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Bestemmia calcio

Mar26
da admin il 26 Marzo 2024 alle 10:26
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Real Carugate, la regola del mister: “Chi bestemmia paga la mini-multa”

Milano, il tecnico Andrea Latorre: “Da gennaio due euro per chi non rispetta la norma, i soldi vanno in beneficenza”

“Se c’è una cosa che non sopporto, nella vita di tutti i giorni ma anche su un campo di pallone, è la volgarità. Che spesso sconfina nell’ignoranza vera e propria. Perciò da allenatore di una squadra dilettantistica ho detto ai miei calciatori: ora basta, chi bestemmia paga. Non solo in partita ma anche in allenamento”. Le regole di buona educazione imposte dal “mister“ fanno già notizia di questi tempi in cui sul terreno di gioco (a qualsiasi livello) si vede e si sente di tutto. Andrea Latorre 49 anni, ha un’esperienza ventennale in panchina: dalla Prima categoria in giù, campionati giovanili compresi, di campo ne ha fatto tanto. Adesso guida il Real Carugate, formazione di Terza Categoria (girone A Monza e Brianza): i risultati sono più che buoni (“Siamo terzi in classifica a -4 dalla prima, l’obiettivo è arrivare in alto”), ma il suo piccolo scudetto il tecnico l’ha già vinto, quella civiltà. “A gennaio ho aggiunto un’altra regola nello spogliatoio, oltre a quelle riguardanti ritardi, ammonizioni stupide e comportamenti inadeguati: multa simbolica di 2 euro per chi bestemmia. Nessuno si è opposto. La squadra ha un’età media di 24-25 anni, i più piccoli sono del 2004. Prima la sanzione era diversa, un giro di campo. Evidentemente non bastava, anche se soprattutto ai più giovani 3-5 giri di campo danno fastidio”.

Buona educazione che in questo caso fa rima con nobile causa. Perché il salvadanaio del Real Carugate andrà poi in beneficenza: “Proprio così. Tutte le multe sono destinate all’organizzazione di volontariato Ewe Mama, che ha sede a Varese. E’ un’associazione che lavora al fianco dei francescani per missioni in Uganda, grazie a Giorgio e Marta Scarpioni, i soci fondatori”. Il dubbio però viene spontaneo. Magari i calciatori hanno un animo buono, e quindi le sanzioni paradossalmente sono aumentate: “Devo dire che per fortuna, invece, i giocatori sono più attenti, e prima di tirare in ballo santi e madonne ci pensano. Ma la raccolta fondi prosegue, a fine stagione raddoppierò io la somma. Tutto ciò arricchisce di valori la nostra squadra. Anche perché questa non è l’unica iniziativa: ogni mese viene premiato il giocatore che si è maggiormente distinto, non solo sul campo. Di solito con quei 50 euro paga da bere a tutti”

Resta però il fastidio e il dispiacere per quelle bestemmie che troppo di frequente si sentono in campo: “Non le tollero perché capisci quanto sia ignorante e maleducata la gente. E poi dai 12 anni in su è pazzesco, un malcostume che riguarda anche le ragazzine, per quel che vedo nella vita di tutti i giorni. Purtroppo i più piccoli per assurdo imitano i più grandi e così si sentono piu uomini. Anche bestemmiando. Io ho capito che da noi qualcuno per abitudine la bestemmia ce l’ha in bocca e ci casca, perciò noi allenatori dobbiamio farci sentire. Spero di non essere l’unico a mettere certe regole, però vi assicuro che funzionano”.

Anche perché la squadra va allenata pure da questo punto di vista: “Verissimo, un arbitro fiscale ti dà il rosso, e nel mio campionato succede. Però in generale i nostri “fischietti“ sono troppo tolleranti. In una partita solo il 20% delle bestemmie viene punito. Le scuse di chi dovrebbe decidere sono sempre le stesse: “Non ho visto, non ho sentito, non ho capito, chi l’ha detta…“. Ma il regolamento parla chiaro”. E più assurde sono le giustificazioni dei calciatori: “Sostengono che è un intercalare come un altro, c’è chi dice che non è credente altri affermano di non averci pensato. Per me è soprattutto mancanza di buona educazione e di cultura sportiva in un mondo molto materiale e poco spirituale”.

