiri?”

I genitori?

“Mi ha detto che li vede solo alle cinque del pomeriggio, che non si accorgono di nulla”

Ha provato a parlare con le famiglie di questi adolescenti?

“Certo. E vuole sapere cosa rispondono?”

Prego

“Che non ti devi più permettere, che i loro ragazzi non fanno certe cose, che sono bravi ragazzi”

Cominciano a bere prima di entrare a scuola, entrano nelle aule ubriachi?

“Sì, fanno colazione con le bottiglie di Aperol, con i superalcolici e poi vanno in classe, per fare lezione”

E di quello che succede si accorge solo lei

“Evidentemente sì. I genitori, i ragazzi che frequentano la parrocchia sono preoccupati”

Che tipo di attività fate con i vostri ragazzi?

“In questo territorio della città la realta pastorale ancora funziona. Tra i Salesiani e San Benedetto e la parrocchia dell’Immacolata molti giovani si accostano ad un percorso educativo che è al di fuori di quello di altre agenzie”

Non è solo un percorso religioso

“E’ certo un percorso religioso, ma non solo. Accoglie persone che hanno voglia di mettersi in cammino, in un percorso di vita, fatto di impegno nel sociale. Sono riuscito a fare come ogni anno un campo per i ragazzi delle scuole medie, per i ragazzi delle superiori. Eravamo una cinquantina di persone tra educatori e giovani. Durante tutto l’arco dell’anno facciamo attività pastorale. La possibilità di fare qualcosa di diverso c’è, vogliamo garantirlo per i giovani. Il grido che lancio è proprio questo. Le agenzie educative sembrano non accorgersi del disagio nel quale alcuni di questi ragazzi vivono”.

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Alcolismo Giovani

Set02
da admin il 2 Settembre 2025 alle 15:46
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Giovani e ludopatia: Alessia Marcaccio, è un problema enorme ma occorre lavorare sulla vera causa
Con l’espansione che il fenomeno del gioco legale ha avuto negli ultimi 20 anni è cresciuto anche l’allarme sulle ludopatie, una forma di dipendenza che purtroppo colpisce sempre di più anche i giovani. Chi la sviluppa fa però una fatica maggiore a riconoscere di avere bisogno di aiuto, anche perché il gioco – come l’alcol – è una sostanza legale. Per contrastarla le campagne proibizionistiche servono a poco, come non ha senso distruggere le vigne per eliminare l’alcolismo. Sia perché il gioco come attività in sé è una componente fondamentale per lo sviluppo della personalità; sia perché la dipendenza è il sintomo, ma le cause vanno cercate altrove. Di tutto questo abbiamo discusso con la dottoressa Alessia Marcaccio che ricopre le funzioni di direttrice clinica del Centro San Nicola.

Dottoressa Marcaccio, secondo lei, quanto sono allarmanti i dati sui minori che giocano d’azzardo?
Molto, anche perché portano subito a farsi un’altra domanda: questi dati passano per vari enti che li elaborano. Ma poi c’è un mondo sommerso, popolato da tutti quei soggetti che non si sono mai rivolti al servizio, non si sono mai rivolti a uno psicologo, non si sono mai rivolti a nessuno. Quanta gente c’è oggi che sta giocando e non rientra in quel dato? Oltretutto, occorre riportare questa ricerca al mondo in cui viviamo, dove le relazioni interpersonali sono sempre più rarefatte, e ci siamo abituati a rimanere chiusi in casa, o in una stanza, e ci limitiamo a interagire con un mondo virtuale che è fatto non solo di scommesse, ma anche di giochi di ruolo, di giochi virtuali. Il problema che sta a monte di questi dati è come funzionano oggi i nostri giovani: non sono in grado di avere un confronto faccia a faccia con un altro essere umano, ma riducono tutto al feedback dei social, alle connessioni che si hanno in quella realtà.

