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“Droga e alcol in aumento, soprattutto tra i ragazzi. E il dramma resterà per anni dopo la pandemia”

Gen18
da admin il 18 Gennaio 2021 alle 16:51
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Cocaina a fiumi, alcolismo, droghe sintetiche ordinate via web dai ragazzi e consegnate a domicilio, violente crisi di astinenza in casa. Covid e lockdown hanno provocato anche questo, con danni destinati a durare a lungo. Ne parliamo con lo psicoanalista Maurizio Montanari e con il medico Michele Garagnani, che ci raccontano dati e esperienze ricavati lavorando direttamente sul territorio

“Il consumo di droga è aumentato con la pandemia e fa nuove vittime tra i giovani e le persone più fragili. È un dramma che durerà per molto tempo”.

Parliamo di una delle conseguenze più preoccupanti della crisi sociale scatenata da coronavirus e lockdown. Lo facciamo con lo psicoanalista Maurizio Montanari, che abbiamo già sentito sugli effetti sulla mente della pandemia negli articoli che trovate in fondo, e con il medico Michele Garagnani, sulla base della loro esperienza sul territorio. Entrambi si occupano di disagio psicologico, fisico e mentale con il centro clinico Libera Parola nel comprensorio di Modena e Bologna.

“Nell’isolamento i tossicomani gravi hanno aumentato il consumo nonostante le difficoltà nel reperire gli stupefacenti, quelli occasionali l’hanno diminuito per evitare i problemi aggiuntivi con la legge per le regole del lockdown”, ci dice Montanari. “Nel frattempo, proprio la difficoltà nel trovare la droga ha provocato in alcuni pesanti crisi di astinenza e sfoghi violenti in casa. Troppe donne sono state il primo bersaglio impotente di queste botte”.

“Ci sono poi le nuove vittime della tossicodipendenza che incontriamo sul territorio”, interviene Garagnani. “La sofferenza per la privazione dei contatti sociali ha portato chi è psicologicamente più fragile a cercare ‘soddisfazioni’ negli stupefacenti. È successo anche con gli abusi di cibo, alcol o psicofarmaci. È cresciuto in particolare il consumo di cocaina: scorre a fiumi tra trentenni, quarantenni e cinquantenni e tra troppi ragazzi”.

“I giovani sono stati così colpiti anche perché è mancato il controllo della scuola, garantito con occhio attento e rischio di sanzioni sui comportamenti”, spiega Montanari. “Lo spaccio nel frattempo è cambiato: i ‘piccoli’ hanno rallentato, quello più strutturato si è riorganizzato con una rete capillare di telefonate, bigliettini, corrieri, WhatsApp, social network e dark web che arriva alla consegna a domicilio. Tra gli adolescenti si sono diffuse soprattutto le droghe sintetiche come gli acidi, che si possono ordinare facilmente grazie a social e internet. Per loro, come per tutti, la seconda ondata è stata peggiore come impatto sulla psiche. Prima c’era l’emergenza ma anche la speranza che finisse tutto con l’estate. Ora sono arrivate disperazione e rassegnazione, che possono spingere alla fuga nella droga: se non c’è scampo, perché mi devo preservare?”.

“In troppi rischiano di uccidersi per paura di morire”, ribadisce Garagnani. “L’allarme riguarda anche l’abuso di alcol. Senza più il limite di dover andare a scuola o al lavoro, di dover guidare o comunque uscire, sono stati sdoganati gli abusi in casa da soli”.

“Come danni e diffusione, parlare di cocaina e alcol è come parlare della pioggia e della grandine”, conclude Montanari. “L’alcolismo è una piaga che distrugge mente e fisico e colpisce molte più persone. E l’aumento di tossicodipendenti e alcolisti è un dramma che non si risolverà con la fine della pandemia. Tantissimi rimarranno in questo tunnel per anni: se continuiamo a trascurare il problema, pagheremo prezzi sociali e individuali molto molto alti”.

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Più alcol dipendenza in pandemia?

Gen12
da admin il 12 Gennaio 2021 alle 17:49
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l clima denso di timori e incertezze nel quale viviamo da ormai 10 mesi, unito ad una genuina preoccupazione per la salute e per l’organizzazione della sanità, offre l’occasione di riflettere in forme nuove sulle priorità che un’efficace azione di salute pubblica deve saper indicare. Ed è indubbio che, nel pieno di una pandemia, lo sforzo e le risorse dell’organizzazione sanitaria debbano essere indirizzate prioritariamente verso una risposta il più possibile rapida al problema della diffusione del contagio attraverso misure di contenimento, nonché verso la cura di pazienti più a rischio e la disponibilità – il prima possibile – di un vaccino sicuro.
 