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Bestemmia calcio

Mar26
da admin il 26 Marzo 2024 alle 10:20
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Bestemmie in campo, cartellino rosso e squalifica: ma solo per pochi. Ecco allenatori e giocatori che hanno rischiato di più

Da anni la Figc promette punizioni molto severe (anche attraverso la prova tv), la realtà però è ben diversa. Da Marcello Lippi a Silvio Baldini, da Gigi Buffon a Ivan Provedel, ecco gli “scivoloni” più noti

Se solo avessi ascoltato tutte le vostre bestemmie, avreste finito la partita in sei…”. Campionato Allievi Elite 2007, l’arbitro si gira verso un calciatore di una squadra bergamasca e lo guarda in maniera severa. Non vuole infierire contro una formazione che già sta perdendo nettamente, si è tappato le orecchie durante il match, ma l’avviso ai naviganti è chiarissimo. Perché le bestemmie in campo proprio non si possono sopportare. Tanto più che a giocare sono ragazzi poco più che adolescenti. I quali, purtroppo, hanno cattivissimi esempi da imitare, perché il problema è sempre quello: imprecazioni (blasfeme) e pallone vanno troppo spesso a braccetto, soprattutto nel calcio dei grandi.

Eppure il 30 ottobre 2001 l’allora Commissario speciale della FIGC Gianni Petrucci convocò gli arbitri per mettere al bando la blasfemia: “Basta con il gioco duro ed anche con le bestemmie”. Gli insulti al divino, fino a quel momento tollerati, dovevano essere puniti con il cartellino rosso e la squalifica. Purtroppo neppure quel deterrente è bastato, in campo ancora oggi si sente di tutto, come accaduto nel campionato Giovanissimi U14 della delegazione di Monza e Brianza. Dopo l’espulsione decisa dal direttore di gara, un calciatore del Roncello FC aveva cominciato a minacciare l’arbitro, utilizzando espressioni blasfeme, e spintonando lo stesso senza provocargli danni fisici. Per questo motivo il giudice sportivo ha deciso di comminare la squalifica di 5 mesi al giocatore (fino al 30 Giugno 2024).

Peggio è quando in copertina per questi atteggiamenti finiscono volti noti: dal ‘sono toscano’ di Marcello Lippi alle 67 volte di un altro allenatore, Silvio Baldini. Parole di troppo di cui tutti faremmo volentieri a meno. L’ex ct campione del mondo del 2006 nell’autunno del 1998 dopo un fuorigioco fischiato alla sua squadra nel finale di Udinese-Juventus, corse fuori dall’area tecnica e imprecò contro l’arbitro. Venne squalificato e pur ammettendo l’errore provò a spiegare: “È vero, ho bestemmiato e non avrei dovuto. Mi dispiace. Ma sono toscano, certe cose mi escono senza intenzione, bestemmio tremila volte al giorno. Sul referto è stata scritta la verità, però la sanzione decisa dal giudice mi sembra eccessiva. Sui campi se ne sentono di tutti i colori ed essere squalificato per una gara importante (contro la Roma, ndr) mi dà fastidio”.

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Alcolismo giovani

Feb16
da admin il 16 Febbraio 2024 alle 15:12
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Tumori, più casi al colon tra i giovani anche a causa di obesità e alcol 

In Europa diminuiscono i tassi di mortalità oncologica: dal 1988 a oggi sono state evitate oltre 6 milioni di morti. Ma, soprattutto nel Regno Unito, c’è una controtendenza: nei giovani adulti aumentano i decessi per il cancro del colon-retto a causa degli stili di vita. I risultati di uno studio internazionale coordinato da ricercatori italiani.

L’allarme è suonato ormai da qualche anno: aumentano i casi di tumore del colon retto fra persone più giovani di quanto finora registrato. Ora una ricerca condotta da un gruppo internazionale di ricercatori, guidati da Carlo La Vecchia, docente di Statistica Medica ed Epidemiologia presso l’Università Statale di Milano, e sostenuto dalla Fondazione Airc, aggiunge un tassello ancora più preoccupante: tra i giovani adulti di 25-49 anni l’aumento riguarda anche la mortalità, soprattutto nel Regno Unito. Lo studio, pubblicato su Annals of Oncology, riporta infatti le previsioni dei tassi di mortalità per tutti i tumori nell’Unione Europea e nel Regno Unito per il 2024. La crescita conferma una tendenza già rilevata e che potrebbe dipendere – sostengono gli studiosi – da fattori di rischio quali sovrappeso, obesità e alcol. 