Questo problema, nel caso della ludopatia, è ancora maggiore, visto che il gioco su internet ha registrato una crescita esponenziale negli ultimi anni. Viene da pensare che l’aumento dei giocatori giovani sia dovuto anche al fatto non è più necessario andare fisicamente in una sala… C’è la possibilità di prevenire il fenomeno?
Nel corso degli anni sono state lanciate tantissime iniziative di prevenzione. Basti pensare alle varie campagne contro le macchinette, le varie iniziative No-slot, zero-slot… A mio avviso, tuttavia, si tratta di iniziative abbastanza controverse. So di essere una voce fuori dal coro, ma non si può arrivare a distruggere le vigne per combattere l’alcolismo. L’obiettivo non deve essere quello di proibire, ma quello di educare a come si gioca in maniera responsabile, spontanea. Il gioco fa parte della nostra vita, è una componente importantissima, i bambini attraverso il gioco vanno a strutturare poi le loro prime relazioni interpersonali, e il gioco è uno strumento che permette di imparare a regolare le proprie emozioni. Quindi, occorre lavorare invece a monte, e capire per quale ragione una persona finisce con l’appoggiarsi al gioco. E la motivazione potrebbe essere nel fatto che l’adolescente si sente solo, non viene riconosciuto, non si sente ascoltato, non si sente parte integrante di un sistema familiare o di un sistema scolastico. Occorre fare un passo indietro, allora, e capire a quel ragazzo quali strumenti stiamo proponendo, che tipo di relazioni stiamo insegnando. Sempre più spesso i genitori – quando un bambino più piccolo si mette a piangere – non perdono tempo a capire quale sia il problema, ma gli mettono in mano un telefonino. E in questo modo sono i primi a insegnare ai figli che lo schermo, il giochino è il regolatore emotivo. A quel punto, ogni volta che si manifesta il sintomo, lo schermo diventa la soluzione.

Secondo una ricerca, le motivazioni che spingono a giocare sono tre: il desiderio di guadagnare denaro, la sfida, e la noia. Secondo lei, ci sono altre motivazioni?
Questi sono tre motivi molto validi, ma ci sono tantissime altre motivazioni che portano poi le persone a giocare. Io penso a tutte quelle persone che magari hanno una situazione finanziaria non ideale, che magari arrivano da un fallimento. Il Covid ci ha messo davanti alla precarietà, quanti imprenditori si sono tolti la vita perché si sono visti distruggere l’azienda in pochissimi mesi? Ma bastano la perdita del lavoro, o una separazione. Quanti padri vanno in difficoltà perché dopo una separazione devono versare gli assegni di mantenimento, prendere in affitto un’altra casa…

Che età hanno i ludopati che si rivolgono al Centro San Nicola?
Noi lavoriamo solo con maggiorenni, quindi non lavoriamo con questa fascia di adolescenti e preadolescenti. Per il resto non abbiamo un profilo tipo, abbiamo lavorato con pazienti di 25 anni come con pazienti di 60. Dipende dalla richiesta di aiuto, come viene fatta, a che punto della propria vita viene fatta, perché. Lavorare con un giocatore è in parte diverso rispetto al lavorare con chi ha una dipendenza sostanze. Anche perché è difficile che un soggetto accetti di rimanere al Centro, se ha delle situazioni debitorie: il giocatore cade nella trappola di pensare che basterà un’altra giocata, per vincere e sistemare i debiti. Il primissimo intervento – nel caso dei ludopati – è di creare una rete di professionisti – anche legali e commercialisti… – che lavorino sulla situazione debitoria. A quel punto si può intraprendere un percorso di recupero.

Può tracciare un profilo del paziente-tipo che si rivolge al Centro San Nicola?
Prevalentemente abbiamo un’utenza maschile, le donne fanno più fatica a chiedere aiuto perché c’è maggiore vergogna, c’è maggiore solitudine. La componente femminile rappresenta sempre una percentuale molto ridotta. Raramente abbiamo pazienti al di sotto i 20 anni, la maggior parte ha un’età che va dai 40 ai 60 anni. Lavoriamo con persone che hanno già una buona consapevolezza di aver un problema di dipendenza. E questo in un certo senso semplifica il percorso, perché non occorre lavorare tanto tempo sulla fase dell’ambivalenza e della frattura interiore, per arrivare all’accettazione della malattia.