Ne deriva però di conseguenza il fatto che l’impegno professionale ed economico-organizzativo scatenato dalla pandemia rischia di mettere sullo sfondo le problematiche e la gestione delle patologie ordinarie, con non pochi effetti deleteri sul piano diagnostico e terapeutico, di cui presto si dovrà fare un’adeguata e trasparente contabilità. Occorre in altre parole non dimenticarsi di quanto continua ad accadere su quello sfondo.

Tra le varie questioni di questo tipo, una che il momento attuale invita a considerare in modo particolare è quella del disagio psicologico e della sofferenza psichiatrica che derivano non solo dallo stress legato al pericolo della infezione da Covid 19, ma anche da quello provocato dall’isolamento, dalle mancate relazioni, dalle nuove condizioni di lavoro e dall’eccesso di prossimità con i propri famigliari durante la chiusura. Un’analisi in tal senso è stata condotta su un campione nazionale tra i 18 e i 75 anni da un gruppo di psichiatri dell’Università Cattolica di Roma, da cui si evince che il 62% degli italiani ha affrontato il confinamento senza alcun reale disagio psichico, ma il 38% ha invece registrato segnali di disagio, per metà moderato e per metà severo.
 
Molti osservatori sottolineano a questo proposito che si tratterà di un impatto a lungo termine di questo disagio, impatto che si misurerà anche in termini di danno legato al fenomeno delle dipendenze patologiche, nel campo dell’alcol e delle sostanze. Tra questi la denuncia lanciata dall’articolo di M. Calandri sul sito di Repubblica del 18 dicembre scorso, che avanza l’ipotesi, sicuramente plausibile ma tutta da verificare e decisamente allarmistica, secondo la quale ansia e stress da confinamento metterebbero a dura prova individui anche giovani, alcuni dei quali cercano poi forme di automedicazione surrettizia ed autogestita, ad esempio attraverso il consumo esagerato di alcol.
 
In merito a ciò va detto che in realtà analisi accreditate, ed in particolare le indagini nazionali ed internazionali che cominciano ad essere pubblicate in questo periodo, evidenziano che i giovani, soprattutto nella fascia di età più bassa, hanno diminuito negli ultimi mesi le occasioni di consumo e di abuso di alcol precedentemente legate alle uscite fuori casa e sospese durante il confinamento.
 
E se è pur vero che i dati di vendita hanno mostrato sin dall’inizio della pandemia un aumento degli acquisti di bevande alcoliche rispetto al periodo precedente, non è ovvio dedurre da questo dato una indicazione di aumento dei consumi (e a cascata della dipendenza, tanto meno precoce), vista la riduzione dei consumi fuori casa.
 
Un articolo da poco pubblicato su Alcohol and Alcoholism a firma P. Anderson (stimato osservatore dei fenomeni di alcol-dipendenza) mostra, attraverso un’analisi attenta dei dati britannici, che i consumi delle famiglie britanniche misurati sugli acquisti in eccesso durante il lockdown (+41%) non compensano i mancati acquisti delle stesse nel canale fuori casa, con un saldo finale sui consumi pari a un trascurabile 0,7%. Ben lontano dunque dalle ipotesi avanzate rispetto al consumo eccedentario di alcol da parte dei giovani in periodo di pandemia e di confinamento a casa.
 
Anche rispetto all’aumento degli acquisti on line, per i quali si parla di una crescita a 3 cifre, va considerato che essa compensa la chiusura del canale fuori casa, non è generalizzata né tipica dei giovani, e non rimbalza con la stessa grandezza sui consumi reali.
 
Soprattutto dobbiamo ricordare che il fenomeno delle dipendenze, da alcol ma anche da altre sostanze, deriva nella maggior parte dei casi da un disagio psichico ed esistenziale preesistente e dai problemi legati all’incertezza e all’ansia rispetto al futuro, che non nascono certo con la pandemia, come ampiamente analizzato negli studi ormai ventennali dell’Osservatorio Giovani e Alcol (OPGA).
 
Le statistiche segnalano da tempo, oltre all’aumento delle patologie croniche, spesso in forma plurima, anche l’aumento del disagio psicologico e mentale, che si manifesta in particolare tra i giovani sotto i 34 anni, tra gli stranieri, tra le donne, tra i disoccupati e tra i cittadini del Nord del paese. Ed il disturbo più diffuso risulta essere la depressione, che coinvolge secondo dati Istat quasi 3 milioni di persone.
 