Numeri allarmanti 

Nel 2024, prevede lo studio, nel Regno Unito si registrerà un aumento del 26% rispetto al 2018 della mortalità per cancro al colon retto negli uomini e di quasi del 39% nelle donne. Si stimano aumenti anche in alcuni paesi della UE, compresa l’Italia.

Accanto a questi dati c’è anche una buona notizia: se si guarda a tutta la popolazione in generale (e non ai soli giovani) la mortalità prevista per questo tipo di tumore risulta, complessivamente, in calo in tutta Europa. “Queste tendenze complessivamente favorevoli possono essere spiegate dal miglioramento delle diagnosi e del trattamento del tumore al colon-retto. I tassi di mortalità tendono a diminuire nei Paesi con un migliore accesso ai programmi di screening e diagnosi precoce. Tuttavia l’aumento della mortalità tra i giovani è preoccupante”, ha commentato La Vecchia.

Le cause

“I fattori chiave che contribuiscono all’aumento dei tassi di mortalità per tumore al colon-retto tra i giovani includono il sovrappeso, l’obesità e le condizioni di salute correlate, come alti livelli di glucosio nel sangue o il diabete”, ha proseguito l’epidemiologo. L’aumento del consumo di superalcolici nell’Europa centrale e settentrionale e nel Regno Unito e la riduzione dell’attività fisica costituiscono ulteriori fattori di rischio. Il consumo di alcol, in particolare, è stato associato al tumore al colon-retto a insorgenza precoce e, infatti, nei Paesi in cui è stata riportata una riduzione del consumo di alcol (ad esempio Francia e Italia), non si è registrato un aumento marcato dei tassi di mortalità per questo tumore. Rispetto ai più anziani, il cancro al colon-retto diagnosticato nei giovani adulti, inoltre, tende a essere più aggressivo e con tassi di sopravvivenza più bassi.

Abbassare l’età dello screening

Secondo La Vecchia, alla luce di queste evidenze “sarebbe importante considerare l’adozione di politiche che promuovano l’aumento dell’attività fisica, la riduzione del numero di individui in sovrappeso o obesi e la limitazione del consumo di alcol. Inoltre, in termini di diagnosi precoce, si dovrebbe valutare anche l’estensione dello screening per il tumore al colon-retto, avviando la campagna a partire dai 45 anni”. I programmi di screening variano in Europa, ma il crescente aumento dell’incidenza tra i giovani adulti negli Stati Uniti ha già spinto la US Preventive Service Task Force a raccomandare la riduzione dell’età di inizio dello screening proprio a 45 anni.

L’andamento della mortalità per tutti i tumori

I ricercatori hanno stimato un calo generale della mortalità per tumore, più marcato nella popolazione maschile. Tuttavia, a causa dell’invecchiamento della popolazione, nell’UE si prevede un aumento del numero assoluto di decessi. I ricercatori hanno inoltre calcolato il numero di morti per tumore evitati nel periodo compreso tra il 1989 e il 2024, ipotizzando che i tassi rimanessero costanti rispetto ai livelli del 1988. Ebbene, grazie a diagnosi precoce e cure sono stati evitati 6.183.000 decessi nell’UE e 1.325.000 nel Regno Unito.

Tumore del polmone: nessuna riduzione di mortalità nelle donne

Sebbene si registri un andamento favorevole negli uomini, il tumore al polmone è caratterizzato dai tassi più elevati di mortalità per entrambi i sessi, sia nell’Unione Europea che nel Regno Unito. Per il 2024 i ricercatori stimano che tali tassi in UE si abbasseranno del 15% negli uomini, mentre non si prevede alcuna riduzione nelle donne. Nel Regno Unito, invece, si registra una riduzione in entrambi i sessi.