I giocatori patologici sono più restii a ammettere la dipendenza, rispetto a altri soggetti?
Sì, osserviamo lo stesso fenomeno nel caso degli alcolisti. Fanno una fatica maggiore ad ammettere di avere un problema. Questo dipende anche dal fatto che alcol e gioco sono legali. L’idea generale è che la dipendenza sia quella dalle droghe. Invece i giochi e gli alcolici li troviamo ovunque: al supermercato, al negozietto sotto casa… è quindi difficile ammettere di avere una problematica.

Si sostiene generalmente che ludopatia e alcolismo abbiano dei tratti in comune, cosa li differenzia dalle altre dipendenze?
In realtà la matrice di tutte le dipendenze è la stessa, si cerca un’evasione da una realtà che non ci fa sentire a nostro agio, che non si riesce a gestire, che non si può tollerare. Il gioco, l’alcol, la droga etc. a quel punto diventano un regolatore emotivo, lo strumento per attivare i circuiti cerebrali dell’appagamento e della gratificazione. Ognuno sceglie poi la sostanza che gli garantisce una determinata sensazione: la cocaina esalta, l’eroina seda…

In un percorso di recupero il pericolo di ricaduta è maggiore nel caso del gioco d’azzardo?
Il pericolo di ricaduta è uguale per tutti. Stiamo parlando di una patologia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce cronica, progressiva e mortale. Già nel cronico è implicito il rischio di ricaduta, se non si utilizzano gli strumenti di cui abbiamo parlato. E il rischio è sempre elevato se il paziente torna a casa con la consapevolezza che il contesto che ha lasciato è rimasto lo stesso. Deve comprendere invece che dovrà essere lui stesso, o lei stessa, a costruire delle modalità di funzionamento diverse e quindi gestire in maniera diversa quel contesto. Anche per questo è fondamentale poter contare su una rete di sostegno, e attuare tutto quello che si è appreso durante il periodo in struttura. Più si rimane in questa rete – che può essere rappresentata anche da professionisti privati, a da gruppi di mutuo aiuto – più si interiorizzano il percorso di recupero e le skills per gestire le situazioni che spingevano a giocare.

I ludopati arrivano quando purtroppo è molto tardi, cioè quando hanno già perso somme ingenti e compromesso i rapporti familiari?
Non necessariamente, molti hanno ancora la famiglia accanto e – per quanto i familiari possano provare del risentimento – i rapporti sono rimasti solidi. Per altri la situazione è più compromessa, occorre ripartire da zero e ricostruire la fiducia in queste relazioni.

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Alcolismo giovani

Ago07
da admin il 7 Agosto 2025 alle 9:49
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La Gen Z dice no ad alcol e iperconnesione: si diffonde una nuova consapevolezza dei giovani

Come già avvenuto per l’alcol, anche lo smartphone sta perdendo appeal tra gli adolescenti europei. Secondo una recente indagine del Guardian su oltre 20.000 ragazzi in 18 Paesi, quattro adolescenti su dieci tra i 12 e i 15 anni hanno scelto di ridurre volontariamente l’uso del telefono, con un balzo dal 22% al 40% in soli due anni. Una tendenza che mostra una nuova maturità nell’approccio al benessere psicologico.

Meno alcol, più benessere: mocktail e socialità sana

L’analogia con il consumo di alcol è evidente. La Gen Z, secondo una ricerca AstraRicerche per Heineken Italia, beve meno rispetto ai Millennial, scegliendo spesso cocktail analcolici (mocktail). Il motivo è chiaro: i giovani sono sempre più consapevoli dei danni del binge drinking e cercano forme di socialità che non dipendano da sostanze esterne.

Alla base di questa scelta, come per il detox digitale, c’è la volontà di costruire relazioni più autentiche e un’idea di socialità legata soprattutto allo svago (62,6%), alla condivisione di passioni (45,4%) e di esperienze (44,1%). Oltre un terzo dei giovani associa la socialità anche al proprio benessere psicologico (37,9%), spiegando così l’attenzione crescente verso ciò che consumano.