Occorre quindi guardare al complesso dei fenomeni legati al disagio giovanile, e soprattutto alle iniziative di prevenzione e di arginamento degli effetti più problematici del disagio, a cominciare dall’impegno sociale ed economico per il sostegno di ambiti di vita e di formazione nei quali sviluppare relazioni sociali significative, dialogo, condivisione, mutuo aiuto, solidarietà di territorio.
 
È in parte anche il tema del “welfare locale”, venuto a galla con tanta drammaticità in questo periodo, che dovrebbe andare di pari passo con l’integrazione dei servizi e la continuità assistenziale.
 
Carla Collicelli
CNR- CID Ethics
Segretariato ASviS
Vice Presidente Osservatorio Giovani e Alcol

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Bestemmiatore incontra Padre Pio e accade un fatto incredibile

Gen12
da admin il 12 Gennaio 2021 alle 17:37
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“Bestemmiavo ogni giorno, poi ho incontrato Padre Pio”. Con queste parole, un uomo inizia a raccontare la sua testimonianza.

Da Rosalia Gigliano -04/01/2021
Una storia di conversione avvenuta grazie a un incontro con Padre Pio. Da calunniatore e bestemmiatore, a convertito grazie al Santo frate.
Padre Pio mi ha convertito dalla bestemmiaUna testimonianza di conversione vera. Così un’anima lontana da Dio, che lo calunniava e lo bestemmiava, è arrivata alla conversione. Questa è la storia di un uomo, raccontata nel libro di Don Probo Vaccarini, “Anch’io pendolare dal Padre”.La bestemmia era il suo peccato più grave, le sue imprecazioni non risparmiavano né Dio né la Vergine Maria. In questo caso l’ammonimento di Padre Pio era stato più che mai opportuno: “Ero un grande bestemmiatore e, venuto da Padre Pio per confessarmi, quello fu il primo peccato del quale mi accusai. Il padre s’infuriò molto e me ne disse di tutti i colori, dandomi addirittura del ciuco” – racconta l’uomo.“Se bestemmiavo ancora, mi avrebbe dato un calcio nel sedere”Padre Pio era davvero arrabbiato con quel bestemmiatore ma, notando che l’uomo era sinceramente pentito, gli disse con dolcezza: “Mi ripetè che ero un ciuco e che se bestemmiavo un’altra volta mi avrebbe dato un calcio nel sedere. Infine ebbe il coraggio di darmi l’assoluzione, fissandomi poi come per dire: Fila dritto!”.Ma, si sa, è più facile ricadere nel peccato che mantenere la parola data. E di fatti, così è stato. “Un giorno di mercato mi trovavo in piazza e stringevo un contratto, preso dall’affare, mi scappò una bestemmia alla Madonna. Immediatamente mi sentii un calcio nel sedere tanto potente da sollevarmi da terra.Feci un urlo e mi girai sull’istante per aggredire il provocatore; ma, non vedendo nessuno, mi rigirai e notai che tutti mi guardavano sorpresi, come se fossi impazzito” – ha raccontato l’uomo.Padre Pio l’aveva detto: “Peccai di nuovo e fui punito”L’ammonimento di Padre Pio non era stato ascoltato dall’uomo. Aveva continuato a perseverare nel suo peccato: “Mi venne in mente l’ammonimento del Padre e senza alcun pudore, mi misi a piangere come un bambino per il pentimento e la commozione” – ha concluso.Una vicenda che fa riflettere ma che ci fa, anche, comprendere come il Santo frate leggeva e guardava nella mente e del cuore di coloro che andavano da lui a confessarsi. Sapeva sempre cosa consigliare e cosa dire, anche quando si trattava di ammonirli.Perché voleva la conversione di tutti, voleva che tutti tornassero a Dio, in particolare coloro che lo bestemmiavano. E così è stato.