Tumore della mammella

Gli andamenti di mortalità per tumore alla mammella continuano a essere favorevoli nell’EU e nel Regno Unito. Nel 2024 si prevede una diminuzione del 6% nell’UE  e dell’11% nel Regno Unito, passando da 15 a 13 per 100.000 donne.”I progressi nella diagnosi del tumore alla mammella hanno un ruolo fondamentale nel sostanziale calo dei tassi di mortalità, ma i progressi nei trattamenti e nella gestione della malattia sono le ragioni principali dell’aumento del numero di persone che sopravvivono”, ha commentato Eva Negri, docente di Epidemiologia Ambientale e Medicina del Lavoro al Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna e co-leader della ricerca.

Tumore del pancreas

Il tumore al pancreas, molto difficile sia da individuare che da trattare con successo, è l’unico tumore per il quale non si prevede un andamento favorevole nella mortalità nell’Unione Europea per entrambi i sessi. Rappresenta un po’ più del 3% delle nuove diagnosi di tumore in Europa, ma è la quarta causa di morte per tumore (7% dei decessi per cancro). Si prevede che i tassi di mortalità nell’UE aumenteranno dell’1,6% negli uomini e del 4% nelle donne. Le tendenze sono migliori nel Regno Unito, dove si stima un calo del 7% negli uomini e del 2% nelle donne. “Il fumo è il principale fattore di rischio per il cancro al pancreas, ma spiega solo in parte l’aumento dei tassi di mortalità. Anche il sovrappeso, l’obesità, il diabete come anche l’eccessivo consumo di alcolici possono avere un ruolo importante”, ha aggiunto Eva Negri.

“Queste previsioni sottolineano l’importanza di controllare e, in ultima analisi, di eliminare il consumo di tabacco – commenta La Vecchia – . Il tabacco rimane responsabile del 25% di tutti i decessi per tumore tra gli uomini e del 15% tra le donne nell’Unione Europea. Non solo è il principale fattore di rischio per i decessi per tumore ai polmoni, ma anche per altri tipi di tumore, tra cui quello al pancreas. Un ulteriore problema è rappresentato dall’aumento del consumo di superalcolici nell’Europa centrale e settentrionale”.

Colmare il divario fra i Paesi dell’Unione

Le previsioni evidenziano anche l’importanza di colmare i divari tra i Paesi Europei per quanto riguarda i programmi di diagnosi e trattamento del tumore, scrivono infine i ricercatori: i tassi di mortalità continuano a essere più elevati in Polonia e in altri Paesi dell’Europa centrale e orientale, e ciò è dovuto in parte all’inadeguatezza dei programmi di screening per individuare tumori come quello alla mammella, al collo dell’utero e al colon-retto, nonché alla mancanza di accesso alle terapie più moderne.

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Alcolismo giovani

Feb13
da admin il 13 Febbraio 2024 alle 11:58
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Epatite alcolica: rischio cirrosi raddoppia nelle donne più giovani
Dopo essere sopravvissute al primo episodio di epatite alcolica, le adolescenti e le giovani adulte presentano un rischio maggiore del 50% di sviluppare cirrosi

Dopo essere sopravvissute alla prima presentazione di epatite alcolica, le adolescenti e le giovani adulte presentano tassi più elevati di mortalità correlata al fegato e un rischio maggiore del 50% di sviluppare cirrosi e scompenso epatico, secondo quanto presentato al congresso The Liver Meeting.

L’epatite alcolica è una malattia infiammatoria a carico del fegato, causata dall’abuso di alcool protratto nel tempo. Di solito è associata a un accumulo eccessivo di trigliceridi nel fegato (steatosi epatica) e può contribuire alla progressione della fibrosi, che porta alla cirrosi.

«I ricoveri ospedalieri per epatite alcolica stanno aumentando, soprattutto negli adolescenti e nei giovani adulti rispetto ad altri gruppi di età, e dati recenti hanno anche suggerito che i tassi di trapianto di fegato a seguito di epatite alcolica stanno aumentando più rapidamente nei soggetti in questa fascia di età» ha affermato in una relazione Jennifer Flemming, professore associato di medicina e scienze della salute pubblica presso la Queen’s University. «È stato anche dimostrato che esistono differenze legate al sesso e alla suscettibilità al danno epatico causato dall’alcol, così come differenze di genere nell’uso e nella dipendenza dall’alcol e nel trattamento dei disturbi legati al suo consumo».