Smartphone: la generazione “offline” cambia le regole

In parallelo, crescono le prove dell’impatto negativo dell’iperconnessione. Uno studio di Sapien Labs su oltre 100.000 giovani tra i 18 e i 24 anni mostra che chi ha avuto uno smartphone prima dei 13 anni è più incline a disturbi dell’umore, problemi di autostima e perfino ideazioni suicidarie. Tra le ragazze, i disturbi psicologici aumentano del 9,5%.

L’Olanda è diventata laboratorio di un grande esperimento sociale: dal gennaio 2024, ha vietato smartphone e dispositivi digitali nelle scuole. I risultati? Dopo 18 mesi, il 75% delle scuole segnala una migliore concentrazione, il 59% relazioni sociali più sane, il 28% migliori risultati scolastici. Una rivoluzione che parte dalle aule, ma si estende ai cortili, riducendo cyberbullismo e isolamento.

I divieti si estendono in Europa

Sulla scia olandese, molti Paesi europei hanno introdotto restrizioni all’uso degli smartphone a scuola, tra cui Francia, Portogallo, Italia, Regno Unito, Scozia, Finlandia, Lussemburgo, Germania e Spagna. L’Irlanda raccomanda il divieto fino a 12 anni per i telefoni e fino a 15 anni per i social media. In Norvegia, il 60% delle visite specialistiche per problemi mentali tra ragazze è diminuito grazie alle restrizioni.

La sfida dell’educazione digitale

Ma non basta vietare: servono strategie educative. “I ragazzi vanno aiutati a riflettere su come usare lo smartphone anche fuori dalla scuola”, spiega la psicologa Antonella Elena Rossi. È necessario insegnare a riconoscere fake news, comprendere le dinamiche dei social e usare consapevolmente la tecnologia, proprio come si educa al consumo responsabile di alcol.

Una generazione che riscrive le regole

La “generazione offline” non rinnega la tecnologia, ma ne vuole fare un uso più maturo. Dopo l’entusiasmo iniziale per il digitale, emerge una nuova fase: quella della selezione, dei confini, della priorità ai rapporti reali. In un mondo dove l’intelligenza artificiale e la dipendenza da schermi minacciano la salute mentale, i giovani stanno tracciando una rotta nuova.

Che si tratti di social media o alcol, la Gen Z manda un segnale forte: meno e meglio, per una vita più sana, consapevole e centrata sul benessere.

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Alcolismo giovani

Lug17
da admin il 17 Luglio 2025 alle 9:11
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Alcol, un ragazzo su cinque è a rischio
I numeri da brivido nel Fermano contenuti nel rapporto ministeriale. Tra i ventenni la percentuale si dilata fino al 36%
Il consumo di alcol è considerato una vera e proprio piaga della società, e anche il Fermano non esula da questo fenomeno che, secondo i dati del ministero della Salute, è in continua crescita anche tra i giovani.

Nel 2024 i residenti nella provincia di Fermo di età superiore a undici anni – il 21,2% degli uomini e il 9,1% delle donne – hanno bevuto quantità di alcol tali da mettere in pericolo la propria salute.

I consumatori a rischio sono aumentati, in particolare gli uomini. La fascia della popolazione in cui è stata registrata la più elevata frequenza di consumatori a rischio risulta essere quella dei minori, 16enni e 17enni, di entrambi i sessi – il 38,6% dei maschi e il 36,8% delle femmine – seguita dagli anziani maschi ultra sessantacinquenni: il 32,4% dei 65-74enni e il 30,2% degli ultra settantacinquenni.

Purtroppo il bere con il preciso oobiettivo di ubriacarsi rientra nella cultura delle happy hour, contesto in cui il consumo fuori pasto è già di per sé più dannoso per la salute, in particolare per donne, minori, giovani.

La Relazione al Parlamento riporta che, nel 2024, si sono stati registrati centodue accessi al pronto soccorso. Come già per gli anni precedenti, il 10,4% di tutti i ricorsi al Pronto soccorso riguarda minorenni. Per quanto riguarda i consumatori dannosi di bevande alcoliche nel Fermano, cioè coloro che hanno consumato alcolici secondo modalità che determinano un danno all’organismo, i maschi sono quasi il doppio delle femmine. Si tratta di dati i quali, secondo gli esperti, richiederebbero la necessità urgente di intercettazione precoce e cura; tuttavia programmi del genere risultano al giorno d’oggi a dir poco carenti.