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L’ABUSO DI ALCOL TRA I GIOVANI DURANTE IL LOCKDOWN È SPECCHIO DI UNA SOCIETÀ CHE LI HA ABBANDONATI

Gen05
da admin il 5 Gennaio 2021 alle 15:23
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Uno degli effetti più gravi e prolungati dei lockdown dell’ultimo anno è l’aumento del consumo di alcolici tra le fasce della popolazione più a rischio, in particolare tra i soggetti con un passato di dipendenze e i minorenni. Il trend è lo specchio del forte disagio psicologico e sociale acuito e cronicizzato dal Covid-19. Concludendo l’ultimo rapporto annuale su Epidemiologia e monitoraggio alcol-correlato in Italia e nelle Regioni, di giugno 2020, l’Istituto superiore di sanità ha messo in guardia su come, già dal primo lockdown del marzo scorso, i canali di vendita online e di home delivery di bevande alcoliche registrassero “incrementi percentuali a tre cifre in tutto il mondo (+180-250%)”, assicurando così “grandi quantità consegnate direttamente nelle case degli italiani” e “incrementando verosimilmente l’esposizione a consumi dannosi e rischiosi di alcol”. “Abitudini”, secondo gli esperti, “che hanno potuto avere tempo e ragioni per consolidarsi in oltre 60 giorni di isolamento”. Da allora in Italia crescono anche le chiamate al numero verde dell’Iss per le dipendenze da alcol, droghe e gioco d’azzardo: gli operatori sanitari dei territori segnalano un disagio in aumento e maggiori richieste di aiuto e di sostegno durante la pandemia.

Da febbraio viviamo in uno stato di ansia e di insicurezza costanti. I nostri contatti sociali sono stati quasi azzerati e l’alcol si è rivelato come uno degli psicofarmaci più accessibili. Così, anche in modo inconsapevole, si è iniziato a bere la sera come surrogato di convivialità, ma l’aperitivo fai da te è diventato presto un appuntamento irrinunciabile per trovare la spinta per lavorare in  smart-working il giorno dopo, o per le lezioni di scuola a distanza. I dipartimenti Asl e gli osservatori delle regioni raccolgono sempre più spesso confessioni di abitudini che sono diventate dipendenze: a ottobre la Società italiana di Alcologia (Sia) ha lanciato l’allarme sul 20% circa degli alcolisti vittime di una “una ricaduta” tra febbraio e giugno, e sull’“aumento del 15% di nuovi dipendenti da alcol”. Fabrizio Fanella, membro dell’Osservatorio regionale del Lazio sul gioco d’azzardo patologico, denuncia come la solitudine di questi mesi provochi “peggioramenti nelle condizioni di persone dipendenti dal gioco o dalla droga. E un incremento esponenziale del consumo di alcol”. Si percepisce “un’accentuazione di disagio, ansia, aggressività, nonché il moltiplicarsi e l’aggravarsi di tensioni familiari latenti. Situazioni magari anche preesistenti al Covid-19”, ma “scoppiate con le restrizioni”.

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La piaga dell’alcol dilaga in Camerun. L’assist del calcio

Dic29
da admin il 29 Dicembre 2020 alle 16:11
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Bustine di liquori scadenti a pochi cent hanno invaso il mercato ed è esploso l’alcolismo fra i giovani. Gli ex giocatori della Nazionale scendono in campo.

Il sole tramonta sul villaggio di Mintom, nel sud del Camerun, una delle regioni dell’Africa centrale famosa per la più alta concentrazione di popolazione pigmea. Il cielo diventa arancione e rosso e decine di ragazzi e ragazze si riuniscono per giocare più partite contemporaneamente, condividendo un piccolo campo di calcio vicino alla scuola elementare del villaggio.

Si è appena conclusa la prima giornata del Baka Alcohol-Free Championship, un torneo di calcio che fa da sfondo a un progetto che mira a sensibilizzare i giovani sul consumo di alcolici e a offrire loro una sana alternativa per il tempo libero.

L’alcol è diventato un problema serio per i giovani del Camerun, aggravatosi quando alcuni anni fa sono comparsi sul mercato piccoli sacchetti di plastica contenenti 5 millilitri di whisky, gin o vodka. Il loro basso prezzo, equivalente a 15 centesimi di euro a confezione, li rende accessibili a tutti. Nel 2014 il governo camerunese ha promosso una legge che vieta l’importazione, la produzione e la vendita di questo tipo di alcol a causa dei gravi danni alla salute pubblica, in parte dovuti all’uso del metanolo come materia prima, al posto dell’etanolo. Questa sostanza chimica è pericolosa per il corpo e può portare alla morte per insufficienza respiratoria. Il Governo, all’epoca, offrì ai produttori una moratoria di 24 mesi, che terminò nel settembre 2016, per esaurire le scorte. Ma la realtà è che, per strada, la vendita non si è fermata. Il governo sa chi produce e dove viene venduto l’alcol, ma non fa nulla per fermarlo. In pratica, dopo la legge sul divieto, niente è cambiato, anzi, la situazione è di gran lunga peggiorata.