«Anche se la mortalità complessiva dopo la prima presentazione di epatite alcolica è simile tra i sessi, le femmine hanno tassi più elevati di mortalità correlata al fegato rispetto ai maschi» ha aggiunto. «Inoltre il sesso femminile è associato a un rischio più elevato di cirrosi e scompenso tra quanti sopravvivono al primo verificarsi della malattia».

Analisi di un campione di giovani con epatite alcolica
I ricercatori hanno condotto uno studio di coorte retrospettivo basato sulla popolazione con l’obiettivo di stabilire l’epidemiologia e i dati demografici degli adolescenti e dei giovani adulti con epatite alcolica, oltre all’associazione tra sesso, mortalità a lungo termine e sviluppo di complicanze epato-correlate.

Hanno identificato 3.340 adolescenti e giovani adulti (età media 33 anni, 64% uomini) in Ontario, Canada, con una prima presentazione di epatite alcolica senza cirrosi diagnosticata al pronto soccorso (n = 917) o con ricovero ospedaliero (n = 2.423) dal 2002 al 2021. Di questi soggetti, 2.374 erano ancora in vita dopo la dimissione.

Entro 2 anni dalla presentazione della mlattia, il 71% dei pazienti aveva avuto incontri sanitari legati all’alcol, il 57% aveva una storia di malattia mentale e il 34% una storia di abuso di sostanze. L’analisi dei determinanti sociali della salute ha mostrato che il 18% viveva in una zona rurale (22% donne vs 15% uomini), il 32% apparteneva al quintile di reddito più basso (37% vs 30%), il 13% erano immigrati recenti o rifugiati (7% vs 16%), il 23% rientrava nel quintile con la più alta diversità etnica (17% vs 26%) e il 30% nel quintile con la più alta instabilità abitativa (31% vs 30%).

Dopo un follow-up mediano di 5 anni, 844 individui (25%) sono deceduti e meno dell’1% (n = 23) è stato sottoposto a trapianto di fegato, eseguito più frequentemente negli uomini. Nel periodo di studio la mortalità correlata al fegato è stata più comune nelle donne rispetto agli uomini.

Le donne hanno un rischio più elevato di sviluppare cirrosi
Tra i sopravvissuti alla prima presentazione di epatite alcolica senza cirrosi o scompenso epatico, dopo un follow-up mediano di 24 mesi il 31% aveva sviluppato cirrosi (37% donne vs 28% uomini). In tutti i periodi temporali, le donne avevano maggiori probabilità di sviluppare cirrosi rispetto agli uomini (a 5 anni: 25% vs 19%; a 10 anni: 32% vs 24%; a 15 anni: 37% vs 28%; a 20 anni: 37% vs 30%).

Inoltre, l’analisi dei rischi concorrenti ha mostrato che erano associati allo sviluppo di cirrosi il sesso femminile (sub hazard ratio, sHR, = 1,47), l’età avanzata (sHR = 1,04), la residenza urbana (sHR = 1,29) e una comorbilità più elevata (sHR = 1,36).

«L’incidenza di epatite alcolica è in aumento tra gli adolescenti e i giovani adulti e il decesso si verifica nel 25% di questi soggetti dopo una media di 5 anni di follow-up. I giovani che ne sono affetti sono vulnerabili e in questo hanno un peso i determinanti sociali della salute, le differenze di sesso e i fattori sociodemografici sottostanti» ha osservato Flemming. «Anche se la mortalità complessiva dopo la prima presentazione di epatite alcolica è simile tra i due sessi, le femmine hanno tassi più elevati di mortalità correlata al fegato rispetto ai maschi e il sesso femminile è associato a un rischio del 50% più elevato di cirrosi e scompenso tra i sopravvissuti alla prima presentazione della malattia».

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Alcolismo giovani

Gen31
da admin il 31 Gennaio 2024 alle 12:10
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Giovani e alcol, su TikTok nasce il trend per la sobrietà
Stando a un’indagine svolta dal portale Marketplace, l’uso dell’alcol tra i giovani starebbe sensibilmente scemando. Emanuele Scafato, Direttore dell’Osservatorio Nazionale Alcol, predica prudenza, affermando che siamo ancora ben lontani dalla riduzione dei consumi.