Sebbene il consumo di quantità dannose di alcolici identifichi clinicamente un cosiddetto disturbo da uso di alcol, che richeiderebbe una necessità di trattamento assimilabile all’alcoldipendenza, nel 2024 risulta che addirittura il 91,8% dei consumatori dannosi – cioè la quasi totalità – non è stato intercettato, e non ha avuto accesso ad alcuna forma, se pur urgente, di intervento.

Percentuali altissime, che evidenziano l’entità del paradosso che circonda il consumo di alcol e la cultura dell’happy hour, estremamente diffusi e alla luce del sole, eppure gravati da effetti collaterali che invece si consumano prevalentemente lontano dai riflettori.

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Alcolismo giovani

Giu10
da admin il 10 Giugno 2025 alle 17:31
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Abuso di alcol in adolescenza: difficoltà di apprendimento, calo dell’attenzione e danni alla memoria. A rischio 1,31 milioni tra gli 11 e i 24 anni

Secondo la Relazione al Parlamento sul consumo di alcol in Italia, pubblicata nel 2024, nel 2022 circa 8 milioni di italiani di età superiore a 11 anni hanno consumato alcol in quantità tali da esporre la propria salute a rischio. Nel 2022, circa 1,31 milioni di giovani tra gli 11 e i 24 anni sono stati identificati come consumatori a rischio, di cui 650.000 minorenni. Il binge drinking ha interessato nel 2022 il 3,3% dei maschi e l’1,9% delle femmine tra gli 11 e i 17 anni. Tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni, nel 2022, circa 660.000 sono stati identificati come consumatori a rischio.
Implicazioni per lo sviluppo cerebrale
Il cervello umano completa il suo sviluppo intorno ai 25 anni. L’assunzione di alcol durante l’adolescenza può interferire con questo processo, causando alterazioni nella struttura e nella funzione cerebrale.

Durante l’adolescenza, il cervello è coinvolto in processi di sviluppo che interessano, in particolare, l’area dell’ippocampo. In questa fase, si generano nuovi neuroni responsabili della memoria e dell’apprendimento. L’introduzione di alcol in questo periodo può interferire in modo significativo con tali processi.

Secondo uno studio pubblicato su Alcohol: Clinical and Experimental Research, il consumo precoce di alcol può attivare l’apoptosi neuronale, un meccanismo che determina la scomparsa di neuroni nelle aree cerebrali deputate alla gestione della memoria e delle capacità cognitive. Questo fenomeno può dare origine a diversi problemi, tra cui:

difficoltà di apprendimento;
calo dell’attenzione;
compromissione delle capacità decisionali;
danni alla memoria sia a breve che a lungo termine.
I neuroni danneggiati non possono essere rigenerati in modo completo, e questo processo non si interrompe automaticamente con la cessazione del consumo alcolico, ma può prolungarsi nel tempo.

Ripercussioni nell’età adulta
L’abuso di alcol durante la fase adolescenziale è associato a effetti duraturi nel corso della vita adulta. Le ricerche indicano una relazione tra il consumo frequente di alcol e l’insorgenza anticipata di patologie neurodegenerative. Tra queste, vi sono forme precoci di demenza e casi di Alzheimer diagnosticati prima dei 65 anni, per i quali l’esposizione giovanile all’alcol rappresenta un fattore di rischio.

Studi indicano che l’abuso di alcol in età adolescenziale può rallentare la sintesi della materia bianca, fondamentale per la comunicazione tra neuroni, e danneggiare l’ippocampo, area cruciale per la memoria

Ruolo della famiglia e della società
La famiglia svolge un ruolo cruciale nella prevenzione del consumo precoce di alcol. Un ambiente familiare in cui l’alcol è presente in modo discreto e il suo consumo è moderato può influenzare positivamente le scelte dei giovani . Inoltre, programmi educativi e campagne di sensibilizzazione possono contribuire a ridurre l’accesso e l’attrattiva delle bevande alcoliche tra i minori

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