Le bustine di alcolici di bassa qualità diventano un prodotto molto consumato tra i giovani, che trovano un modo accessibile per fuggire dalla realtà e dimenticare i loro problemi. Rielaborando i dati ufficiali provenienti dal Ministero della salute camerunense, negli ultimi 7 anni l’abuso di alcol nella popolazione è cresciuto a ritmi spaventosi portando a ricadute drammatiche: la cirrosi epatica è divenuta in poco tempo la prima causa di morte negli ospedali di Yaoundé, Douala e Bafoussam. Tra il 2017 e il 2020 più di 74mila pazienti sono stati curati negli health centers a causa di problemi dovuti all’abuso di alcolici. Inoltre, il numero di coma etilici è cresciuto esponenzialmente, così come quello delle violenze domestiche. Le conseguenze della diffusione dell’alcol non risparmiano neppure i più giovani: già durante la gravidanza, la dipendenza delle madri può arrecare danni al feto. Vi è inoltre l’abitudine di sostituire i pasti giornalieri dei figli con alcol imbevuto. L’assuefazione inizia presto, dunque, come testimoniano molti casi di alcolismo pediatrico e coma etilico tra i giovanissimi.

Tuttavia, «il calcio è diventato un catalizzatore, un modo per raggiungere i giovani e renderli consapevoli di quanto l’alcol sia dannoso nella loro vita», dice Michel Kaham, ex calciatore della nazionale del Camerun, che ha promosso, assieme ad altri eroi della squadra che disputò i mondiali del 1982 in Spagna, il Baka Alcohol Free Championship. «È grazie al calcio che siamo in grado di raggiungere un settore della popolazione molto a rischio, normalmente molto difficile da intercettare». Nell’aprile del 2018, Elie Onana, uno dei pilastri della squadra che a Vigo fece tremare l’Italia di Bearzot, bloccandola sul pareggio, è morto devastato proprio dall’alcol nella miseria più assoluta. «L’abbiamo scoperto con ritardo colpevole – racconta Kaham – ma è stata la scintilla per cercare di trovare una soluzione al problema, o almeno tentare di fare qualcosa di concreto. Assieme a Nkono, Milla, Kunde e Tokoto abbiamo deciso di porre un freno al consumo smodato tra i giovani promuovendo il pallone, lo sport universalmente praticato. Lo facciamo per sostenere le generazioni future e in memoria di un compagno di squadra sbriciolato e ucciso dai demoni dell’alcol».

Per una settimana, 120 ragazzi e ragazze provenienti da diversi villaggi della zona, divisi in otto squadre, partecipano al torneo, che quest’anno festeggia la sua sesta edizione. L’obiettivo è quello di lavorare in profondità con i giovani sulle cause e le conseguenze del consumo di alcolici in un quadro di sport, convivenza con altri gruppi etnici e partecipazione. La mattina i calciatori partecipano a conferenze e workshop su vari temi legati alla promozione della salute e all’alcolismo, mentre nel pomeriggio si giocano partite di calcio sia nella categoria maschile sia in quella femminile. Per anni, questo torneo è diventato un punto di riferimento in Camerun, e centinaia di persone vi partecipano, cantando e ballando per sostenere le loro squadre. «Le cose stanno lentamente cambiando – aggiunge il leggendario portiere Thomas Nkono, che oggi vive a Girona, in Spagna, ma che non fa mancare il proprio contributo economico alla causa -. Nella prima edizione si potevano vedere gli spettatori stessi che consumavano alcolici mentre guardavano le partite. Oggi tutti sono sobri e si divertono a giocare a calcio». Il campionato è sostenuto nelle ultime due edizioni anche dalla «Fecafoot», la federcalcio locale, che ha permesso all’organizzazione di fare un decisivo salto di qualità e ha attirato l’attenzione delle autorità e dei media del Paese. 

«Lasciare l’alcol è stata una delle decisioni più importanti della mia vita – ammette Fabrice Bodiong, atleta che ha partecipato a tutte le edizioni fin qui disputate -. Posso sostenere meglio la mia famiglia, e a casa non creo più problemi come una volta». Da diversi anni Fabrice lavora affinché nella sua città natale, Akom, i giovani possano rinunciare all’alcol e cercare di costruire un futuro più promettente: «Se continuiamo con il lavoro – dice con il sorriso sulle labbra – la situazione cambierà».

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