I Millennial e la Gen Z sempre più lontani dalle abitudini malsane. Lo conferma un’indagine svolta da ‘Marketplace’, secondo cui il 41% dei Millennial e il 21% della Generazione Z beve sempre meno la sera. Forse è anche per questo motivo che sui social sta letteralmente spopolando un nuovo trend tra i giovani. E, una volta tanto, si tratta di un qualcosa da guardare con ottimismo. L’hashtag #soberparty, mira infatti a sfatare un mito: ci si può divertire anche rimanendo sobri.

L’altro lato della medaglia, però, la racconta diversamente. All’indagine si contrappone infatti il parere di Emanuele Scafato, Direttore dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’ISS. Secondo il Professore, i dati del portale non restituirebbero un’istantanea accurata circa il consumo di alcol tra i più giovani.
Il trend #soberparty che spopola sui social
Circolano già diversi video sulla pratica della recovering party girl. Per esempio la creator Jules Rangi – in un video postato su TikTok – racconta delle serata trascorse in discoteca, dove puntualmente si ubriacava, per poi pentirsene il giorno dopo. La giovane si è lasciata tutto alle spalle, anche grazie alla frequentazione di ”luoghi festosi senza alcol in corpo”. I video riportanti l’hashtag #soberparty, che riprendono alcune ragazze sobrie ballare in discoteca, hanno già milioni di visualizzazioni. Così come i consigli sui cosiddetti mocktail, vale a dire i cocktail analcolici. Un trend che sembra in crescita, e che testimonierebbe l’esistenza di una certa riluttanza verso le bevande alcoliche tra i giovanissimi.

Scafato (Osservatorio Nazionale Alcol): “Non si può generalizzare. Il trend della riduzione di consumo è ancora lento”
Ma le cose stanno davvero così? Stando alle parole del professor Emanuele Scafato, Direttore Osservatorio Nazionale Alcol, Istituto Superiore Sanità, riportate dal ‘Il Fatto Quotidiano’, c’è ancora molta strada da fare sul consumo di alcol tra i giovani. Infatti, il direttore spiega: ”Le indagini di mercato fotografano una situazione istantanea che è ovviamente diversa da quella delineata da un sistema di monitoraggio formale che esamina e controlla attraverso diverse variabili le tendenze rilevate dalle indagini su popolazione. La generazione Z ha età molto differenti comprendendo individui di 11-25 anni che presentano rischi e tendenze profondamente diversi che non sono assimilabili in un’unica categoria quando parliamo di alcol”.

Perché un conto è un’indagine di mercato, altra cosa è il monitoraggio epidemiologico. L’Istituto diretto da Emanuele Scafato registra infatti 1 milione e 370mila individui a rischio nella fascia 11-25 anni, di cui 620mila minorenni. Di questa grande platea, in 786 mila sono i binge drinkers che bevono esclusivamente per ubriacarsi (di cui 83mila minori): ”Per la generazione Z il Covid ha generato risultati contrastanti, i moderati hanno ridotto ulteriormente in media i consumi mentre chi era già un consumatore a rischio li ha incrementati. Insomma, un conto è l’indagine di mercato e ben altro il monitoraggio epidemiologico” spiega il professore.

Pur ammettendo che qualcosa stia cambiando a livello percettivo nelle giovani generazioni circa il consumo di alcol, il direttore dell’osservatorio si dice cauto: ”Non si può generalizzare ed è un trend estremamente lento quello che porta a una riduzione dei consumi tra i giovani per i quali tutte le strategie europee e la stessa risoluzione del Parlamento europeo per la lotta al cancro sollecita una strategia “zero alcol”, essendo dimostrato l’impatto massimo dannoso sul cervello fino ai 25 anni. La nuova sensibilità da creare dovrebbe puntare sul valore della sobrietà e sulla svalorizzazione dell’uso di qualunque bevanda alcolica e non a caso l’industria ha prodotto le Nolos (No alcohol, low alcohol beverages) che stanno guadagnando sempre più ampie fette di mercato con birre zero e vini dealcolati”. Il vero intervento da mettere in atto secondo Scafato è una massiccia opera di sensibilizzazione. Perché il fattore predominante nel consumo di alcol ”è la cultura del bere indotta dall’industria e dalle pubblicità”.

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